Mancano ancora parecchi mesi all'uscita di Lezione 21, il primo film scritto e diretto da Alessandro Baricco. Eppure la Fandango, che lo produce e distribuisce, ha già fatto uscire il (primo di una lunga serie?) bellissimo trailer, a iniziare una campagna pubblicitaria che, lo scommetto, sarà ampia e insistente.
Quasi esattamente un anno fa (il 12 Febbraio 2007) usciva nelle agenzie stampa la notizia che tutti aspettavano da tempo: Baricco ufficializzava il suo ingresso in prima persona nel mondo del cinema, e lo faceva in grande stile, proponendo un lavoro che già dalle prime note di produzione appariva controverso e articolato.
Oggi le prime immagini che finalmente approdano sui nostri schermi non fanno che alimentare l'attesa, e già immagino le prime scandalizzate reazioni dei critici più accaniti. Del resto il tema centrale del film non è di facile digestione anche per i meno puristi: un professore universitario, direttamente preso da quel capolavoro letterario che è City, si interroga sulla genesi della Nona Sinfonia di Beethoven, chiedendosi se la sua importanza storica ne rispecchi le effettive qualità artistiche. Una mattonata inflitta al cuore della storia (e non soltanto della storia della musica, quindi). Roba pesantina.
Io nel frattempo mi godo questi spezzoni, Baricchiani fino all'inverosimile. Già dalla scelta delle ambientazioni, dei costumi, dei personaggi, appare evidente come lo scopo principale del regista sia quello di lasciar filtrare su pellicola le atmosfere che lo hanno reso famoso come scrittore. Atmosfere che più di una volta mi hanno fatto sognare, e mi hanno trascinato in territori della mia fantasia a me stesso sconosciuti.
Se questo post fosse un Western, a questo punto dovrei dire:
Musica.
[now you decide who won and who lost, that evening]
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15 febbraio 2008
30 gennaio 2008
08 dicembre 2007
28 novembre 2007
06 ottobre 2007
Control
26 agosto 2007
Life is like movies?
Era tanto che non parlavo di cinema, tantissimo. Il fatto è che ultimamente non ho visto roba normale, ma soltanto negli estremi, mi son passati davanti agli occhi film appartenenti strettamente a due categorie opposte, per entrambe le quali mi è impossibile formulare recensioni. La prima, ovviamente, è quella del puttan-film, alla Transformers o Harry Potter per fare qualche esempio: pellicole magari anche estremamente piacevoli, di puro intrattenimento, ma sulle quali è arduo trovar parole o formular giudizi che non sfocino nella banalità. E sulle quali quindi mi sono rifiutato di scrivere di più.
La seconda tipologia, però, è quella che preferisco, ed è formata da una triade così unica e perfetta da sembrare fatta apposta; raramente, infatti, mi era capitato di vivere così intensamente tre situazioni affascinanti, piene e malinconiche come quelle descritte nelle storie qui in questione. Le Vite degli Altri, Quattro Minuti e XXY sono splendidicapolavori che ognuno di noi dovrebbe rivedere un po' di volte, anche solo al puro scopo di imparare. Così diversi nei temi trattati, ma così uguali nel modo delicato e speciale in cui riescono a far ingoiare situazioni sconvolgenti, questi tre prodotti dell'arte vanno a mettersi in una categoria che avevo dimenticato e per cui non trovo neanche un nome; si rivelano, infine, i degni successori di quel Mare Dentro che mi aveva fatto tanto piangere ormai un po' di anni fa e che si è conquistato un posto nella top ten dei film da me più amati nella storia. Non saprei che consigliarvi, non ce n'è uno più bello o più importante: sono storie che si devono sapere, senza se e senza ma; ti rivelano realtà dimenticate e chiariscono significati veri a quelle parole di cui sappiamo solo il nome e l'etichetta: tolleranza, regime, guerra, rarità, perfezione, bellezza, musica, sesso, giustizia. Che disgrazia non aver saputo prima!
Nel frattempo ci aspettiamo qualche film un po' più normale, per tentare di scrivere qualche recensione che sia tale: già lo so, l'inverno sembra promettente. Per voi i consigli son qua sotto. C'è un po' di mio cuore, sparso tra queste locandine.

