I carry your heart with me (I carry it in my heart), I am never without it (anywhere I go you go, my dear; and whatever is done by only me is your doing, my darling). Ifear no fate (for you are my fate, my sweet), I want no world (for beautiful you are my world, my true), and it's you are whatever a moon has always meant and whatever a sun will always sing is you.
Here is the deepest secret nobody knows (here is the root of the root and the bud of the bud and the sky of the sky of a tree called life; which grows higher than soul can hope or mind can hide), and this is the wonder that's keeping the stars apart:
Alle due e cinque di pomeriggio di un ventiquattro agosto particolarmente caldo Diane Olsen si svegliò con la maglietta zuppa di sudore e un paio di short rosa macchiati di cioccolato sulla gamba sinistra. Diane socchiuse gli occhi con un’espressione contrariata sul viso, distese le braccia verso l’alto muovendo il lenzuolo su e giù nel tentativo di far passare un po’ d’aria e poi rimase immobile a fissare il soffitto. La luce filtrava dalle persiane spalancate e le arrivava dritta in faccia, ma lei non si lasciò scoraggiare. Si sforzò a lungo di trovare una posizione comoda per continuare a dormire, provò a girarsi di schiena ma non riusciva a respirare e sentiva troppo caldo, provò a mettersi su un fianco ma in quella posizione non riusciva a prendere sonno, finché alla fine dovette ammettere a se stessa che l’unica alternativa seria che le si parava davanti consisteva nell’alzarsi dal letto e chiudere la persiana. Diane Olsen si trascinò a fatica fino al bordo del materasso, si mise a sedere sul letto con le gambe incrociate e iniziò a imprecare tra sé e sé. Mentre continuava a bestemmiare, sforzandosi di mettere a fuoco le forme intorno a lei, le venne all’improvviso in mente il sogno che aveva fatto appena prima di aprire gli occhi. Aveva in testa diverse figure sfocate, il ricordo era molto confuso, ma concentrandosi molto Diane riuscì a distinguere alcuni dettagli. In quel flusso indistinto di immagini c’era lei che camminava in un bosco freddo e innevato, le sue orme a perdersi nell’oscurità alle sue spalle. Poi c’era un bicchiere di limonata pieno fino all’orlo, Diane lo stringeva nella mano destra e tentava di mantenere l’equilibrio in modo da non farne cadere nemmeno una goccia mentre si muoveva goffamente nella neve fresca tra gli alberi. Nel sogno quella limonata era davvero importante, Diane ricordava distintamente di averla rubata a qualcuno e sapeva anche che quel qualcuno la stava inseguendo per riprendersela. Non riusciva a ricordare cosa ci fosse di così fondamentale in un bicchiere di limonata, ma quell’inseguimento era davvero troppo stressante e così alla fine si era svegliata, zuppa di sudore. Con movimenti lentissimi, dettati dalla stanchezza, dal caldo e dallo sconforto, Diane riuscì ad allungare le gambe in modo da stenderle fino al pavimento. Il contatto delle dita con il marmo freddo le provocò un piccolo brivido di piacere, si allungò ancora fino a toccare il suolo con tutta la palma dei piedi, e così dopo qualche istante smise finalmente di bestemmiare. Sollevò lo sguardo fino alla finestra e guardò fuori fino al palazzo di fronte, i panni stesi ad asciugare nei terrazzi indugiavano immobili, appesi ai fili di plastica, senza neanche un filo di vento a incresparli e a farli dondolare. Non sembravano esserci segni di vita umana da nessuna parte. In effetti era una giornata davvero afosa e Diane Olsen stava morendo di caldo, ed è per questo che in quel momento decise di rinunciare definitivamente a dormire, tese i muscoli delle braccia per darsi una spinta e si alzò in piedi. Appena si mise in posizione eretta fu colta da