25 febbraio 2008

Dire di no

L'aria è più pesante quando è il momento delle scelte. Si fa liquida e distinta a controllarti, trucco barbaro per rallentare il tempo e darti fiato, che vergogna. Poi il cuore batte anche lui a ritmo con i secondi stanchi e ti senti morire, il sangue non è abituato ad aspettare.
Ti accorgi che nella tua vita hai sempre detto sì; per non negare, per non ferire, per non perdere. E ogni volta hai negato, hai ferito, hai perso. C'è qualcosa che non va in tutto questo ragionare: una pietra ad inserirsi nel ruotare delle cose, ad inceppare il meccanismo.
Poi succede che qualcuno ti da forza e da coraggio, il venticinque di febbraio zero otto. C'è una faccia dentro al sacco degli eventi, volto nuovo, occhi nuovi, labbra nuove. E caldo nuovo, che è nuovissimo se pensi all'abitudine del freddo che sembrava sempiterno.
E dici no. Con tutto il cuore sopra il mondo del montare ribellione, del nascondere la faccia dietro a un vetro e non a un muro, del sorridere di gioia e non di rabbia. E dici no: con voce alta, tono forte e spalle ritte, per di più: sarà la forza che si addice al principiante e al novellino: sarà quella.
Butti giù il tuo fiato ricco di vergogna di chi ha detto qualche cosa di giustissimo; non pensi sarà facile l'ascolto di quel no, del resto a dire sempre sì hai abituato tutti male. E passa il tempo, ed è di nuovo al ritmo giusto. Ed è di nuovo giorno e notte e ancora giorno.
Nella testa resta fissa quell'immagine: di te che non ti vedi perchè gli occhi vanno avanti e non indietro.

22 febbraio 2008

Storie di taccuini e persone.

Sta fermo nella sua tana di carta ad aspettare. Si lecca i baffi, le vibrisse tremolanti a spazzolare tutto intorno come raffinati polpastrelli. Ogni tanto si allontana un po' dal suo rifugio improvvisato, in una sorta di perlustrazione timorosa e inefficace: ma non esce mai da un intorno nitido e preciso, il cui confine è dettato dall'ansia e dalla paura. Pochi passi minuti in una direzione, ed ecco che in un balzo torna indietro, la velocità del rientro almeno doppia di quella della dipartita. Continua così, in questa danza estranea, ad aspettare.

Ecco uno scricchiolio, cosa sarà! Il cuore batte sempre più veloce, limite e progresso insito nelle sue stesse dimensioni. Nel silenzio la percezione è capillare, si insinua nel retro delle cose e illumina ogni zona d'ombra. Un lampo rapidissimo si vede in lontananza, chi va la! E' solo un gatto spaventato, basterà restare immobile e aspettare la sua uscita dalla stanza. Un miagolio insoddisfatto, ed è già andato.

Passa il tempo e la paura di un po' prima mette fame al roditore. Strappa lesto un angolino dal taccuino che è la tana, poi un altro e un altro ancora, si sfama con un intero martedì pieno di inviti e appuntamenti, l'inchiostro blu a insaporire quell'odore di cellulosa. Nel masticare perde un po' la sua attenzione. Ed ecco che nemmeno se ne accorge ma la porta è spalancata, due gambe umane muovono passi enormi e distinti, una voce stentorea rimbomba sbadigli terrorizzanti; ormai la luce ha invaso tutto e non ci sono vie di fuga. Il sangue sembra esplodergli nel petto, pensa invano a come andare ma già sa, non rimane che sperare che l'intruso non si accorga che lui è lì.

C'è un soprammobile di vetro accanto a lui: è un oggettino di cristallo, un pianoforte con i tasti d'oro finto. Piano piano ci si infila tutto sotto, che ridicola agonia: un ratto brutto grigio e sporco a farsi niente sotto il niente. Prende gli ultimi respiri prima di una lunga e triste apnea. Intanto l'uomo sembra attratto da qualcosa non distante; è una rivista, sta s'un tavolo lì accanto. Con la carta satinata e lucida, l'inchiostro nero delle pubblicità di moda a ricoprire le prime venti pagine: roba per chi si accontenta, a me fa schifo, riflette il topo. E si sorprende della sua stessa arroganza, lì a pensare al gusto buono in un momento così brutto.