La seconda tipologia, però, è quella che preferisco, ed è formata da una triade così unica e perfetta da sembrare fatta apposta; raramente, infatti, mi era capitato di vivere così intensamente tre situazioni affascinanti, piene e malinconiche come quelle descritte nelle storie qui in questione. Le Vite degli Altri, Quattro Minuti e XXY sono splendidicapolavori che ognuno di noi dovrebbe rivedere un po' di volte, anche solo al puro scopo di imparare. Così diversi nei temi trattati, ma così uguali nel modo delicato e speciale in cui riescono a far ingoiare situazioni sconvolgenti, questi tre prodotti dell'arte vanno a mettersi in una categoria che avevo dimenticato e per cui non trovo neanche un nome; si rivelano, infine, i degni successori di quel Mare Dentro che mi aveva fatto tanto piangere ormai un po' di anni fa e che si è conquistato un posto nella top ten dei film da me più amati nella storia. Non saprei che consigliarvi, non ce n'è uno più bello o più importante: sono storie che si devono sapere, senza se e senza ma; ti rivelano realtà dimenticate e chiariscono significati veri a quelle parole di cui sappiamo solo il nome e l'etichetta: tolleranza, regime, guerra, rarità, perfezione, bellezza, musica, sesso, giustizia. Che disgrazia non aver saputo prima!
Nel frattempo ci aspettiamo qualche film un po' più normale, per tentare di scrivere qualche recensione che sia tale: già lo so, l'inverno sembra promettente. Per voi i consigli son qua sotto. C'è un po' di mio cuore, sparso tra queste locandine.

29 dicembre 2006
The Prestige
Il regista di Memento, uno dei film più intricati e geniali che io abbia mai visto, non poteva deluderci ancora, dopo lo scarso e commerciale Batman Begins. E quindi eccoci al cinema a vedere questo nuovo The Prestige, storia di maghi, illusionisti e segreti. Storia di tradimenti, anche.
Un cast d'eccezione senza dubbio, per il film accompagnato dalla peggior commercializzazione mai vista ad Hollywood: dal trailer si evinceva a malapena la presenza di Hugh Jackman, mentre il regista non veniva nemmeno menzionato. Invece eccoli qui, tutti di seguito: Christian Bale prima di tutti, Michael Caine ovviamente, Scarlett Johanssonn come sempre, Hugh Jackman sorprendentemente, il tutto accompagnato dal ritorno sul grande schermo di David Bowie, che è un mito eterno e lo sappiamo. Una trama appassionante e coinvolgente, ricca, densa di cambiamenti di registro e di effetti a sorpresa; un finale che può risultare spiacevole, forse anche banale, ma senza dubbio non può sembrare deludente: perchè a metà film si prevede quel tanto che basta a rosicare alla fine per non aver previsto il resto. Una regia mossa e lucida, primi piani, luci e ombre, l'atmosfera giusta per entrare nell'occhio del pubblico. Il teatro nel cinema, il cinema nel teatro. Qualche scena un po' inquietante, ma niente di che. L'angoscia, riserviamola per il prossimo spettacolo.
Non dimentichiamo poi: titoli di coda accompagnati da Thom Yorke. Micacazzi.
21 novembre 2006
Altman
19 novembre 2006
Marie Antoinette
Raramente accade che un regista, con soli tre film alle spalle, possa già dirsi creatore di uno stile, un genere, un marchio di fabbrica ben definito. Eppure questo è il caso di Sofia Coppola: che con Marie Antoinette porta nelle sale un'opera notevolissima, certamente ambiziosa e per niente deludente. Il film è un compendio della regalità, infinitamente immerso in due anime distinte, diverse e perfettamente combacianti: un'anima prettamente anni '70, e un'altra intrisa di cultura gay. La priaman si manifesta nello stile, un classico dei film della Coppola, e snella colonna sonora, anch'essa di genere, ormai. Già la locandina dovrebbe far riflettere molto (l'ispirazione è chiaramente sexpistolsiana), e così le numerose canzoni, che in un film in costume sorprendono non poco (rock, rock, rock!), o ancora i tantissimi "sbagli" lasciati in fase di montaggio, forse per riportarci con la mente al concetto di "finzione", tanto evidente quanto lasciato visibile (in due o tre scene si intravedono i microfoni di scena chiaramente, e nessuno mi toglie dalla testa un'immagine in cui balzano agli occhi delle all-star, in mezzo alle scarpe regali di cui la regina si circondava). La seconda anima è puramente omosex, e traspare dai colori, dai dialoghi così frivoli e fintamente superficiali, e dalla presenza degli attori scelti. Prima di tutto Asia Argento, che è perfetta nel ruolo stravagante della puttana di corte, amante del re, piena di ambiguità e sempre al limite del volgare, dell'osceno, senza mai sforare però nel disgustoso, tenendosi su quel limite geniale che solo lei poteva ottenere; così Jamie Dornan, il famoso modello di Dior e Calvin Klein, qui nella parte dell'amante della regina, tenebroso e credibile considerando che è la sua prima apparizione cinematografica. Ma soprattutto lei, Kirsten, in questo film semplicemente splendida. Se il film regge, è senza dubbio grazie a lei, che lo rende affascinante e godibile in ogni scena. Le due anime quindi convivono e non si scontrano mai, rendendo il mix quasi perfetto, se non fosse per qualche momento di troppo che allunga un po' la brodaglia, rischiando qualche parentesi "noia", comunque facilmente bypassabile concentrandosi sul contorno, sui costumi sfarzosi, sulla musica sempre presente e sempre fantasiosa, sulla fotografia, bellissima.
