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06 marzo 2008

Wonderful life

Una notte sognai che la polizia sfondava la porta del mio appartamento, che non era il mio appartamento ma era un palazzo gigantesco con tutti quadri scuri e spaventosi ai muri perché nel frattempo io avevo fatto i soldi alle spalle dei miei amici che erano tutti morti per colpa mia mentre io ero diventato ricchissimo, e insomma irrompeva nella mia lussuosa stanza dove mi trovavo a dormire in uno di quei letti enormi come quelli di Zio Paperone nei fumetti. Poi mi arrestavano per frode e tradimento e mi gettavano in una prigione e nel pavimento sporco c’erano resti di ossa umane, e da un buco spuntavano due ratti enormi che cominciavano ad avvicinarsi sbavando e osservandomi con gli occhi iniettati di sangue, e alla fine proprio mentre mi stavano saltando addosso mi svegliai. Prima di riuscire ad addormentarmi di nuovo dovetti farmi fuori tre Tennent’s, le trangugiai quasi senza respirare. La terza era anche calda. A me la birra calda fa schifo.
La mattina uscii di casa e passai due ore ad alitare sulla vetrina di un negozio chiuso. Prendevo un respiro, poi soffiavo l’aria calda fino a formare una nuvola di condensa, ci scrivevo con il dito la parola “stronzo” ed aspettavo che scomparisse. Mi faceva sentire meno sporco. Più pulito. Che è la stessa cosa, sempre matto sembravo.
Andai all'ospedale sperando che almeno lei potesse aiutarmi ma per la prima volta da quando era lì non mi fecero entrare. Dissero che l’orario delle visite era terminato e che: “deve tornare domani”. “Domani?”. “Domani”. “Potrei essere morto, domani”. “Se si sente male non si faccia problemi a tornare”. Senza parole, i medici.
Scrissi un messaggio, “mi dispiace ma non possiamo andare avanti così”, lo osservai per altre due ore aleggiare sullo schermo del telefonino. Poi lo cancellai senza inviarlo. Avevo in testa una classifica tremenda. I giorni più brutti della mia vita.
3. L’altro ieri
2. Ieri
1. Oggi
Alla radio passavano "Wonderful life". Questo lo ricordo perfettamente.

28 febbraio 2008

Sex makes you happy

Ho una memoria eccezionale. La cosa fantastica è che la sfrutto per immagazzinare qualsiasi genere di informazioni, anche quelle più assurde. Come il rumore delle persone. Ogni individuo ha dei suoni caratteristici, un modo particolare e univoco di mettere l’ambiente in vibrazione durante qualsiasi cosa stia facendo; tipo che ne so, camminare, o spostare una sedia prima di occuparla, o sbattere lo sportello di una macchina. O rollarsi una canna. Ad esempio io sono in grado di riconoscere perfettamente tutti i modi diversi di chiudere l'ascensore che hanno le persone che conosco. C’è il suono discreto e pulito della mater, plop, poi c’è il clang forte e distratto di Coco, o il referenziale fruscio, sssssh, della porta accompagnata dalla mano del custode per non fare troppo chiasso. Per questo quandò suonò il campanello non fui sorpreso nel trovarmi davanti la faccia contratta e decisa del pater, alle undici del mattino del primo gennaio. Che scena: lui vestito di tutto punto, giacca blu in abbinato con i pantaloni, la camicia un po’ aperta e senza cravatta a significare una simbolica stretta di mano tra il mio mondo e il suo; io invece con addosso i calzoncini della tuta pieni di buchi per le troppe cicche finiteci sopra, e una felpa ormai rassegnata alle macchie di sugo con su scritto “sex makes you happy”. Il mago e il suo giovane apprendista, pensai. Provai molto ingenuamente a offrirgli qualcosa da bere, perché sono un tipo ospitale. Ma il mio facoltoso pater non sembrava gradire nulla che non costasse meno di dieci euro al litro, perciò decisi di tenere per me la mia cassa di Tennent’s e gli piazzai davanti la brocca riempita al rubinetto. Con un bicchiere di cristallo, ovviamente.
Sempre perché sono un tipo ospitale.