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21 aprile 2008

Mister Plastic

Provai con una di quelle chatline telefoniche per vecchi depressi e soli, pensai che avrebbe potuto aiutarmi. Così sfogliai un quotidiano gratuito e scelsi la pubblicità con la ragazza più tettona di tutte. Si chiamava “La stanza di Lucy”. In una nota scritta in caratteri nanometrici venivano descritti i prezzi del servizio offerto. Tra tasse, scatti alla risposta e concessioni governative ministeriali avrei certamente risparmiato a chiamare una sconosciuta in Burkina Faso.
“Pronto chi parla?”, mi rispose una voce calda e sensuale.
“Ciao.”
“Ciao bello. Da dove chiami?”
“Da casa.”
“Dal tuo lettone caldo?”
“No. Sono le cinque del pomeriggio, non sono a letto.”
“Io sono tutta eccitata.”
“E perché mai? Stai parlando con uno sconosciuto al telefono.”
“Sei un bel maschione, vuoi cavalcarmi tutta?”
“Sono molto triste…”
“Io ti renderò felice.”
“No!”
“…”
“Ma non ti rendi conto di quanto è triste tutto questo? Porca puttana.”
“…Niente offese, però...”
“Non ti chiami Lucy vero? Come ti chiami?”
“Preferirei non dirlo. E modera i toni, bello.”
“Allora ti chiamerò Lucy. Ascolta Lucy, leggevi i fumetti da piccola?”
“…”
“Sì, li leggevi. Ricordi per caso quel personaggio che andava vestito di rosso ed era fatto di gomma, poteva allungarsi quanto voleva e salvava il mondo?”
“…Mister Plastic?”, disse con una voce flebile e quasi impercettibile.
“Bravissima! Ecco, ricordi cosa succedeva a Mister Plastic quando accadeva qualcosa di brutto alla sua famiglia o ai suoi cari?”
“…”
“Non lo ricordi. Mister Plastic salvava sempre il mondo. Però quando accadeva qualche disgrazia ai suoi cari lui si scioglieva, come la gomma sotto a una fiamma. E finché la sua famiglia non stava di nuovo bene non riprendeva forma.”
“…”
“I suoi amici lo sapevano ovviamente, perciò quando lo vedevano in quello stato invece di dare una mano a lui correvano a salvare i suoi cari.”
“Perché mi stai raccontando tutto questo?”
“Lucy io ho fatto delle cose orribili alle persone a me più care. Ed ora mi sono sciolto, come Mister Plastic, e non riesco più a fare niente per rimediare.”
“…”
“Dimmi qualcosa, almeno tu.”
“Sai. La vita ti sorride.”
“A me non pare.”
“Eppure la vita ti sorride, bello. Solo che la guardi da troppo lontano: e ti sembra una smorfia.”
Lucy scalò la classifica delle dieci persone più inaspettatamente intelligenti che abbia mai conosciuto. Superò anche il panettiere di mia nonna. Non era roba facile. Quel tizio aveva risolto un sudoku in novantatre secondi netti.

10 febbraio 2008

Atrio

Mi fermai un momento nell’atrio dell’ospedale, ad ascoltare una conversazione curiosa. Una madre, con lo sguardo di chi ha rischiato di perdere l’universo e lo ha protetto e riafferrato in un baleno, parlava con un’infermiera giovane e appagata dal suo lavoro eroico: la voce della signora era distratta, le domande e le risposte erano affrettate e fuori tema. Con le braccia stanche spingeva una sedia a rotelle versione mini, con sopra la figlia di nove o dieci anni, malridotta e un po’ sciupata ma sorridente, di quella felicità gratuita e asciutta che un adulto, per quanto si sforzi, non potrà mai condividere. La fermai con il pretesto di un accendino, le chiesi il perché di una bambina in carrozzella.
“Sa, Erica è intelligentissima. Capisce le cose al volo, le afferra a una rapidità strabiliante. A volte nemmeno riesco a starle dietro”.
“Si vede dagli occhi, che è una bambina speciale”.
“Però non riesce a scrivere. Impara di tutto alla velocità della luce, già fa i conti a mente. Ma non riesce a scrivere, e la punteggiatura sembra un ostacolo insormontabile”.
“Ma a scuola la maestra non riesce a fare niente?”
“La maestra non sa far altro che urlare che alla sua età dovrebbe saper leggere e scrivere senza difficoltà, non riesce proprio a capire che ha un problema ben più grave”.
“Dio, mi chiedo perché facciano insegnare certa gente...”
“La compagna di banco invece sa mettere i punti e virgola tutti al posto giusto, ma è una capra. E la maestra lì a dirle Ma che brava!, roba che spesso dopo la scuola mi ritrovavo Erica con gli occhi gonfi di lacrime e non capivo il perché”.
“E come lo ha capito, il perché?”
“Due settimane fa, la mattina presto, prima di vestirsi, Erica mi ha chiesto con la sua voce innocente: Mamma, ma secondo te è possibile pensare senza accorgersi di farlo?. Io ero stanca e nervosa, così senza pensarci su molto le ho risposto che no, non era possibile, che a scuola doveva concentrarsi e imparare senza distrarsi. Quel giorno all’ora di pranzo non è tornata, ha attraversato la strada col semaforo rosso e un cretino le è venuto sopra”.
“...Cristo”.
“L’abbiamo portata qui e hanno fatto tutto il possibile, e non c’è giorno in cui non ringrazi il sant’uomo che l’ha operata e me l’ha ridata come la vede lei ora. Rimarrà su una sedia a rotelle per il resto della sua vita, ma almeno è viva, e la sua intelligenza è rimasta intatta, così come il suo sorriso.
“Ieri era l’ultimo giorno qui in ospedale. A un certo punto durante l’ora di pranzo Erica mi ha fatto cenno di avvicinarmi, mi ha sussurrato all’orecchio: Mamma, avevo ragione io, mentre attraversavo stavo pensando senza accorgermene. Sa, questa volta le ho risposto”.
“E cosa le ha detto?”
“Che da due settimane lo faccio anche io tutte le notti”.

11 gennaio 2008

Epilogo

Scopro così che sono il niente rispetto a te. Nei tuoi occhi trovano un'ingannevole prigionia tutti i miei sensi, nel tuo corpo cercano un'effimera soddisfazione. Le tue labbra si curvano in un cerchio perfetto che non ha inizio né fine: così come il desiderio che provo ora per te. A guardarti si ha la sensazione che una mano, posata con fermezza sulla tua spalla, non incontri nessuna resistenza e scivoli giù, come una biglia su un piano inclinato. Cammini e ti muovi, e il mondo si piega intorno a te: perchè la tua bellezza è mistica, e superiore ad ogni cosa. Ma non è come una molesta ubriacatura. Il tuo splendore è nitido, si può toccare lucidamente; non provoca giramenti ma stupore; non abbaglia, ma toglie il fiato. Sei di questo mondo, tu: non vieni da altri pianeti. Ma proprio in questa terra trovi la tua superiorità, perchè nulla può eguagliarti. Ti basta scuotere un dito per provocare un cambiamento, ora sono triste, ora muoio di gioia, e sono sempre tuo, lo sono da sempre. Mi disturbano gli altri, si frappongono: ti vogliono anch'essi; ma non sanno che di tutto ciò che al mondo vorrei avere, tu sei l'unica cosa per la quale morirei, e ucciderei. Non ti oppongo resistenza: sarebbe un vano tentativo. Piuttosto mi inchino, mi strappo i capelli ogni qual volta mi urli, mi commuovo se ridi. E quando il tempo è senza di te non è tempo, ma attesa.