Marie Antoinette è un film di Sofia Coppola. Niente di più, niente di meno. Ormai, come ho detto, questa è una garanzia. Dal "giardino" a "lost in traslation" qualcosa era cambiato. Negli intenti, se non altro. Qui no, invece; qui non c'è niente di nuovo: è Sofia al cubo, e basta.
Ne vale la pena, però. E oggi, al cinema, è una cosa rara.
14 novembre 2006
Zodiac, il 2 marzo 2007

Il nuovo, attesissimo film di David Fincher, ha finalmente una data ufficiale di lancio: 2 marzo 2007, worldwide. Un lancio in pompa magna, pare.
Fincher rientra senza dubbio nella lista dei miei 3 registi preferiti, dopo averci regalato capolavori assoluti come Se7en, Fight Club, The Game e Panic Room. Un uomo in grado di trasportare al cinema la follia di Chuck Palahniuk è già un mito di per sè. Ognuno dei suoi film ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma tutti sono caratterizzati da una maniacale attenzione per il dettaglio, per la precisione, per l'originalità. Da ricordare, senza dubbio, il lunghissimo pianosequenza iniziale di Panic Room, tra le scene tecnicamente migliori della cinematografia hollywoodiana di oggi.
Ecco quindi un ritorno in grande stile, fatto portando sugli schermi la storia del celeberrimo killer che ha ucciso, ucciso, ucciso, ed è sparito senza lasciare traccia. Un mistero irrisolto, uno tra i pochissimi. Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo, poi, sono due attori da non lasciarsi scappare, e che deludono difficilmente. Quanti motivi, per aspettare.
Il 2 marzo è lontano, cristo.
01 novembre 2006
11 ottobre 2006
17 settembre 2006
Il cammino verso te - parte seconda
Di nuovo, sulle parole.
Ho letto, ormai parecchio tempo fa, Profumo, di Suskind. Devo averne anche parlato in questo marasma di cose che sta diventando il mio vetusto blog. Ma vabbè.
Profumo è un romanzo. Eppure, Profumo è il classico libro che ha tutte le carte in regola per non essere affatto un romanzo. Mi spiego meglio. Leggere Profumo equivale a leggere tante poesie, una dopo l'altra. Tante piccole liriche legate tra loro da una piccolezza sola: magari l'ultima parolina dell'una è la prima della successiva, oppure l'atmosfera che si respira è leggermente simile, oppure, ancora, i personaggi sono gli stessi. Ma rimangono divise, separate: non omogenee tra loro. E di ognuna si può dire ciò che ho detto riguardo la poesia, nel post più in basso: di ognuna di loro, nessuna esclusa, puoi appropriartene come fosse una stanza d'albergo. E quando sei alla fine, ti senti il direttore di un villaggio turistico mica male.
Non è per niente facile scrivere una roba così: perchè vuol dire riuscire dove molti hanno fallito. Vuol dire unire le due soglie del mondo. Le due facce della realtà, il lato della poesia, del sogno, dell'emozione; e quello della prosa, della realtà, della finzione.
Suskind ci è riuscito, e l'osanna che ha ricevuto dal mondo intero ne è prova e conseguenza. Impossibile non resistere allo scorrre dei caratteri nel testo: in alcuni punti si sente dolore, si prova fame, si è assonnati. Nei passi più coinvolgente, giuro di essere riuscito ad assaporare perfino il profumo, quello di cui parla il romanzo; ne avevo chiara la consistenza in testa, ed era qualcosa che non avevo mai sentito, e che non mi apparteneva. Uno che riesce in questo, che butta giù Kant con 250 pagine di romanzo, che ti crea qualcosa di totalmente estraneo, te lo piazza in testa, e ti fa immaginare di possederlo: bhè, cazzo, uno così è davvero raro.
Poi arrivano i problemi. Perchè il 22 settembre, i tipi soliti, fanno uscire il film.
Ora: ritengo già quasi impossibile trarre un film da un romanzo classico, di quelli normali, che se ti parlano di un odore, è uno che hai già sentito, tipo la cacca di mucca, o il ciambellone. Già lo ritengo improbabile, se non altro. Ma trarre un film da Profumo di Suskind? Stiamo scherzando?
Non oso immaginare a cosa sia potuto venire fuori: il film, lo vedrò, per curiosità più che altro. Perchè forse sarà un bel film, cambiandogli titolo, ed eliminando le tracce della sua derivazione. Ma una cosa bisogna davvero che i tipi soliti me la spieghino.
