"Grazie di tutto"
"..."
"Davvero, grazie"
"Di che?"
"Del tuo amore"
"..."
"Sì, mi sento amato"
"Io non ti amo, lo sai"
"Lo so"
"Allora cosa dici"
"Mi sento amato"
"..."
"Non sono mai stato molto attaccato ai dettagli, dovresti saperlo"
"Fino a questo punto?"
"Fino a questo punto"
"Come puoi pensare queste cose..."
"Perchè ho il privilegio di un amore che basta per due"
"Dio..."
"Di un amore infinitamente grande"
"Un amore non basta mai, per quanto possa essere grande"
"Invece sì"
"Sai come mai si usano i doppi vetri, nelle case?"
"Cosa c'entrano i doppi vetri..."
"Perchè hanno provato di tutto, con un vetro solo. Lo hanno reso spesso quanto un tronco d'albero, ne hanno cambiato la fattura, la forma, la disposizione. Eppure c'era sempre qualcosa che continuava a entrare, un rumore di fondo che disturbava il silenzio dell'interno"
"..."
"Poi qualcuno ha provato con due vetri. Sottili e trasparenti, completi di una sincerità tutta visibile agli occhi. E sai cosa è successo? Quella vibrazione, quell'interferenza, è sparita. E sai perchè?"
"Ho paura"
"Hanno scoperto che non erano i due vetri a succhiare via il rumore. Ma lo spazio tra di essi, l'aria che aderiva così bene all'uno e all'altro, in un modo così liscio da impedire ogni tipo di intrusione"
"Smettila, dai"
"Il tuo amore non basterà mai per tutti e due"
"..."
"Mai"
"..."
"Dai, vieni qui"
"Io ti amo"
"Tu mi ucciderai"
"Lo spero"
"Vaffanculo"
"Sai, stamattina una bambina mi ha fermato, per strada. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto signore, tu lo sai quanto pesa il mare?
"Una pazza?"
"No, una che aveva compreso un sacco di cose. Io non le ho risposto, lì per lì. Non avevo capito niente"
"Perchè?"
"Perchè ancora non stava succedendo tutto questo"
"Tutto cosa?"
"Ora invece ho capito tutto. Ho scoperto che devi avere sulle spalle tutto l'universo, per renderti conto di quanto sia leggero il mare"
"..."
"Quando lo capisci lo vedi evaporare, e ti metti a nuotare nell'aria"
"Dio"
"E' per questo che non piangerò quando te ne andrai"
"Non me ne andrò"
"Sì, tu te ne andrai"
"E allora perchè non piangerai?"
"Perchè ci sarà sempre un po' di liquido tra noi"
Visualizzazione post con etichetta follia gratuita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta follia gratuita. Mostra tutti i post
27 febbraio 2008
25 febbraio 2008
Dire di no
L'aria è più pesante quando è il momento delle scelte. Si fa liquida e distinta a controllarti, trucco barbaro per rallentare il tempo e darti fiato, che vergogna. Poi il cuore batte anche lui a ritmo con i secondi stanchi e ti senti morire, il sangue non è abituato ad aspettare.
Ti accorgi che nella tua vita hai sempre detto sì; per non negare, per non ferire, per non perdere. E ogni volta hai negato, hai ferito, hai perso. C'è qualcosa che non va in tutto questo ragionare: una pietra ad inserirsi nel ruotare delle cose, ad inceppare il meccanismo.
Poi succede che qualcuno ti da forza e da coraggio, il venticinque di febbraio zero otto. C'è una faccia dentro al sacco degli eventi, volto nuovo, occhi nuovi, labbra nuove. E caldo nuovo, che è nuovissimo se pensi all'abitudine del freddo che sembrava sempiterno.
E dici no. Con tutto il cuore sopra il mondo del montare ribellione, del nascondere la faccia dietro a un vetro e non a un muro, del sorridere di gioia e non di rabbia. E dici no: con voce alta, tono forte e spalle ritte, per di più: sarà la forza che si addice al principiante e al novellino: sarà quella.
Butti giù il tuo fiato ricco di vergogna di chi ha detto qualche cosa di giustissimo; non pensi sarà facile l'ascolto di quel no, del resto a dire sempre sì hai abituato tutti male. E passa il tempo, ed è di nuovo al ritmo giusto. Ed è di nuovo giorno e notte e ancora giorno.