un piccolo calo di pressione, le si offuscò la vista e dovette appoggiarsi al muro per non perdere l’equilibrio. Prese un lungo respiro, rimase immobile qualche secondo e aspettò che il giramento di testa le passasse. Si sentiva debole e aveva fame. Inoltre percepiva distintamente l’odore di limonata ancora nell’aria, e desiderava averne un bicchiere ghiacciato con tutta se stessa. Diane sapeva perfettamente che nel frigorifero non c’era nulla di lontanamente simile a una limonata ghiacciata, ma con un po’ di fortuna avrebbe potuto trovare una Coca Cola o una Sprite. Il padrone di casa amava le bevande gassate e praticamente non beveva altro. Diane camminò strascicando i piedi nudi sul pavimento fino alla porta della sua stanza, prima di uscire lanciò un’occhiata alla sua figura riflessa nello specchio sopra alla scrivania. Vide una ragazza decisamente troppo magra, con la faccia scavata e un po’ di trucco residuo intorno agli occhi. Scosse la testa e guardò la radiosveglia, spalancò gli occhi per lo stupore. Non si era accorta di quanto fosse tardi. È per tutti questi motivi che alle due e ventisette di pomeriggio del ventiquattro agosto Diane Olsen uscì dalla sua stanza indossando soltanto una maglietta zuppa di sudore e un paio di short rosa macchiati di cioccolato sulla gamba sinistra. Il corridoio era inondato di una luce bianca e fortissima e per non rimanere accecata dovette socchiudere gli occhi. Diane si mosse lentamente sul parquet sporco e scricchiolante, stando ben attenta ad evitare i listelli più sconnessi in modo da non fare troppo rumore. I suoi occhi si posarono per l’ennesima volta sui quadri appesi in serie nel breve pezzo di muro bianco prima della porta del bagno. Vi erano rappresentate le divise da guerra di tutti gli eserciti più famosi della storia. Il padrone di casa era un fanatico di cultura militare e l’appartamento era pieno di riferimenti, più o meno velati, a questa sua grande passione. Diane continuò a camminare passando in rassegna le cornici una dopo l’altra, si soffermò qualche secondo in più davanti alla sua preferita. Era quella che raffigurava la tenuta d’ordinanza dei marescialli francesi durante il periodo napoleonico. Ciò che maggiormente la impressionava non era la sfarzosa decorazione di foglie di quercia in oro ricamate sulla divisa, partendo dal petto fino ad arrivare alle code della giacca e nel rovescio delle maniche; piuttosto Diane era colpita dalla particolare espressione che il ritrattista aveva colto sul viso di quel militare e fissato con la matita sulla carta. In effetti un occhio attento poteva notare senza difficoltà che, fra tutti i soldati ritratti in quella serie di piccoli quadri, il maresciallo francese dell’impero napoleonico era l’unico che stava ridendo. Diane entrò in bagno per fare pipì senza chiudere a chiave la porta. Il padrone di casa era certamente uscito parecchie ore prima per andare a lavoro, e lei era sicura di essere rimasta sola nell’appartamento. Per questo motivo non si preoccupò, una volta soddisfatto il suo bisogno fisiologico, di occupare la stanza per più di mezzora con lo scopo di pulirsi il trucco dal viso e di definire le sopracciglia con le pinzette. Lo specchio rotondo fissato alla parete ingigantiva i dettagli in maniera mostruosa e permetteva di osservare le più piccole imperfezioni della pelle con crudele accuratezza. Diane pensò per l’ennesima volta che era l’ora di comprare un trattamento specifico per mandare via un po’ di brufoli, ma in cuor suo sapeva perfettamente che se ne sarebbe dimenticata anche oggi, come sempre, nel giro di pochi minuti. Quando uscì dal bagno erano ormai le tre di pomeriggio passate. Diane sentì il suo stomaco mormorare rumorosamente per