Perchè ho visto il solito ragazzino fighetto, come protagonista, quando Grenouille, invece, è storpio e brutto?
Magie del trucco Hollywoodiano?
Ho letto, ormai parecchio tempo fa, Profumo, di Suskind. Devo averne anche parlato in questo marasma di cose che sta diventando il mio vetusto blog. Ma vabbè.
Profumo è un romanzo. Eppure, Profumo è il classico libro che ha tutte le carte in regola per non essere affatto un romanzo. Mi spiego meglio. Leggere Profumo equivale a leggere tante poesie, una dopo l'altra. Tante piccole liriche legate tra loro da una piccolezza sola: magari l'ultima parolina dell'una è la prima della successiva, oppure l'atmosfera che si respira è leggermente simile, oppure, ancora, i personaggi sono gli stessi. Ma rimangono divise, separate: non omogenee tra loro. E di ognuna si può dire ciò che ho detto riguardo la poesia, nel post più in basso: di ognuna di loro, nessuna esclusa, puoi appropriartene come fosse una stanza d'albergo. E quando sei alla fine, ti senti il direttore di un villaggio turistico mica male.
Non è per niente facile scrivere una roba così: perchè vuol dire riuscire dove molti hanno fallito. Vuol dire unire le due soglie del mondo. Le due facce della realtà, il lato della poesia, del sogno, dell'emozione; e quello della prosa, della realtà, della finzione.
Suskind ci è riuscito, e l'osanna che ha ricevuto dal mondo intero ne è prova e conseguenza. Impossibile non resistere allo scorrre dei caratteri nel testo: in alcuni punti si sente dolore, si prova fame, si è assonnati. Nei passi più coinvolgente, giuro di essere riuscito ad assaporare perfino il profumo, quello di cui parla il romanzo; ne avevo chiara la consistenza in testa, ed era qualcosa che non avevo mai sentito, e che non mi apparteneva. Uno che riesce in questo, che butta giù Kant con 250 pagine di romanzo, che ti crea qualcosa di totalmente estraneo, te lo piazza in testa, e ti fa immaginare di possederlo: bhè, cazzo, uno così è davvero raro.
Poi arrivano i problemi. Perchè il 22 settembre, i tipi soliti, fanno uscire il film.
Ora: ritengo già quasi impossibile trarre un film da un romanzo classico, di quelli normali, che se ti parlano di un odore, è uno che hai già sentito, tipo la cacca di mucca, o il ciambellone. Già lo ritengo improbabile, se non altro. Ma trarre un film da Profumo di Suskind? Stiamo scherzando?
Non oso immaginare a cosa sia potuto venire fuori: il film, lo vedrò, per curiosità più che altro. Perchè forse sarà un bel film, cambiandogli titolo, ed eliminando le tracce della sua derivazione. Ma una cosa bisogna davvero che i tipi soliti me la spieghino.
Perchè ho visto il solito ragazzino fighetto, come protagonista, quando Grenouille, invece, è storpio e brutto?
Magie del trucco Hollywoodiano?
23 agosto 2006
Waking Life
"Waking Life" è un film di 5 anni fa, ingiustamente sconosciuto ai più. Quei pochi che lo conoscono, se ne ricordano come del film fatto come dei "cartoni reali", una bellissima tecnica cinematografica nella quale le scene riprese con videocamera digitale, vengono poi ricolorate e trattate al computer fotogramma per fotogramma. L'effetto finale è bellissimo, una sorta di cartone surrealista alla Salvador Dalì. Ma Waking Life è molto di più di un semplice cartone, è un viaggio filosofico nel pensiero, nel sogno, e nelle problematiche dell'esistenza; un viaggio, tra l'altro, riuscito benissimo. In tanti hanno provato a fare film sui sogni, chi in maniera profonda chi in maniera scherzosa, chi riuscendoci egregiamente ("Mulholland Drive"? ) chi fallendo miseramente ("Vanilla Sky"?). Quello che però Richard Linklater è riuscito a fare, è a fare un film sui sogni in cui si parla dei sogni. La trama del film, molto aleatoria, è interpretabile dallo spettatore nei modi più personali. La mia visione è questa: uno dei moltissimi dialoghi nel film parla di quei sei secondi di attività cerebrale successivi alla morte del corpo; in quei pochi secondi, la mente umana sogna interminabili momenti, apparentemente lunghi ore, forse giorni. Il protagonista, successivamente a un incidente stradale, comincia appunto a sognare, e il film si dipana in questi brevi sei secondi di attività onirica. In questo viaggio tra i sogni, in cui il protagonista tenta di svegliarsi senza riuscirci mai, moltissimi personaggi più o meno conosciuti della intelligentia o dello star system americano raccontano la propria visione del mondo e analizzano le più disparate problematiche. Se all'inizio la cosa può sembrare priva di senso, nonchè un po' pretenziosa e saccente, quando il film va avanti si vede quanto in realtà questi individui non si prendano sul serio, quanto le loro parole siano collegate a un sottile filo conduttore, e quanto il loro "pontificare su tutto " perda di supponenza nel momento in cui lo stesso protagonista va a criticarlo e a scherzarci sopra. E' difficile parlare di filosofia in un film; ancora più difficile è farlo senza annoiare e soprattutto senza sembrare ridicoli. Linklater ci è riuscito, un po' perchè lo spettatore è continuamente affascinato dai geniali effetti visivi che accompagnano ogni dialogo, un po' perchè si è presi dal riconoscere questo e quell'altro personaggio famoso, un po' perchè i dialoghi più pesanti sono intervallati da altri più divertenti, da aneddoti, da musica, da situazioni così paradossali da indurre alla risata. Waking Life insegna, nella prima e nell'ultima scena, un concetto tanto semplice quanto bello.