Nella testa resta fissa quell'immagine: di te che non ti vedi perchè gli occhi vanno avanti e non indietro.
Ti accorgi che nella tua vita hai sempre detto sì; per non negare, per non ferire, per non perdere. E ogni volta hai negato, hai ferito, hai perso. C'è qualcosa che non va in tutto questo ragionare: una pietra ad inserirsi nel ruotare delle cose, ad inceppare il meccanismo.
Poi succede che qualcuno ti da forza e da coraggio, il venticinque di febbraio zero otto. C'è una faccia dentro al sacco degli eventi, volto nuovo, occhi nuovi, labbra nuove. E caldo nuovo, che è nuovissimo se pensi all'abitudine del freddo che sembrava sempiterno.
E dici no. Con tutto il cuore sopra il mondo del montare ribellione, del nascondere la faccia dietro a un vetro e non a un muro, del sorridere di gioia e non di rabbia. E dici no: con voce alta, tono forte e spalle ritte, per di più: sarà la forza che si addice al principiante e al novellino: sarà quella.
Butti giù il tuo fiato ricco di vergogna di chi ha detto qualche cosa di giustissimo; non pensi sarà facile l'ascolto di quel no, del resto a dire sempre sì hai abituato tutti male. E passa il tempo, ed è di nuovo al ritmo giusto. Ed è di nuovo giorno e notte e ancora giorno.
Nella testa resta fissa quell'immagine: di te che non ti vedi perchè gli occhi vanno avanti e non indietro.
30 gennaio 2008
13 gennaio 2008
Giorni di ovatta.
Non dormo più.
Faccio un sacco di cose: mangio, esco, bevo, studio, parlo, rido.
Ma dormire, quello no. Non è che abbia perso il gusto nel farlo, anzi; l'organismo comincia a pretenderlo in maniera ansiosa, quasi spasmodica. Mi lancia numerosi segnali: occhiaie rigogliose, malditesta cronico, perdite di memoria riguardanti importanti dettagli nelle conversazioni che sto affrontando con il rischio di frequentissime figure di merda, incapacità nel concentrarmi. Sono dettagli palesi, fastidiosi, li eviterei volentieri. Io ascolto il mio organismo, voglio bene al mio corpo e mi piacerebbe poterlo aiutare, gli sono vicino, lo abbraccio spesso in questo periodo.
Ma nonostante questo, non dormo più.
Forse è proprio che ho altro da fare, e che mi piace farlo.
Ma muoio di sonno.
Poi non mi piace più.
Lo so, tutto questo mio parlare di aria non ha alcun senso, forse farei meglio ad andare a letto.
Sono giorni di ovatta.
Sto delirando?
So che mi capite.
Faccio un sacco di cose: mangio, esco, bevo, studio, parlo, rido.
Ma dormire, quello no. Non è che abbia perso il gusto nel farlo, anzi; l'organismo comincia a pretenderlo in maniera ansiosa, quasi spasmodica. Mi lancia numerosi segnali: occhiaie rigogliose, malditesta cronico, perdite di memoria riguardanti importanti dettagli nelle conversazioni che sto affrontando con il rischio di frequentissime figure di merda, incapacità nel concentrarmi. Sono dettagli palesi, fastidiosi, li eviterei volentieri. Io ascolto il mio organismo, voglio bene al mio corpo e mi piacerebbe poterlo aiutare, gli sono vicino, lo abbraccio spesso in questo periodo.
Ma nonostante questo, non dormo più.
Forse è proprio che ho altro da fare, e che mi piace farlo.
Ma muoio di sonno.
Poi non mi piace più.
Lo so, tutto questo mio parlare di aria non ha alcun senso, forse farei meglio ad andare a letto.
Sono giorni di ovatta.
Sto delirando?
So che mi capite.