la fame e pensò che era arrivata l’ora di mangiare qualcosa, perciò si diresse verso la cucina. Dopo qualche passo però si fermò con un’espressione sorpresa sul viso, si chiese tra sé e sé come mai la porta di vetro oscurato della cucina fosse chiusa. Il padrone di casa aveva, tra le varie fissazioni che accompagnavano ogni suo movimento, anche quella di lasciare spalancate tutte le possibili aperture dell’appartamento. Diceva che in questo modo era impossibile nascondersi qualcosa, e sosteneva con convinzione che la sincerità e l’onestà fossero requisiti essenziali per una convivenza sana e orientata al bene comune. Diane aveva faticato non poco ad abituarsi a quella regola strana, le cui uniche eccezioni riguardavano la porta del bagno e, soltanto durante le ore di sonno, quella della sua stanza. Per questo rimase assai stupita, per non dire contrariata, nel trovare quel pomeriggio la porta di vetro oscurato della cucina completamente chiusa. Diane aprì la porta con uno scatto di prepotenza, quasi volesse affermare lei stessa che quel movimento era il concretizzarsi di una regola importante, e che nessuno poteva in nessun modo permettersi di infrangerla. Ma Diane dovette convenire subito dopo che non era l’ira, ma piuttosto altro stupore, il sentimento più adatto a quei frangenti. In effetti la situazione era assai strana. Davanti a lei c’era uno sconosciuto, a petto nudo, in piedi davanti al frigorifero, con un cartone di latte in mano.
Era il 1996, e cinque ragazzi provenienti da Glasgow, membri dei Supernaturals, una band semisconosciuta perfino nella scena indipendente britannica, scrissero e pubblicarono una canzone intitolata "Smile". Il singolo floppò clamorosamente, fu ripubblicato qualche anno dopo nella speranzsa di ricevere un successo maggiore, accompagnato da un video dalla fotografia dark e dalla trama troppo banale, sparito dalla circolazione dopo pochissimo tempo, non riuscì mai a sfondare in televisione. I Supernaturals non raggiunsero il successo sperato, la band pubblicò qualche album, trovò un po' di spazio nelle posizioni basse delle classifiche inglesi, e si sciolse dopo alcuni anni nell'indifferenza generale. Chissà se sapevano, quei cinque ragazzi, di aver scritto la canzone più bella del mondo. Il video è perduto nell'oblio. Questo è un fan-made. Perché non siamo soli. :-)
“Ascolta”, dice Beth. “C’è un tipo che ama alla follia una tipa. Questa qui è il genere di ragazza mostruosamente bella, occhi chiari, capelli lunghi e mossi, fianchi sottili, curve definite.”
Stiamo passeggiando per le vie del centro fianco a fianco, ma io oggi non ho affatto voglia di parlare. Ho soltanto voglia di fumare. Ci fermiamo davanti a un bar, protetti da una veranda rossa che pubblicizza la Coca Cola. Mi appoggio al muro e sospiro forte, infreddolito e affaticato.
“Uno schianto”, dico.
“Uno schianto.” Beth strofina le mani tra loro, stringe le braccia sul petto. “Il tipo invece non è niente di che, lavora in un bar come cameriere ed ha anche un piccolo difetto di pronuncia, per cui ogni tanto inizia a balbettare e si perde per strada alcune parole in mezzo alle frasi.”
Guardo il bianco umido che cade dal cielo oltre la veranda, sotto forma di fiocchi piccoli, freddi, ghiacciati.
Sta nevicando.
“Non capisco Beth”, dico. “È una barzelletta?”
Un camion passa lungo la strada, lascia dietro di sé due tracce nere nel grigio chiaro che ricopre l’asfalto. Beth fissa l’aria e la neve, il suo sguardo è così intenso da far tremare le vetrine. Tremo anch’io.
“I due si conoscono perché la tipa va ogni mattina a fare colazione nel bar dove lavora il tipo, e lui si innamora di lei nell’esatto istante in cui la vede per la prima volta.”
“Colpo di fulmine?”
“Sì.”