Se il sogno è destino, allora, basta svegliarsi.
Se il sogno è destino, allora, basta svegliarsi.
18 giugno 2006
The Omen - Ultraviolet: la rinascita degli stolti.
I due film appena citati non sono accomunati soltanto dal mio averli visti a brevissima distanza tra loro. C'è ben altro che li lega, come intenzioni e come carattere. Entrambi lasciano trapelare infatti il vero problema del cinema americano di oggi: la scontatezza.
Sembra quasi che a Hollywood non si pongano neanche più il problema, della qualità dei film che producono. Se lo facessero, suppongo, non gli verrebbe neanche in mente di tirar fuori menate del genere, in cui lo spettatore passa la prima metà del film a sperare che l'imbarazzante tripudio di luoghi comuni e deja vu sia solo il preambolo a qualcosa di più socialmente utile, e la seconda metà a sperare di aver sbagliato sala, l'Adriano ne ha così tante...
The Omen e Ultraviolet sono lo stesso film. In entrambi ci troviamo di fronte a caratteristiche di alcuni personaggi (il potere del bimbo/anticristo nel primo, la forza della strafiga/vampira nel secondo) che capiamo subito essere inarrestabili, invincibili. Così è evidente che non ci sorprendiamo affatto, se l'anticristo riesce a uccidere questo o quello, o se la strafiga vince i combattimenti con 50 o 100 nemici in più della volta precedente: il film ci ha fatto capire che sarà così, sempre, perchè le loro sono caratteristiche inarrestabili. Allora mi chiedo per quale motivo concentrare le trame proprio su di queste, a costo di rendere lo spettacolo di una noia mortale (quale spettatore vuole vedere lo svolgersi di un'aqvvenimento di cui riesce a prevedere perfettamente la fine?); non sarebbe stato meglio spendere qualche soldino in più in bravi sceneggiatori, invece che in cattivi effetti speciali?
Una considerazione aggiuntiva su entrambi: la scelta di entrambi i bambini nei due film è sbagliatissima. Ci voleva una Dakota Fanning al maschile, qualcuino, insomma, con qualcosa di più di una paresi facciale.
Una considerazione aggiuntiva su The Omen: perchè un film che aveva le potenzialità per spaventare, con la paura vera, l'angoscia, invece si riduce allo strategemma del "botto quando non te lo aspetti"? E soprattutto, perchè per farti venire il colpo usa la tecnica più banale mai adottata, ossia quella del "lo metto durante il sogno della protagonista, così posso metterci qualsiasi mostruosità che tanto lei la sta solo sognando e non mi rovina la trama"?
Infine, una considerazione aggiuntiva su Ultraviolet: premesso che l'intero film è coperto da due o tre strati di computer grafica (probabilmente usati anche dai truccatori al posto del fondotinta), , e che in ogni caso un video game è ben più emozionante di questo film (almeno lì c'è l'emozione di poter perdere), mi chiedo, comunque, per quale motivo abbiano utilizzato come tecnico degli effetti speciali lo stesso di King Kong. No, che avete capito.
Quello del 1933, ovviamente.
Sembra quasi che a Hollywood non si pongano neanche più il problema, della qualità dei film che producono. Se lo facessero, suppongo, non gli verrebbe neanche in mente di tirar fuori menate del genere, in cui lo spettatore passa la prima metà del film a sperare che l'imbarazzante tripudio di luoghi comuni e deja vu sia solo il preambolo a qualcosa di più socialmente utile, e la seconda metà a sperare di aver sbagliato sala, l'Adriano ne ha così tante...