18 dicembre 2007
Saggio sulla lettura
E' facile distinguere, nell'atto cognitivo che accompagna tutti i processi di assorbimento intellettuale - tra i quali la lettura è senza dubbio la sovrana incontrastata portandosi dietro secoli e secoli di storia - dicevo, è facile distinguere in questo atto cognitivo due fasi distinte, complementari, e per questo necessarie l’una all’altra. Yin e Yang. Alla prima di queste, che chiamerei – mi spiegherò meglio a breve - ‘Atto dell’accettazione’, appartengono la gran parte dei procedimenti, passatemi il termine, più prettamente meccanici che accompagnano l’apprendimento. E capisco il vostro turbamento nel constatare quanto questa parola non si addica all’essenza filosofica che tutti voi vi aspettavate di ascoltare. Sappiate che sì, è vero, la fisica non è di certo materia che affronteremo in questa sede, ma le sue attinenze con il mondo che vi sto dischiudendo sono assai più numerose di quelle che, ne sono certo, la maggior parte di voi sospetta; vi prego perciò di ascoltarmi, tenendo a mente quanto ho detto. Nell’ ‘Atto dell’accettazione’ lo stimolo visivo che giunge all’occhio viene tradotto, più o meno lentamente, in parola. Attenzione, ricordate che in questo momento essa non riveste nessun ruolo se non quello di mucchio di lettere, grumo insoddisfacente di suoni articolabili, che spesso, anzi quasi sempre, per provocarvi una sorta di appagamento superfluo, effimero, e precedente all’atto ricettivo, fingerete mentalmente di pronunciare, come se solamente attraverso questo passaggio necessario quel grumo di parole possa elevarsi al suo stadio successivo di significante. Ecco quindi che la parola diventa linguaggio, quello che prima era soltanto lingua e bocca diventa albero, e pesce, e colore, e perfino sentimento. In questo preciso momento avviene l’accettazione, atto incondizionato di remissiva vergogna: la vostra mente, occupata nelle riflessioni precedenti, si svuota, in parte, per accogliere quel messaggio nuovo, quel linguaggio, appunto. Badate bene, nulla di ciò che state leggendo è stato ancora metabolizzato, non l’avete nemmeno capito - e a guardare dalle vostre facce così poco sveglie non sono nemmeno certo che li capirete mai – non avete nemmeno provato a capirlo: del resto sarebbe impossibile farlo, sarebbe pretendere l’effetto prima della causa. Semplicemente avete cancellato una parte della vostra memoria per accogliere, gesto di suprema arresa, un flusso intellettuale rispetto al quale non possedete nessuna garanzia. E’ incredibile come tutto questo accada in ogni momento, e come nessuno si sia mai ribellato a una simile vergogna: pensateci un istante, senza fretta. Non è diverso da qualcuno che, per accogliere uno sconosciuto che bussa alla porta, demolisca il suo salone per costruirci, al suo posto, un’accogliente stanza da letto per il nuovo arrivato, ancora prima di averlo fatto entrare o di averci mai parlato. Un totale abbandono delle proprie difese più intime. Semplicemente scandaloso. In questa fase dunque il linguaggio giunge al cervello, cancellando e rimpiazzando gran parte del contenuto ivi presente in precedenza. Non si preoccupa di niente, non salvaguarda le cose più importanti, non attua nessuna scelta: è come un Attila sinaptico, arriva e demolisce casualmente fino ad ottenere tutto lo spazio che desidera. E quando, finalmente, il flusso termina la sua fase distruttiva,adagiandosi negli spazi neuronali, sistemandosi comodo, trovando la posizione più consona, ecco allora che si trasforma nella sua forma più pura e rigorosa. Diventa altissimo, sboccia, e appare nella sostanza di qualcosa di assolutamente imprevedibile: un pensiero. In questa sua rinata espressione, il concetto letterario perde la bramosa ferocia che lo aveva caratterizzato fin quando era rimasto linguaggio, assumendo tutta un’altra dignità, elevandosi da umile esperienza sensitiva a concetto dal nobile lignaggio. Si conclude così l’ ‘Atto dell’accettazione’, con una carezza, dopo un pugno. E’ a questo punto che entra in gioco la seconda fase del processo cognitivo, la parte più misteriosa e più sensuale, quella che, a pensarci, tutt’oggi mi