L'uomo intanto sta seduto sul divano, a sfogliare e sbadigliare; forse si addormenterà e potrò andarmene sicuro, pensa lui, i baffi accorti a tremolare di piacere a quell’idea. Ma purtroppo non è tutto oro quel che luccica, ed ecco che uno spostamento microscopico della coda muove un poco il soprammobile, portando il riflesso della lampada a rimbalzare ‘sì preciso sopra i tasti del minuscolo strumento; e poi l’ottone di una scarsa qualità rigetta via quel luminoso, quasi a voler dire: non mi merito il brillare. E il fato anche ci si mette contro il topo, perché di tutti i luoghi dove rimandare quel riverbero, sceglie proprio gli occhi chiusi del gigante affaticato, che disastro, che sfortuna!

In un baleno c’è il risveglio: quel riavvio di conoscenza e percezione di chi non vorrebbe averlo ed è annoiato e non capisce. Le pupille ridottissime per causa della luce sbattono a destra e poi a sinistra, l’attenzione a perlustrare tutto intorno alla ricerca di chi ha imposto quella veglia. In un momento ecco scovato l’animale, un urlo, un tremito, c’è un topo nel mio studio!

La fuga e la rincorsa durano poco, quattro zampette possono poco contro due gambe così lunghe, il roditore sta immobile in un angolo e non può più fare niente. E’ la fine, pensa. Sono morto e non potrò mai più mangiare carta, né formaggio, né correre tra un buco e la cucina. Sono morto e questo è l’ultimo momento in cui son vivo. Poi la grazia viene spinta da chissà che Dio dei Topi perché l’uomo guarda in alto e si accorge del taccuino mezzo aperto: con rabbia e odio si avvicina, lo afferra schifato, quella saliva animale a ripugnarlo. Mentre sfoglia inorridito si accorge del misfatto: manca un giorno, manca un altro, non c’è più mezzo dicembre, si è ingoiato pure Pasqua e Carnevale. Maledetto, ora muori.

Mentre l’uomo si dispera dei suoi impegni diventati cibo e vita dentro il corpo di un peloso e microscopico esserino, ecco lui che scatta proprio tra le gambe, una Tod’s gli sfiora il muso e strappa un baffo ma il dolore non è niente nei confronti del poter restare vivo. Già sta fuori, il roditore. Sta nel buco che conduce a un’altra casa. Le zampine che potevano ammazzarlo per la loro dimensione, sono adesso la salvezza: a condurlo dove un uomo non arriva. Passa in fretta la tensione, passa il lutto, passa pure l’appetito. La paura, però, non gli passa ancora a lungo.

Nella notte si ritrova a vomitare il martedì. Da domani mangio pure Panorama, pensa e ride.

21 febbraio 2008

The Hollow Me

Mio fratello chiude la porta, per sempre.
So che non potrò andarlo a trovare per molto tempo.
Non riesco neanche a piangere, sono un pezzo di merda.
Mi spaccano la bocca di nuovo, sangue ovunque, mi fa malissimo.
La guancia mi pulsa senza sosta.
Ho quel misto in bocca di sangue e medicine.
Dormo poco, dormo male, mi sento la febbre che non c'è.
Le persone che ho a cuore sembrano tutte impazzite.
Le vorrei morte.
Le persone che ho un po' più che a cuore sembrano morte.
Le vorrei impazzite.
Di tutto quello che ho da fare, non vorrei fare niente.
Odio chi mi maledice, chi fa finta di niente, chi tace.
Odio chi mi telefona quando non ho voglia di ascoltare.
Voglio soltanto che qualcuno mi aiuti.
Odio chi mi chiede perchè, odio chi non lo fa.
Ho fame, tra poco mangerò e, di nuovo, non sentirò niente.

Soffro.




We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw. Alas!
Our dried voices, when
We whisper together
Are quiet and meaningless
As wind in dry grass
Or rats' feet over broken glass
In our dry cellar

Shape without form, shade without colour,
Paralysed force, gesture without motion;

Those who have crossed
With direct eyes, to death's other Kingdom
Remember us -- if at all -- not as lost
Violent souls, but only
As the hollow men
The stuffed men.

18 febbraio 2008

Tired



Io confondo, tu confondi, noi confondiamo: non so come mai, ma oggi coniugare mi aiuta.
La testa mi si svuota di nuovo; i pensieri sostituiti, tutti quanti, da un viso perfetto. Ah, l'essere umano, così debole alle tentazioni della carne. Ed io che mi sentivo invece forte sono solo ancor più ingenuo, a cascarci a capofitto ben più stolto e impreparato della media.

