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12 settembre 2006

La tecnica dell'orchestra contemporanea

Oggi, sull'autobus, una scena che mi ha fatto pensare.
Un bambino, avrà avuto 6 anni: come tutti i bambini, si è messo a urlare, a scherzare: ha cominciato a giocare alla guerra con una simpatica signora che si trovava lì vicino. Lascio immaginare i botti, le grida, gli schiamazzi. Tutti nei dintorni eravamo divertiti, affascinati, colpiti da un bambino, tra l'altro molto bello, e così vivace, così pieno di dolcezza.
Tutti sì, tranne una persona: la madre. Che non ha saputo fare altro che rimproverarlo tutto il tempo, trattarlo come un deficiente, come una persona non degna di interesse. L'apice è stato quando il piccolo, in un momento di (troppo) slancio affettivo, ha teso la mano verso la guancia della mamma: e questa, per risposta, non ha saputo far altro che scostarsi, pronunciando le parole "Fermo! Hai le mani sporche!"
Come se i bambini non potessero capire, come se per loro ci fosse un mondo inaccessibile. Quando in realtà, se questo pianeta è qui per un motivo, quel motivo sono loro; non di certo per noi.
Basta un minuto per realizzare che non c'è niente in questa terra che un bambino non potrebbe capire meglio di me. Semplicemente per il fatto che a lui mancano i pregiudizi: e che i pregiudizi non portano da nessuna parte.

Tutto questo mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto ricordare. Forse dovremmo fare un piccolo esame di coscienza: guardare i bambini, e sentirci liberi di commuoverci, di pensare a quanto era bello e a quanto era semplice, a quanto le disgrazie erano lontane. Forse dovremmo sentirci in qualche modo giustificati a ricordare tutto questo, e a rimpiangerlo, anche con qualche lacrima, senza pudore. Forse quella madre aveva bisogno di qualcuno che gli sussurrasse nell'orecchio cose dolci: perchè non vedere la bellezza in un essere così piccolo, per di più il proprio figlio, è indice di qualche mancanza, o forse ( probabilmente) di qualche sbaglio. Non basta dire: "facile, mica è tuo figlio, voglio vedere te quando ci convivi, con un bambino così". Non ci casco più. Ormai ho 23 anni, sono in grado di pensare al futuro anch'io.

Voglio un mondo in cui i bambini possono fare la guerra per finta, e in cui i grandi possano far la pace per davvero.


You wear guilt
Like shackles on your feet
Like a halo in reverse
I can feel
The discomfort in your seat
And in your head it's worse

18 luglio 2006

Un dolore a cui sono abituato


Una settimana. Ancora una settimana di libri e panini, prima del mio ultimo esame della sessione. Prima di dimenticare come sono disposte le lancette dell'orologio prima di mezzogiorno. Ancora pochi giorni e anch'io entrerò in questa strana estate, che si prospetta in due modi. Drammatica, o perfetta. Senza mezze misure. Non è quello che sarà fuori a farmi pendere verso l'una o l'altra cosa: il sole, il mare, il letto; cosa c'è di drammatico? E' quello che ci sarà dentro di me: critiche urgenze che attendono risposte. Intanto conto i giorni, con quel misto di meraviglia e angoscia, quando sei consapevole che poi, quando non avrai più nulla da fare, il tempo sarà tutto più tuo. Ieri sera, l'olimpico, e i depeche. Un assaggio d'estate per farmi godere emozioni incredibili, ma anche per farmi pesare ogni secondo di questa settimana un po' di più. Una serata perfetta, che ha ribaltato i miei orizzonti: un tempo non credevo che un intero stadio potesse ballare. Oggi il libro di elettronica parlava un'altra lingua, quella degli angeli, e cantava, anni '80, come un vecchio pazzo. Lo studio non è stato proficuo. Vedremo domani, quando sarò a meno sei, quando il cuore e la mente saranno ancora più vicini.