fa venire qualche brivido lungo la schiena. Io lo chiamo ‘Atto della fascinazione’. Mi piace a questo punto definire la parola secondo il suo significato in psicoanalisi: la fascinazione è quel procedimento tramite cui è possibile giungere a uno stato ipnotico, utilizzando mezzi elementari di suggestione o di condizionamento. Durante la lettura accade proprio questo: lo stadio mentale successivo alla formazione del pensiero puro non è altro che ipnosi sensitiva, è abbandono del comando, è remissione. Il concetto che è arrivato alla testa vuole essere assimilato e conservato, e così partecipa all’infinita lotta di sopravvivenza che permea le nostre menti da quando esse sono in grado di conoscere: è un gioco duro e delicato, senza seconde possibilità, e soprattutto senza arbitri. E’ soltanto leggenda senza verità l’idea che il filo conduttore del nostro cervello sia direzionabile; la realtà è ben altra, se potessimo fare qualcosa per indirizzare il nostro flusso cognitivo è probabile che lo condurremmo da tutte altre parti, in luoghi, probabilmente, più felici e quieti. Invece la direzione che la mente desidera intraprendere conduce, inesorabilmente, verso un campo di battaglia, Waterloo dei nostri sensi: è qui che il pensiero puro si mescola ad altri pensieri, non meno puri, non meno potenti. Ed affila le lame di cui dispone per sopravvivere. Se necessario uccide i suoi simili, non esiste pena né pietà né tolleranza in questa guerra, il concetto non demorde fin quando non ottiene il suo scopo, a meno che non venga, a sua volta, annientato da un altro pensiero, più potente o più scaltro. Se è fortunato, perciò, il concetto si fossilizza, passa rapidamente nella sua essenza di archetipo per poi assumere la sua colorazione ultima, definitiva, e più autorevole: diventa memoria. Solo ora, in questo corpo duraturo e solido, ecco, soltanto ora quel verso di poesia, o quella riga di romanzo, possono davvero essere comprese. Solamente sostenute da un meccanismo perenne le idee possono poi venire accolte anche dai sensi, arrivando, addirittura, ad emozionare. E’ la fascinazione, appunto: il momento in cui non siamo più in grado di dominare nemmeno il nostro lato più istintivo e sensoriale, il momento in cui doniamo i nostri sentimenti alla penna lontana di qualcuno che non è nemmeno accanto a noi. E così ci commuoviamo, o ridiamo, o ci arrabbiamo: per una tragedia che non è nostra, per una battuta che non rivolgono a noi, per una lite tra persone che non ci conoscono. Assurdo, a pensarci bene, no? Che la distanza si annulli a tal punto da raggiungere i nostri interni, ed arrivare dove nemmeno noi stessi siamo in grado di arrivare. Non possiamo commuoverci da soli, o emozionarci da soli: eppure un romanzo può, e una poesia, addirittura, deve. Soltanto dopo, a posteriori, riprendiamo il controllo e, quasi imbarazzati, continuiamo a leggere. Ma con gli occhi ci capiterà di tornare a quel verso che ha vinto, a quella parola che ha fatto breccia nei nostri scudi: la confronteremo con la nostra memoria, e ne troveremo una uguale. Non l’abbiamo messa noi, lì, e per questo ci sorprenderà. Ci sconvolgerà, e ci farà godere, anche soltanto per un attimo. Allora, soddisfatti, capiremo che è il momento di inserire il segnalibro; la storia continuerà, forse domani.
21 novembre 2007
Paura
Pensa a un posto, pensa a un muro, pensa a una parola.
Pensato?
Bene.
Ora vai, guarda, scrivi.
[->bestemmia<-]
Talks about:
arte,
canzoni,
carmen consoli,
fK,
follia gratuita,
musica,
poesia
17 novembre 2007
Frocio!
09 novembre 2007
Strada Statale 2-bis

"Bisogna sempre per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere di fare del bene?
E' necessario alle feste donare le rose?
Ripeto:
Bisogna sempre per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere di fare del bene?
E' necessario alle feste donare le rose?
Bisogna sempre tentare di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio liberarsi e confessare?
Bisogna sempre tentare di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio liberarsi e confessare?"
Talks about:
bluvertigo,
fK,
follia gratuita
06 novembre 2007
30 agosto 2007
Entropia.