The Omen e Ultraviolet sono lo stesso film. In entrambi ci troviamo di fronte a caratteristiche di alcuni personaggi (il potere del bimbo/anticristo nel primo, la forza della strafiga/vampira nel secondo) che capiamo subito essere inarrestabili, invincibili. Così è evidente che non ci sorprendiamo affatto, se l'anticristo riesce a uccidere questo o quello, o se la strafiga vince i combattimenti con 50 o 100 nemici in più della volta precedente: il film ci ha fatto capire che sarà così, sempre, perchè le loro sono caratteristiche inarrestabili. Allora mi chiedo per quale motivo concentrare le trame proprio su di queste, a costo di rendere lo spettacolo di una noia mortale (quale spettatore vuole vedere lo svolgersi di un'aqvvenimento di cui riesce a prevedere perfettamente la fine?); non sarebbe stato meglio spendere qualche soldino in più in bravi sceneggiatori, invece che in cattivi effetti speciali?
Una considerazione aggiuntiva su entrambi: la scelta di entrambi i bambini nei due film è sbagliatissima. Ci voleva una Dakota Fanning al maschile, qualcuino, insomma, con qualcosa di più di una paresi facciale.
Una considerazione aggiuntiva su The Omen: perchè un film che aveva le potenzialità per spaventare, con la paura vera, l'angoscia, invece si riduce allo strategemma del "botto quando non te lo aspetti"? E soprattutto, perchè per farti venire il colpo usa la tecnica più banale mai adottata, ossia quella del "lo metto durante il sogno della protagonista, così posso metterci qualsiasi mostruosità che tanto lei la sta solo sognando e non mi rovina la trama"?
Infine, una considerazione aggiuntiva su Ultraviolet: premesso che l'intero film è coperto da due o tre strati di computer grafica (probabilmente usati anche dai truccatori al posto del fondotinta), , e che in ogni caso un video game è ben più emozionante di questo film (almeno lì c'è l'emozione di poter perdere), mi chiedo, comunque, per quale motivo abbiano utilizzato come tecnico degli effetti speciali lo stesso di King Kong. No, che avete capito.
Quello del 1933, ovviamente.
04 giugno 2006
31 maggio 2006
Film
Questa settimana ho visto 5 film. In 8 giorni. Se poi si considera che uno di questi dura 6 ore, bhè posso ritenermi soddisfatto. Sono andato 3 volte al cinema: ho visto Il Codice da Vinci, Xmen3 e Volver. Poi, a casa, ho visto tutta La Meglio Gioventù, e Jarhead. Cinque, cazzo, di film.
Vedo tantissimi film, io, in generale. La televisione no, non la guardo mai. Mi fa schifo. La trovo stupida, e trovo stupido soprattutto il fatto che sia lei a decidere cosa farti vedere, e non tu.
Ma i film, bhè, di quelli ne guardo a palate. Guardare un film è decidere TU cosa vuoi vedere. Poi, il film può fartelo vedere in maniera bella o brutta, può essere fatto bene o male. Ma sei tu a decidere, cazzo. Quando sono a casa la sera al 90% vedo un film, in un modo o nell'altro: su sky, lo affitto, lo scarico. Quando non sono in casa, la sera, un buon motivo potrebbe essere perchè sono al cinema. Non credo ci siano tante persone che hanno visto così tanti film quanti ne ho visti io. Magari la maggior parte sono puttanate, eh? Non sono uno da film d'autore, men che mai se sono vecchi reperti storici del dopoguerra. Sono uno da film moderni, contemporanei: belli, sì. Ma non pesanti, o incomprensibili, o troppo impegnati. Poi dipende anche dal momento insomma. In generale però mi interesso molto di cinema: conosco, mi informo, se vedo quell'attore o quel regista che mi sono piaciuti, mi informo sugli altri lavori fatti e magari a breve me li guardo. Cose così, insomma. Vado molto orgoglioso della mia cultura cinematografica. Non sono molte le cose di cui vado orgoglioso, poi, a pensarci bene.
Tornando ai 5 film settimanali:
1. che dire, Il Codice è quello che è. Scontato, a mio parere una trasposizione più che decente del libro, niente di più. Onore, però, alle musiche. Hans Zimmer: è un genio. Esci dalla sala che non sei in grado di canticchiare neanche una di quelle musiche, ma sai benissimo che il film ti è piaciuto perchè loro erano lì, e ti emozionavano. Senza temi, senza melodie: puro coinvolgimento. Entertaining.
2. La Meglio Gioventù. Considerando che Giordana è a mio parere il più grande regista italiano vivente, non ho parole. La Meglio Gioventù è forse il suo capolavoro assoluto, anche se un paragone con I Cento Passi o con Quando Sei Nato Non Puoi Più Nasconderti è difficile, tanto sono diversi i tre film. Ma cazzo, quanto sono veri gli attori, belli i dialoghi, e appassionante la storia, così normale.