Allungo una mano oltre la veranda e lascio che alcuni fiocchi mi tocchino il palmo. Li osservo da vicino, mentre si sciolgono bagnandomi le dita, trasformandosi in goccioline sottili e trasparenti. “Non ti seguo”, dico. Scuoto le dita per schizzarle la faccia.
“Il tipo ovviamente non fa altro che pensare alla tipa mostruosamente bella, ogni sera torna a casa dal bar e aspetta che arrivi la mattina dopo per poterla vedere di nuovo.” Beth si asciuga il viso e scuote la testa. “Solo che non trova il coraggio per rivelarle quello che prova, e per un po’ di mesi rimane così, in silenzio, a prepararle il caffellatte senza mai dirle una sola parola.”
“È una barzelletta.”
“Poi una sera decide di fare il grande passo e dichiarare il suo amore. Si prepara davanti allo specchio, ripete quella frase mille volte, cercando la sfumatura adatta, pesando ogni parola, sono mesi che non penso ad altro che a te, ti voglio soltanto dire che ti amo da morire, e basta”, Beth intona la voce dandole un’impostazione autoritaria, decisa, esclusiva. “Il cameriere sa bene che non può sbagliare.”
La neve cade sempre più fitta, confinandoci in quello spazio minuscolo. Mi muovo fino a raggiungere la parete invisibile che separa l’aria sgombra dal ghiaccio.
“Così il mattino dopo il tipo si spruzza il profumo, si sistema i capelli e arriva al lavoro mezzora prima”, continua. “Sussulta ad ogni cliente che entra nel bar, ogni volta abbassa lo sguardo deluso che non sia il suo amore. E poi, finalmente la vede entrare, mostruosamente bella, con il suo portamento eccezionale.” Beth mima la scena con le mani. “La tipa ordina il solito caffellatte, lo beve tutto in un sorso, si mette la borsa sulle spalle e sta proprio per andare via quando il tipo le posa una mano sul fianco e la fissa negli occhi. Lei ovviamente non capisce e rimane così, un po’ spaventata, senza sapere cosa fare. Vorrebbe dire qualcosa, vorrebbe chiedere se è tutto a posto, ma non fa in tempo a parlare perché sente il cameriere sussultare.” Beth si ferma in una pausa molto teatrale. Guarda il cielo. “La ragazza sente il tipo esclamare ad alta voce: sono mesi che ti voglio da morire, e basta.”
Scoppio a ridere. “Alla faccia del perdersi qualche parola”, esclamo.
Beth mi azzittisce con gli occhi e con un dito vicino al naso. Smetto subito. Non devo ridere. Non è una barzelletta.
“Come pensi che abbia reagito la ragazza?”, mi chiede Beth. È la domanda più importante del mondo.
Allungo ancora la mano oltre la veranda per raccogliere un po’ di neve. Questa volta mi fermo a lungo. Dopo qualche istante mi accorgo che in realtà il ghiaccio è molto meno freddo di quanto sembri. Aspetto finché la mano diventa completamente bianca. Poi parlo.
“Lo bacia”, dico.
Beth si gira di scatto. Mi guarda, si illumina di un sorriso che non vedevo da tanto tempo.
Annuisce. “Lo ama.”
Ritiro il braccio, passo la neve tra un palmo e l’altro a formare una palla compatta e precisa. Soppeso quel mucchio di neve con la mano. Ho una voglia pazza di una sigaretta.
“Torno subito”, le dico ad occhi bassi.
Muovo qualche passo sotto la neve, la sento penetrarmi nel collo e raffreddarmi la pelle.
“Guarda che lo so”, mi risponde Beth. “È inutile che vai a nasconderti da qualche parte.”
Mi fermo, alzo lo sguardo su di lei, torno rapidamente sotto la veranda.
“So che hai ricominciato a fumare”, dice lei con aria indifferente. “Quella roba uccide, ammazzati davanti a me se davvero credi che ne valga la pena.”
Rimango zitto. Sento un rivolo d’acqua ghiacciata scendermi lungo la schiena, ho un brivido lungo un’eternità.