Di sani e normali ne ho piene le palle, mi mancano menti malate; non dondolo. E dando le spalle a chi cura ti fisso (se sei solitario e distratto). Mi avvolgo in pensieri impazienti e di sensi ricolmo il cervello e la pelle. La scienza dei cerchi di sfere e di rette mi arreca un sorriso mi rende più grande nel dirti sicuro che non fa per me: so parlarti dell'altro e dell'immaginato. Alle sue geometrie preferisco la storia che è fatta dai pazzi e da zozzi rimpasti, non temo chi è falso o chi è frutto del fatuo, anzi! spesso mi affascina la fantasia; sono figlio di fragili appigli nel regno dei sogni: la veglia mi abbaglia, non passa un istante non perdo un secondo a contare a sommare a cercare i prodotti. Non riesco a dividere se poi non c'è un resto, 'chè quel che rimane mi brucia e sorprende; mi nausea pulire tanto poi si risporca, mi annoia lavare o rimettere a posto. Gli oggetti del resto dovrebbero stare lì dov'è più facile andarci a inciampare perciò lascio giù attento a non scivolarci; mi eccita accingermi a racimolarli (ma solo sapendo che poi cederanno di nuovo). Non cresco in altezza ma per diagonale poi curvo le braccia a formare trapezi ed incastro le dita a racchiudere il cuore, prezioso lo stringo per starti più accanto. Se vedo del chiaro è per via del disordine, te come me sei nel non parallelo. Per questo, laggiù, ci incontriamo di nuovo.
05 luglio 2007
Colpe

Oggi per me è tutta colpa dei drammi speciali, delle grandi tristezze speciali, dei miei denti da latte da bimbo spuntati di nuovo per colpa dei miei anni speciali. Tutta colpa delle mie amicizie speciali, delle mie vecchie storie speciali, delle mie conoscenze speciali. Tutta colpa di quella speciale ironia che mi precede da anni, di quei guanti speciali che metto per non lasciar traccia, di questa luce speciale, di quella speciale sintetica gentilezza che tira le gote e sorride per me. Tutta colpa di quelle parole che lasciano sul cuore ferite speciali, di quei pensieri speciali, di quei passi che portano gli altri verso fantastici incontri speciali, e soprattutto dei miei speciali desideri di portare la mia speciale vendetta nell'anima di persone che non sono speciali per niente. Tutta colpa di chi mi ricorda l'amore ma non se lo merita. Stanotte è un po' più colpa mia che non colpa degli altri.
Ed io sono stanco, non sono più triste. 'Chè come con calce e mattoni ci sto costruendo davanti una parete bianchissima. Mi metterò presto a cercare vernice di teste di amore di cuori di denti di occhi di labbra e saliva e baciando dipingerò tutto col dritto contorno di solida similitudine che riesce a distinguere chi piace a me.
E poi sarà chiaro chi sei a guardarmi dal muro, sarai solo tu la mia cosa speciale, e lì ti amerò.
01 giugno 2007
Al mio blog.
"Like Moses got power over sea,
so you've got power over me"
Strano, davvero, tornare qui dopo così tanto. Ti ho tradito, mio blog, lo so: prima ti ho ammaliato, al suon di un post al giorno, ti ho dato tutto quanto, parole e desideri; poi ti ho resistito senza tregua, ho lasciato i miei pensieri fuori dalle maglie della Rete, e ti ho abbandonato.
Eccomi qui, allora: ad elemosinare le tue scuse. Ti ridò un po' di me stesso, un po' di quello in cui ho creduto, in cui ho sperato, un po' di ciò che mi divora. "Senza amore l'uomo è morto" diceva qualcuno, e se non lo diceva certamente lo pensava. E io dunque sono vivo, non so ancora per che cosa, non so ancora con che forza e che coraggio.