3. Xmen3: effetti speciali mai visti così. Divertente, carino e tutto il resto che si può dire su un film di Xmen. Non annoia, ecco. Ed è un complimento.
4. Jarhead. Dal regista di American Beauty forse mi aspettavo qualcosina in più. A volte un po' lento, nonostante l'indubbia originalità e per quanto sia positivissimo un film su un argomento del genere (querra in Iraq). Attori all'ennesima potenza. Bravi, tutti. La vita dei Marines non è mai stata così sconcertante: ed ho paura che purtroppo sia terribilmente realistica. Senza lode, ma sopra la media.
5. Volver è bellissimo. Almodovar non mi ha mai deluso e non lo ha fatto neanche stavolta. Probabilmente il film dell'anno, e meritava la palma d'oro (ma come faccio a dirlo? Mica l'ho visto quello che ha vinto!!) Comunque. Trama stupenda, attrici (tutte donne, sì) bravissime (Carmen Maura è dio). E poi, la Spagna. Che è quella che è. Cazzo, che nostalgia.
Vedo tantissimi film, io, in generale. La televisione no, non la guardo mai. Mi fa schifo. La trovo stupida, e trovo stupido soprattutto il fatto che sia lei a decidere cosa farti vedere, e non tu.
Ma i film, bhè, di quelli ne guardo a palate. Guardare un film è decidere TU cosa vuoi vedere. Poi, il film può fartelo vedere in maniera bella o brutta, può essere fatto bene o male. Ma sei tu a decidere, cazzo. Quando sono a casa la sera al 90% vedo un film, in un modo o nell'altro: su sky, lo affitto, lo scarico. Quando non sono in casa, la sera, un buon motivo potrebbe essere perchè sono al cinema. Non credo ci siano tante persone che hanno visto così tanti film quanti ne ho visti io. Magari la maggior parte sono puttanate, eh? Non sono uno da film d'autore, men che mai se sono vecchi reperti storici del dopoguerra. Sono uno da film moderni, contemporanei: belli, sì. Ma non pesanti, o incomprensibili, o troppo impegnati. Poi dipende anche dal momento insomma. In generale però mi interesso molto di cinema: conosco, mi informo, se vedo quell'attore o quel regista che mi sono piaciuti, mi informo sugli altri lavori fatti e magari a breve me li guardo. Cose così, insomma. Vado molto orgoglioso della mia cultura cinematografica. Non sono molte le cose di cui vado orgoglioso, poi, a pensarci bene.
Tornando ai 5 film settimanali:
1. che dire, Il Codice è quello che è. Scontato, a mio parere una trasposizione più che decente del libro, niente di più. Onore, però, alle musiche. Hans Zimmer: è un genio. Esci dalla sala che non sei in grado di canticchiare neanche una di quelle musiche, ma sai benissimo che il film ti è piaciuto perchè loro erano lì, e ti emozionavano. Senza temi, senza melodie: puro coinvolgimento. Entertaining.
2. La Meglio Gioventù. Considerando che Giordana è a mio parere il più grande regista italiano vivente, non ho parole. La Meglio Gioventù è forse il suo capolavoro assoluto, anche se un paragone con I Cento Passi o con Quando Sei Nato Non Puoi Più Nasconderti è difficile, tanto sono diversi i tre film. Ma cazzo, quanto sono veri gli attori, belli i dialoghi, e appassionante la storia, così normale.
3. Xmen3: effetti speciali mai visti così. Divertente, carino e tutto il resto che si può dire su un film di Xmen. Non annoia, ecco. Ed è un complimento.
4. Jarhead. Dal regista di American Beauty forse mi aspettavo qualcosina in più. A volte un po' lento, nonostante l'indubbia originalità e per quanto sia positivissimo un film su un argomento del genere (querra in Iraq). Attori all'ennesima potenza. Bravi, tutti. La vita dei Marines non è mai stata così sconcertante: ed ho paura che purtroppo sia terribilmente realistica. Senza lode, ma sopra la media.
5. Volver è bellissimo. Almodovar non mi ha mai deluso e non lo ha fatto neanche stavolta. Probabilmente il film dell'anno, e meritava la palma d'oro (ma come faccio a dirlo? Mica l'ho visto quello che ha vinto!!) Comunque. Trama stupenda, attrici (tutte donne, sì) bravissime (Carmen Maura è dio). E poi, la Spagna. Che è quella che è. Cazzo, che nostalgia.