Tiro fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca della giacca, ne prendo una. La giro tra le mani, la annuso. Camel Blue. Come ai vecchi tempi. Ne annuso una, sento quell’odore di tabacco dolce e liquoroso, la infilo tra le labbra e rimango così, con gli occhi di Beth puntati su di me come fiamme ossidriche.
Prendo un lungo respiro.
Poi senza dire niente spalanco le labbra e mentre la sigaretta vola verso la strada lancio la palla di neve con tutta la forza che ho in mezzo al niente, prendo Beth per mano e inizio a correre in mezzo a tutto quel bianco. La sento urlare dietro di me ma non mi fermo. Dopo qualche passo Beth smette di fare resistenza e comincia a muoversi veloce, appare al mio fianco, corre anche lei accanto a me e siamo rapidi, e potentissimi, distruggiamo ogni muro, voliamo trascinati dal vento e urliamo al mondo le nostre velocità. In quella corsa insensata attraversiamo la piazza grande, proseguiamo sul viale e neanche la salita riesce a fermarci, poi giriamo circondando la cattedrale e facciamo vibrare le vetrate gotiche, squarciamo la nebbia e lasciamo un turbine di foglie secche dietro a noi, arriviamo dritti davanti alle luci della galleria e ci fermiamo davanti a una vetrina addobbata con un’infinità diorigami colorati. Guardo Beth, mi guarda anche lei. Sposto gli occhi sulla vetrina e mi riempio la vista.
Parlo, e dalla bocca mi esce fiato, sputo, voce, e tutto sembra avere un senso.
“Non ti pare che sia questo il motivo per cui valga davvero la pena respirare, Beth?”, indico la vetrina, gli origami, e ancora più in là, indico le nostre lacrime sospese nel vento.
Beth riprende fiato affannata per la corsa, stanca ma ancora fiera, e mostruosamente bella. Il paesaggio dietro di lei è bianco. Ma lei no. Non è bianca.
Noi due siamo diversi.
All’interno del negozio si accende una luce e il riflesso di quei mille origami ci abbaglia entrambi.
“Eccome se ne vale la pena”, dice lei, e ingoia saliva.
Rimaniamo lì ancora un po’, immobili, a piangere colori.
Il giorno dopo è sempre tutto distante, e scivola. Cannuccia - prendi fiato - succo di pera. Per ore. Due pesi da un chilo per formare i bicipiti. Oggi vanno su e giù a meraviglia. Braccia riposate da pochissime ore di sonno. Testi spezzettati. Lettura difficile, da un po' di tempo ci piace. Come i fumetti, anche i fumetti sembrano più belli. Aaugh! Coff. Mumble mumble? Così è se vi pare: la scienza non è adatta alla mattina, meglio la sera o il pomeriggio. Bufala e pachino, invece: accoppiata vincente ad ogni ora. Con un po' di saliva. Voglio giocare ad imparare più nomi possibili. Ordine alfabetico. A. B. C. D. E. F. Arrivo a metà e sono stanco del gioco, ricordo fino ad F. Sono stanco del gioco. Due settimane dovrebbero bastare ad esser punti da zanzare sovrumane. Ninna nanna. Non ricordo le parole. Te la canto a bocca chiusa. Ad aprirmi la bocca ci pensi tu? Faccio un bagno sotto la doccia. Penso. Annuso le mie mani in continuazione. Cosa annusi? Le mie mani. Perchè? Profumano. Davvero? Già. Non l'avrebbe mai detto. Google - immagini - love - LOVE LOVE LOVE! - http://images.google.it/imgres?imgurl=http://eomtc.com/fractals/heart%2520of%2520love.jpg&imgrefurl=http://mayak.splinder.com/archive/2004-04&h=300&w=300&sz=19&hl=it&start=6&tbnid=w5dAHtJauNvoCM:&tbnh=116&tbnw=116&prev=/images%3Fq%3Dlove%26gbv%3D2%26hl%3Dit%26sa%3DG Squilla il telefono. Rispondo. Chi è. Io. Tu. Io. Gli manca il mare e vuole andarci. Ma l'hamburger a pranzo non si può mangiare. Fa caldo. Fa male. Leggo un libro. Se una notte d'inverno un viaggiatore. Asp asp, fermi tutti. E' estate.