Se ti ho detto così poco in così tanto, o mio blog, è per validi motivi: come ora anche prima io ero triste. Sono mesi che mi rendo insoddisfatto, e la prima persona singolare non è qui per un errore di scrittura. Mi dimostro un immaturo nei confronti delle cose e della gente, poi mi accorgo, mi azzittisco, quasi sembra che mi voglia meritare di esser solo, roba facile, quanto è bella la conquista dell'america, in aereo. Oggi sono mezzo sfatto trito e stinto e sotto stress. Mi dimentico le cose quando potrei ricordarle. Non guardarmi così male, o mio blog, non è facile resistere a 1280x800 occhi, sai per certo che 2 bastano ad arrossirmi. Non prometto che sarò da qui costante, non esigere da me un ritmo sicuro: questo proprio non vorrei, dover scrivere costretto, o sotto sforzo. Qui mi scuso, ma non per non averti messo tra le righe i miei pensieri: ma piuttosto per aver pensato cose che non erano da scrivere. Quanto mi manca la mia prevedibilità, quando riflettere era un gioco da ragazzi, una routine, un giro in più. Oggi no, è tutto nuovo e scostruito; qui ci si arma di pazienza e di katana, 'chè la nebbia è ancora fitta e chissà cosa ci sta dietro.
Non mi chieder penitenze, o mio blog: perchè sai che non le accetto. Già mi incolpo qui di mio, non mi serve aver da fare per pentirmi. So che dietro a me la strada è giù in discesa, ma non so se qui si va poi ancor più in basso o si risale: a me sembra di sentire già quel caldo che mi immagino all'inferno. Rendi conto dei silenzi che ti ho reso, o mio diario, anche quelli sono parte del mio spazio: quando corri in giù e ti affanni, non è facile parlare tra i sospiri.
Ti saluto e spero a presto, o mio blog. Non pensar male di me: forse questo è un nuovo inizio o forse no, ma stanne certo, non ti voglio abbandonare.
[follia gratuita, by the fK]
so you've got power over me"
Strano, davvero, tornare qui dopo così tanto. Ti ho tradito, mio blog, lo so: prima ti ho ammaliato, al suon di un post al giorno, ti ho dato tutto quanto, parole e desideri; poi ti ho resistito senza tregua, ho lasciato i miei pensieri fuori dalle maglie della Rete, e ti ho abbandonato.
Eccomi qui, allora: ad elemosinare le tue scuse. Ti ridò un po' di me stesso, un po' di quello in cui ho creduto, in cui ho sperato, un po' di ciò che mi divora. "Senza amore l'uomo è morto" diceva qualcuno, e se non lo diceva certamente lo pensava. E io dunque sono vivo, non so ancora per che cosa, non so ancora con che forza e che coraggio.
Se ti ho detto così poco in così tanto, o mio blog, è per validi motivi: come ora anche prima io ero triste. Sono mesi che mi rendo insoddisfatto, e la prima persona singolare non è qui per un errore di scrittura. Mi dimostro un immaturo nei confronti delle cose e della gente, poi mi accorgo, mi azzittisco, quasi sembra che mi voglia meritare di esser solo, roba facile, quanto è bella la conquista dell'america, in aereo. Oggi sono mezzo sfatto trito e stinto e sotto stress. Mi dimentico le cose quando potrei ricordarle. Non guardarmi così male, o mio blog, non è facile resistere a 1280x800 occhi, sai per certo che 2 bastano ad arrossirmi. Non prometto che sarò da qui costante, non esigere da me un ritmo sicuro: questo proprio non vorrei, dover scrivere costretto, o sotto sforzo. Qui mi scuso, ma non per non averti messo tra le righe i miei pensieri: ma piuttosto per aver pensato cose che non erano da scrivere. Quanto mi manca la mia prevedibilità, quando riflettere era un gioco da ragazzi, una routine, un giro in più. Oggi no, è tutto nuovo e scostruito; qui ci si arma di pazienza e di katana, 'chè la nebbia è ancora fitta e chissà cosa ci sta dietro.
Non mi chieder penitenze, o mio blog: perchè sai che non le accetto. Già mi incolpo qui di mio, non mi serve aver da fare per pentirmi. So che dietro a me la strada è giù in discesa, ma non so se qui si va poi ancor più in basso o si risale: a me sembra di sentire già quel caldo che mi immagino all'inferno. Rendi conto dei silenzi che ti ho reso, o mio diario, anche quelli sono parte del mio spazio: quando corri in giù e ti affanni, non è facile parlare tra i sospiri.
Ti saluto e spero a presto, o mio blog. Non pensar male di me: forse questo è un nuovo inizio o forse no, ma stanne certo, non ti voglio abbandonare.
[follia gratuita, by the fK]
Iscriviti a:
Commenti (Atom)