13 maggio 2006
M. Night Shyamalan
Sono abbastanza un fanatico di Shyamalan. Dopo il Sesto Senso, film che metto tranquillamente nella top ten delle trame più geniali mai inventate, sono tra le poche persone ad aver "apprezzato" anche Unbreakable (operazione commerciale tesa a ripetere il successo del Sesto Senso, ma con scarsi successi...), sono stato terrorizzato da Signs (secondo me una bellissima prova di regia, capace di spaventare pur senza effetti speciali e con due lire di budget), e infine sono stato preso da The Village (ma quest'uomo riesce a inventare sempre trame così belle? Secondo me è così poetica e surreale, la trama di The Village)...
Ho visto quindi con moltissimo interesse il primo teaser di Lady In The Water, uscito qualche tempo fa, nel quale non si vedeva niente se non una presenza inquetante che usciva dall'acqua, a farci morire di curiosità... Oggi è uscito il nuovo trailer, nel quale finalmente si delinea un po' la trama, che così di primo impatto sembra forse un po' sforzata e già vista (un passaggio in una piscina tra il nostro mondo e un altro, popolato da chissà quali creature misteriose); positivissima la presenza di Bryce Dallas Howard, che io amo dopo averla vista in The Village. Staremo a vedere.
Il trailer, lo potete vedere qui
Ho visto quindi con moltissimo interesse il primo teaser di Lady In The Water, uscito qualche tempo fa, nel quale non si vedeva niente se non una presenza inquetante che usciva dall'acqua, a farci morire di curiosità... Oggi è uscito il nuovo trailer, nel quale finalmente si delinea un po' la trama, che così di primo impatto sembra forse un po' sforzata e già vista (un passaggio in una piscina tra il nostro mondo e un altro, popolato da chissà quali creature misteriose); positivissima la presenza di Bryce Dallas Howard, che io amo dopo averla vista in The Village. Staremo a vedere.
Il trailer, lo potete vedere qui
18 aprile 2006
L'Italietta
Le sensazioni che provi quando finisce il film sono troppe per poter dire "certo che quell'attore era proprio bravo" o "quella sequenza l'avrei fatta più corta". Perchè pensi che in gioco c'è tutta la tua vita, in mezzo a quella sequenza là, e quindi come fai?
Non è vero quello che dicono tutti. Secondo me non è così. Il Caimano è fortissimamente un film su Berlusconi. Per essere precisi, è un film sull'italia di Berlusconi, perchè come dice una battuta del film "l'Italia degli ultimi 30 anni E' Berlusconi."
Il film mi è piaciuto molto, lo dico da denigratore assoluto della quasi totalità dei precedenti film di Moretti, ma per per quel poco di oggettivo che rimane in me nel pensare a questo film, bhè è davvero bello. Bellissimo, addirittura.
Ma lascia così tanto amaro in bocca, così tanta vergogna, tristezza, angoscia e voglia di fuggire da qui.
30 gennaio 2006
Brokeback Mountain
Il film è perfetto non c'è molto da dire. Heath Ledger merita l'oscar perchè è bravissimo ed è innegabile, e sfido io a trovare qualcun'altro nei film di questa stagione che lo supera; è un trasformista, non ci sono due film in cui i suoi personaggi si intersecano in nessun aspetto, mai. La fotografia è bellissima, per la prima volta i paesaggi, i colori e le immagini hanno superato nella mia personalissima classifica la potenza visiva di Dolls di Kitano, che fino a ieri rivestiva il ruolo di vincitore assoluto. Niente da fare, qui siamo a livelli inauditi. La scena dei fuochi d'artificio è un quadro per quanto è bella, e poi mille altre immagini: verso la fine una scena in cui uno dei due protagonisti ricorda un saluto dei tempi passati è stupenda per potenza emotiva e per coreografia, se si capisce cosa voglio dire.
La regia e la sceneggiatura anche sono bellissime, la storia non stanca mai in un film in cui il pericolo "noia" o "mielosità" era dietro l'angolo, ma invece mai; siamo sempre coinvolti fino in fondo e ogni personaggio è completo, ha le sue ragioni e la sua totale coerenza nel racconto. I dialoghi, in un film in cui i dialoghi non servono a niente, sono comunque originali e veri, tranne forse una piccola caduta di gusto nel retorico (ossia: "non ci resta che restare in sella, e per noi non ci sono redini"...) ma vabbè, gli si concede senza sforzi.
Il più agguerrito concorrente di Brokeback Mountain qui da noi è certamente Match Point di Allenn, uscito più o meno nello stesso periodo e anch'esso acclamato dalla critica. Io ancora devo vedere quest'ultimo, ma se siete indecisi sono pronto a giurare che il confronto non esiste, senza dubbio. E se nella Terra di Ruini un film del genere arriva al terzo posto al botteghino, vuol dire che è davvero bello. E questo non lo dice chissacchì, cazzo.
Lo dico io.
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