Ho i capelli bianchi, lunghi e lisci, mi cascano sulle spalle con precisione impossibile. Indosso una tuta aderente viola, tuta da guerriero.
Davanti a me c’è un uomo alto due metri e dieci centimetri, con un paio di pantaloni rossi e neri, il petto nudo, gli addominali scolpiti. È mezzora che tento di ucciderlo.
Si chiama Jim Kazama.
“Fai la combo!”, dice Chris, sollevando la testa dalla mia spalla.
Jim si avvicina con fare minaccioso.
“Cos’è la combo?”, chiedo, e intanto schivo un calcio a forbice saltando all’indietro.
“Premi prima croce e poi tondo e intanto fai la mezzaluna in alto verso destra”, esclama. Per lui è una cosa ovvia.
Spreco secondi preziosi a cercare il tondo. Per un attimo mi tremano le dita e perdo la concentrazione, la Playstation sguscia via dal mio controllo. Nel frattempo ricevo due cazzotti in faccia e un calcio volante.
“Così?”
Ho trovato il tondo.
“Così!”
Lee si mette in equilibrio sulle mani e inizia a girare allargando le gambe, diventa una specie di elicottero umano, con i suoi capelli bianchi a sfiorare il suolo e i suoi piedi a colpire Jim sulla faccia. Pum, pum, paah.
“Ora premi croce velocissimo”, urla Chris. È eccitato. “Più veloce dai, lo stiamobattendo!”
Premo croce alla velocità della luce. Lee inizia a dare cazzotti, prima lentamente e poi uno dopo l’altro sempre più rapidamente, finché le braccia si confondono una con l’altra e diventano un’arma unica, inesorabile, micidiale. Jim prova a difendersi, para qualche colpo, ma incassa tutti gli altri e sono abbastanza. Bastardo. Jim stramazza al suolo.
Jim muore.
“Vittoria!”, urliamo. Lo diciamo insieme, a voci sovrapposte, e mi sembra di aver vinto la battaglia più importante della mia vita.
Mi fa male il pollice sinistro, è tutto arrossato e indolenzito. Poso la Playstation sul bracciolo del divano e mi alzo con un salto fintamente pirotecnico, poi tendo i muscoli delle braccia mostrando i bicipiti a un pubblico immaginario. Faccio dei versi gutturali, mi inchino.
Guardo Chris dritto negli occhi. Lee saprebbe cosa fare. Saprebbe che non è ancora abbastanza.
“Sai una cosa Chris?”, dico.
“Cosa?”
“Ho deciso che ora giochiamo a un gioco.”
Sgrana gli occhi, fa la V con le sopracciglia. Vedo un guizzo improvviso attraversargli il volto. “Giochiamo a esprimi un desiderio”, dico.
Mi guarda perplesso e divertito, distende le labbra per lo stupore. Prima quello inferiore, poi quello superiore. Rimane così, con la bocca spalancata. Non capisce.
“E come si gioca?”, dice dopo un sacco di tempo.
“Beh, è semplice.” Avvicino una mano al suo viso e gli stringo il naso per fargli il solletico. “Funziona così. Tu adesso esprimi un desiderio, qualsiasi cosa che ti venga in mente, e me lo sussurri all’orecchio. E io faccio di tutto per esaudirlo il prima possibile.”
Chris accusa il colpo ritraendo la testa all’indietro fino a farla sbattere sullo schienale del divano. Mi guarda, e nei suoi occhi verdissimi c’è scritto: quand’è che mi dici che è tutto uno scherzo?