Voglio dire: basta.
Punto.
Ho già dato in passato.

Invece dico: ancora.
Piuttosto che a far piani sarò lì, ad aspettare di vederti.

15 febbraio 2008

Lezione 21 di Baricco - Trailer

Mancano ancora parecchi mesi all'uscita di Lezione 21, il primo film scritto e diretto da Alessandro Baricco. Eppure la Fandango, che lo produce e distribuisce, ha già fatto uscire il (primo di una lunga serie?) bellissimo trailer, a iniziare una campagna pubblicitaria che, lo scommetto, sarà ampia e insistente.
Quasi esattamente un anno fa (il 12 Febbraio 2007) usciva nelle agenzie stampa la notizia che tutti aspettavano da tempo: Baricco ufficializzava il suo ingresso in prima persona nel mondo del cinema, e lo faceva in grande stile, proponendo un lavoro che già dalle prime note di produzione appariva controverso e articolato.
Oggi le prime immagini che finalmente approdano sui nostri schermi non fanno che alimentare l'attesa, e già immagino le prime scandalizzate reazioni dei critici più accaniti. Del resto il tema centrale del film non è di facile digestione anche per i meno puristi: un professore universitario, direttamente preso da quel capolavoro letterario che è City, si interroga sulla genesi della Nona Sinfonia di Beethoven, chiedendosi se la sua importanza storica ne rispecchi le effettive qualità artistiche. Una mattonata inflitta al cuore della storia (e non soltanto della storia della musica, quindi). Roba pesantina.
Io nel frattempo mi godo questi spezzoni, Baricchiani fino all'inverosimile. Già dalla scelta delle ambientazioni, dei costumi, dei personaggi, appare evidente come lo scopo principale del regista sia quello di lasciar filtrare su pellicola le atmosfere che lo hanno reso famoso come scrittore. Atmosfere che più di una volta mi hanno fatto sognare, e mi hanno trascinato in territori della mia fantasia a me stesso sconosciuti.
Se questo post fosse un Western, a questo punto dovrei dire:

Musica.



[now you decide who won and who lost, that evening]

14 febbraio 2008

Better than all the matter in the universe combined



you are.

happy valentines.

13 febbraio 2008

Uomo in mare

Tutto scorre, dicevano i Negramaro. E anche qualcun'altro prima di loro, credo. Tutto scorre e tutto cambia e così capita che ti svegli la mattina con un nervoso pazzesco perchè devi andare all'università a fare cose che non vuoi fare. E la metro è piena, poi c'è il casino e il traffico, insomma un disastro. E l'iPod è scarico. Grazie a Dio arrivi in facoltà e trovi un sacco di gente e passi la giornata a dire cazzate, a scherzare e ad ascoltare musica pop. Pop spinto, mica robetta. Così quando è ora di pranzo ti dimentichi perfino del dolore alla guancia e mandi giù il tuo solito panino con salame e carciofini, che ti sembra ottimo, oggi, sarà il salame. Il pomeriggio nemmeno te ne accorgi e è già passato. Ti senti la febbre e pensi che cristo, l'hai scampata per tutto questo tempo, mica ti sarai fatto fottere proprio ora no? E così decidi di tornare a casa, solo che non ti va di sballottarti troppo e quindi prendi l'autobus al posto della metro, che poi per arrivare a casa devi cambiare tre autobus diversi quindi il ragionamento del non sballottarsi troppo non fila, ma tu non sei mai stato bravo con i ragionamenti che filano, mai. E quindi cambi il primo, e poi il secondo, e quando stai aspettando il terzo ti accorgi che forse hai un sonno micidiale perchè le sei di mattina dell'altra sera si sentono ancora tutte, e devi recuperare. Quindi monti sul bus ma sai che non resisterai a lungo. Trovi perfino posto a sedere, e hai caricato l'iPod tutto il giorno quindi puoi sentirlo e metti su i Coldplay, e poi l'autobus parte e tu, con la testa posata tra braccio e finestrino guardi fuori qualche istante e chiudi gli occhi. E tutto scorre e tutto cambia. Te ne accorgi da qualcosa che è nell'aria, spegni la musica e ti rimetti l'mp3 in tasca, stai attento ad ascoltare, di quell'attenzione tutta fatta di sfumature, e dettagli inafferrabili. Ecco che il suono dell'autobus non è più autobus, ma è il confortante rumore di un fuoribordo Honda 25 cavalli mezzo sfondato. Ecco che il brusio non sono gli altri passeggeri ma sono pescatori che ritornano da una giornata di lavoro, e quell'odore un po' schifoso non è benzina: ma è nafta. Ecco che le buche sulla strada diventano onde, e i motorini distratti sono turisti indaffarati a scappare in un altro posto, lo sguardo che si posa appena sulle cose, già pronto per altre meraviglie. Tu sai benissimo che quel rumore lì, quel mix di suoni, è la cosa più bella che tu abbia mai sentito, e che ogni volta che lo senti di nuovo ti prende un brivido. Quindi non ti sorprendi se per un momento inizi a tremare. Non è il freddo di Roma, perchè addosso hai tutto il caldo del Mare.
Poi devi scendere dall'autobus e tutto il casino ti sveglia e sei di nuovo a piedi e ora stai tremando davvero per il freddo. Ma solo in quel momento ti accorgi che in quel sogno, in quella barca, bhè. Non eri solo.

Né secco né umido.

"Dal momento che lo chiede con tanta buona grazia, giovanotto, io le dico: con le disgrazie basta incominciare. E quando sono incominciate, non c'è niente che le faccia fermare, si estendono, si sviluppano come una merce a buon mercato e di largo consumo. L'allegria, invece, compagno mio, è una pianta capricciosa, difficile da coltivare, che fa poca ombra, che dura poco e che richiede cure costanti e terreno concimato, né secco né umido, né esposto ai venti, insomma una coltivazione che viene a costar cara, adatta a quelli che son ricchi, pieni di soldi. L'allegria va conservata nello champagne; mentre la cachaça tuttalpiú consola delle disgrazie, quando consola. La disgrazia è una pianta dal legno resistente; a ficcarne un germoglio nella terra, non c'è bisogno di occuparsene, cresce da sola, frondeggia e ne son piene le strade. Nel cortile dei poveri, poi, amico mio, la disgrazia nasce in quantità, non si vede altra pianta. Se un tizio non ha la pelle indurita e la schiena incallita con calli di dentro e di fuori, è inutile che ricorra agli encantados, non c'è ebó che tenga. E le dico un'altra cosa, mio bel signore, non per darmi delle arie né per lodare a tutti i costi i poveri diavoli, ma perché è la pura verità: non c'è che il povero che abbia razza e coraggio sufficienti a far fronte a tante disgrazie e continuare a vivere lo stesso."

10 febbraio 2008

Atrio

Mi fermai un momento nell’atrio dell’ospedale, ad ascoltare una conversazione curiosa. Una madre, con lo sguardo di chi ha rischiato di perdere l’universo e lo ha protetto e riafferrato in un baleno, parlava con un’infermiera giovane e appagata dal suo lavoro eroico: la voce della signora era distratta, le domande e le risposte erano affrettate e fuori tema. Con le braccia stanche spingeva una sedia a rotelle versione mini, con sopra la figlia di nove o dieci anni, malridotta e un po’ sciupata ma sorridente, di quella felicità gratuita e asciutta che un adulto, per quanto si sforzi, non potrà mai condividere. La fermai con il pretesto di un accendino, le chiesi il perché di una bambina in carrozzella.
“Sa, Erica è intelligentissima. Capisce le cose al volo, le afferra a una rapidità strabiliante. A volte nemmeno riesco a starle dietro”.
“Si vede dagli occhi, che è una bambina speciale”.
“Però non riesce a scrivere. Impara di tutto alla velocità della luce, già fa i conti a mente. Ma non riesce a scrivere, e la punteggiatura sembra un ostacolo insormontabile”.
“Ma a scuola la maestra non riesce a fare niente?”
“La maestra non sa far altro che urlare che alla sua età dovrebbe saper leggere e scrivere senza difficoltà, non riesce proprio a capire che ha un problema ben più grave”.
“Dio, mi chiedo perché facciano insegnare certa gente...”
“La compagna di banco invece sa mettere i punti e virgola tutti al posto giusto, ma è una capra. E la maestra lì a dirle Ma che brava!, roba che spesso dopo la scuola mi ritrovavo Erica con gli occhi gonfi di lacrime e non capivo il perché”.
“E come lo ha capito, il perché?”
“Due settimane fa, la mattina presto, prima di vestirsi, Erica mi ha chiesto con la sua voce innocente: Mamma, ma secondo te è possibile pensare senza accorgersi di farlo?. Io ero stanca e nervosa, così senza pensarci su molto le ho risposto che no, non era possibile, che a scuola doveva concentrarsi e imparare senza distrarsi. Quel giorno all’ora di pranzo non è tornata, ha attraversato la strada col semaforo rosso e un cretino le è venuto sopra”.
“...Cristo”.
“L’abbiamo portata qui e hanno fatto tutto il possibile, e non c’è giorno in cui non ringrazi il sant’uomo che l’ha operata e me l’ha ridata come la vede lei ora. Rimarrà su una sedia a rotelle per il resto della sua vita, ma almeno è viva, e la sua intelligenza è rimasta intatta, così come il suo sorriso.
“Ieri era l’ultimo giorno qui in ospedale. A un certo punto durante l’ora di pranzo Erica mi ha fatto cenno di avvicinarmi, mi ha sussurrato all’orecchio: Mamma, avevo ragione io, mentre attraversavo stavo pensando senza accorgermene. Sa, questa volta le ho risposto”.
“E cosa le ha detto?”
“Che da due settimane lo faccio anche io tutte le notti”.