“Non è uno scherzo Chris”, annuisco. “Puoi chiedermi tutto quello che vuoi.”
Ci pensa un momento. Tira su col naso.
“Tutto tutto tutto?”, chiede.
“Tutto tutto tutto.”
È sconvolto.
Ora è abbastanza perfino per un guerriero.
Mentre pensa al suo desiderio Chris rimane zitto per un sacco di tempo. Sta riflettendo attentamente, ne ha uno solo e non può sprecarlo. Sa bene che fortune simili non capitano spesso. Io alzo gli occhi sull’orologio nello scaffale della libreria. Sono le dieci e mezza di sera.
Vado a lavarmi i denti, mi spruzzo un po’ di deodorante al talco e mi sistemo i capelli. Mentre esco dal bagno lancio una rapida occhiata allo specchio, alla mia immagine dall’altra parte. Questa camicia mi sta perfetta. Anche questo sorriso. Mi sta perfetto.
Mamma è seduta sul letto a guardare la tv. Passo davanti alla sua stanza e mi fermo un momento ad osservarla. Sembra troppo assorta per accorgersi di me, nemmeno si gira a guardarmi. Ha tolto il sonoro della tv, sullo schermo si vedono due uomini che litigano animatamente tra loro ed è stranissimo vedere i loro gesti scomposti senza sapere cosa si stiano dicendo. Distolgo lo sguardo e mi allontano, e in quell’istante sento la voce di mia madre.
“Stai attento”, dice. La guardo. Non mi guarda.
Faccio un passo indietro, lei continua a fissare lo schermo, fatico un po’ a rendermi conto che mi ha parlato davvero.
“Attento a cosa?”
Mamma si allenta un po’ il foulard intorno al collo, si raccoglie i capelli tra le mani e li lascia cadere sulle spalle.
“A Christopher.” Si osserva le dita con disappunto, soffia via un capello morto. Poi torna con gli occhi sulla televisione.“Io so cosa desidera.”
“È solo un bambino mamma.”
Lei socchiude gli occhi, come a concentrarsi ulteriormente su quegli uomini che vivono dentro la televisione, e che si muovono in quel modo strano.
“È vero”, dice. Inarca le labbra in un sorriso sforzato. “Ma lo sei anche tu.”
Torno in salone e mi avvicino al divano. Dal soffitto arriva il suono di una sparatoria, grida scomposte, una musica struggente. Poi il rumore di pneumatici sull’asfalto, la sirena di un’ambulanza. Per un momento alzo la testa, poi torno a fissare Chris. È la tv della vicina. Chissà se è lo stesso film che sta guardando mamma.
“Hai pensato al desiderio?”, gli dico.
Lui annuisce.
Vuole un gioco della Playstation,un dvd dei cartoni animati. No, troppo poco. Forse vuole una Playstation tutta nuova o forse uno stereo. Io alla sua età avevo uno stereo fantastico. Bastava scuoterlo un po’ e la rotella del volume si illuminava di blu.
“Allora dimmelo”, continuo.
Mi siedo di nuovo accanto a lui, raccolgo le gambe e appoggio il mento sulle ginocchia. Chris sposta lo sguardo su di me. È uno sguardo ed è anche un segreto.
Avvicino l’orecchio alle sua bocca.
“Stasera esci con David?”, sussurra piano.
Stavolta sono io a sgranare gli occhi.
“Sì.”
Chris tira fuori la lingua ed esita un po’ prima di parlare di nuovo. Con le labbra mima: tutto tutto tutto e mi sorride.