07 febbraio 2008

The Raveonettes Live 12/02

Mentre esce il nuovo singolo (Candy, una bella canzone il cui video piuttosto bruttino si vede da ieri un po' ovunque), e mentre il nuovo album (Lust! Lust! Lust!, uscito da un mesetto) spopola nelle collezioni indie di tutto il globo, i nordicissimi Raveonettes si divertono a girare in tour per il mondo. E passano per l'Italia, e fanno pure un sacco di date. Perfino Roma. Che è assurdo, dato che non ci viene mai un cane.
Comunque, se passate di lì, sappiate che il 12 febbraio sono al Circolo degli Artisti.
Noi ci saremo? Chi lo sa. Tra cinque giorni potrei essere morto. O in Alaska. O innamorato.
Intanto sono qui, e vi propongo la loro canzone più bella famosa.

04 febbraio 2008

S.3

Mi hai insegnato a fuggire l’odio, a evitare il dolore. Mi hai guidato la mano quando ero nel buio e mi hai ammaestrato sui turbinii dell’amicizia. In te ho trovato ristoro, la pace dei sensi quando tornavo a casa, il cibo sempre caldo e il letto fatto. Io che mi sentivo il più indifeso, con te ero il meno attaccabile, lo scudo mio fatto di te. Mi hai annoiato con le tue ramanzine, i tuoi rimproveri che conosco già tutti, ti stimo per questo. L’esperienza è grazie a te, il dono della pazienza e la mia volontà, il mio è un noviziato senza traumi.
Ma non mi hai insegnato a fuggire l’amore; parlandomi del mondo e dei suoi mille pericoli non lo hai mai menzionato. Eppure è per questo che oggi sto male, un sentimento finito è sufficiente a biasimare il tuo dono infinito. Dimmi dunque o madre mia, perché non mi hai tirato via da questo buco nero, perché non hai impedito che scavassi nell’alveo del mio orgoglio? Non ti immolo, però. Cerco subito una preda meno giusta.
Perché in guerra e nell’amore tutto vale.

S.2

Caro vecchio, le tue mani rugose mi riscaldano il viso mentre mi trascini verso te per darmi un bacio di congedo, Che dio ti benedica, mi sussurri all'orecchio come sempre. L'imbarazzo dello schifo lo nascondo bene, la gioia per l'affetto che mi dai invece no, che disgraziato. E poi sei morto. Defunto tu, che mi hai lasciato nella mente un ruolo a tutto: questo è giusto e questo no, ripetevi, e quando sbagli troppe volte vai all’inferno. Ed io che a quel marasma in fiamme ci credevo, pieno dell’ingenuità di un piccolino, mi ritiravo accanto al letto a dire un po’ di Ave Marie per perdonare quella visitina in bagno e quella mano.
Caro vecchio so che non mi puoi ascoltare ma c’è qualcosa che avrei detto solo a te, che pure non mi consolavi nei miei pianti, e io ti odiavo, oh quale spreco di disprezzo. In questi giorni mi manchi più che mai, mi manca il cibo la domenica, le mele l’aglio e il vino. E poi quel senso di tensione che emanavi, sempre vigile a scappare, di chi è stato in mezzo a bombe, e morti, e aerei. C’è qualcosa che avrei detto solo a te, ed è l’amore, la pazzia. Raccontandoti avrei guardato in basso, le guance arrossate di vergogna. E poi tu mi avresti spinto via dicendo: no, non sei uno schiavo. Ma tra le mille sfumature avrei capito: sì, vale la pena.
Eravamo uguali, noi due. Per questo quando mi chiedono di te rispondo solo con le ciglia.

S.

Ricordi per caso che suoni facevo quel giorno quando tu, con gli occhi al cielo ed i capelli un poco mossi, mi parlavi del tuo mondo, ed io che ti ascoltavo non capivo il perchè tutti quei gesti mi sembrassero assoluti? Ricordi il rumore del silenzio che mi usciva dalle labbra, il boato della mia inettitudine mentre, curioso, giocavo con i dadi del tuo destino? Scrivevo parole d’amore, a quei tempi, ne avevo sempre di nuove; mi trovavo a mio agio con i fiori e i profumi perché in quelli scoprivo l’aspetto di te, che eri in me.
Stasera, invece, lemmi nuovi non ne ho: quelli vecchi mi imbarazzano, non li meriti e per questo scappo via. Mi nascondo dietro al sottile di una sigaretta accesa, dietro al vetro terso di una bottiglia già vuota. Invento malanni e tra un bicchiere e l’altro finisco per crederci anch’io. Poi è l’ultimo tiro, si rivela confortante, le volute mi rispondono con una voce che è la tua. Dammi un bacio, mi chiedi. D’accordo.
Quello che non uccide, fortifica.

30 gennaio 2008

'Cause I gotta have faith



[Oh but I]

28 gennaio 2008

Songs

Ho fatto classifiche di quasi tutto in questo blog. Ma non di una cosa. Canzoni.
Sarebbe impossibile per me una roba del tipo "le dieci canzoni più belle nella storia della musica", i miei gusti in materia sono volubili, rapidi e assai poco controllabili. Il fatto è che il mio legame con la musica rock è quasi del tutto emotivo, e come tale non permane nel tempo ma muta, proprio come le emozioni che lo hanno generato.
Una classifica, però, la posso fare. Ora che ho una decina di anni di ascolto "cosciente" alle spalle, posso sfruttare la tecnica della ricorrenza: ci sono, infatti, alcuni titoli che non hanno mai smesso di piacermi da quando sono entrate a far parte della mia vita. Passano anche anni senza un solo ascolto ma poi zac, per qualche motivo queste canzoni spalancano con prepotenza le porte del mio subconscio e tornano ad affiorare nei miei pensieri: e le ascolto ancora, come fosse la prima volta. Non sono le canzoni "più belle" nè quelle che "mi piacciono di più", nè infine quelle il cui ascolto mi provoca necessariamente più "piacere" al momento. Perchè tali definizioni non competono al mio modo di essere. La classifica che scrivo qui riguarda le canzoni che sono "più presenti", nella mia vita. Quelle che ritornano, e che probabilmente torneranno ancora, a lungo.
La faccio per me. E per chi, leggendola, mi conoscerà un po' di più.


10. The Libertine - Patrick Wolf
(perchè tutta questa fretta non mi era mai capitata)


9. Where The Streets Have No Name - U2
(perchè sei qui nonostante tu sia così diversa da me)


8. Sleep The Clock Around - Belle and Sebastian
(perchè ero ancora piccolo)


7. Sing - Travis
(perchè vuol dire che non mi annoierai mai)


6. Born Again - Starsailor
(perchè ho pianto d'amore)


5. Chasing Cars - Snow Patrol
(perchè sono così e so anche mentire)


4. Tender - Blur
(perchè è fatta di mare, e cosa c'è di più bello)


3. Yellow - Coldplay
(perchè quell'anno lì, Dio, quell'anno lì)


2. Sunburn - Muse
(perchè un errore è il modo più bello di entrare nella mia vita)


1. Exit Music (for a film) - Radiohead
(perchè quando me l'hai cantata era la prima volta che provavo quel brivido)