Lo sai meglio di me che l’estate è il periodo dell’oscurità. È il periodo in cui muoiono gli uccelli, in cui il cielo tuona quando è sereno. Io correvo, l’altro giorno, ed era estate. Correvo per non toccare terra troppo a lungo, correvo per dare un senso a quel fottuto mal di testa, perché avevo paura di rimanere incollato sull’asfalto, di rimanere incollato. Correvo. Poi come al solito ho pensato a te. È stata colpa del vento. Soffiava troppo in fretta, mi ha colpito sul fianco. È stata colpa del vento se ho pensato a te e ho iniziato a cadere giù dalla strada. Questo passaggio mi manda in bestia, quando ci ripenso. Questo fatto di cadere giù dalla strada. La gente normale cade dall’altalena, o cade dal letto o dalla sedia. La gente molto distratta al massimo cade dalle nuvole; e se proprio deve starci di mezzo una strada, la gente normale ci cade sopra. Ma tu mi fai cascare dalle strade, ti rendi conto di che potere hai? Perciò quando sono tornato a casa mi sono buttato a strisciare per terra e ho provato a farlo a comando. Pensavo a te e vedevo cosa succedeva. Ho preso un sacco di polvere. Mi si è ingarbugliato il filo del telefono sulla caviglia e ho fatto un macello, è caduto portandosi appresso i soprammobili preziosissimi di mia madre. Lei è venuta in salone a vedere cosa fosse quel casino, mi ha fissato con aria indispettita e ha chiesto. “Sei pazzo?” Con il punto di domanda. Io mentre raccoglievo le poche cose rimaste intatte le ho detto. “No, stavo provando a cadere giù dal pavimento.” Lei si è irritata ancora di più. Mi ha risposto. “Sei pazzo.” Stavolta senza punto di domanda. E poi è andata via, pazza mia madre, pazza e stanca. L’estate è il periodo dell’oscurità, e ho pensato fosse colpa anche del tempo. Lo diceva il mio oroscopo. A giudicare dalla posizione di Venere la giornata riserverà grandi sorprese: orologi rotti e novità da esplorare il prima possibile, una più spiccata curiosità analitica, una sincera innocenza, un maggiore senso di meraviglia. Questa attesa non sembrava convenirmi. Sono uscito di nuovo e sono entrato in una gioielleria. Ho scelto un ciondolo. Verde come i tuoi occhi verdi. Il tizio della gioielleria mi ha detto. “Non si sposa con la tua pelle.” Allora ne ho scelto un altro, verde anch’esso come i tuoi occhi verdi. Il tizio ha continuato a guardarmi. “Nemmeno questo, scegline uno di un altro colore.” Ma come è possibile, i tuoi occhi sono verdi e gliel’ho fatto notare, avevo una foto con me, occhi verdi, ecco, guardi qui. Il tizio della gioielleria ha scosso la testa. “Cambia pelle.” Mi ha detto. L’estate è il periodo dell’oscurità e così sono tornato a casa e ho acceso la tv per guardare i quiz. Elegante roditore. Mustelide. La montagna più alta degli stati uniti. Monte McKinley. Il significato della parola nosocomio. Ospedale. I fantasmi esistono. Sì.
The broken clock is a comfort, it helps me sleep tonight Maybe it can stop tomorrow from stealing all my time I am here still waiting though i still have my doubts I am damaged at best, like you've already figured out
I'm falling apart, I'm barely breathing With a broken heart that's still beating In the pain is there is healing In your name I find meaning So I'm holdin' on, I'm holdin' on, I'm holdin' on I'm barely holdin' on to you
The broken locks were a warning you got inside my head I tried my best to be guarded, I'm an open book instead I still see your reflection inside of my eyes That are looking for a purpose, they're still looking for life
I'm falling apart, I'm barely breathing with a broken heart that's still beating In the pain is there is healing In your name I find meaning So I'm holdin' on, I'm holdin' on, I'm holdin' on I'm barely holdin' on to you
I'm handin' on another day Just to see what you will throw my way And I'm handing on to the words you say You said that I will be ok
The broken lights on the freeway left me here alone I may have lost my way now, haven't forgotten my way home
Sociopathic, affected by strong personality disorders. Often drunk in public, fK is selfish and perverse. He shows an exceptional natural capacity of intellect, especially as shown in creative and original work. As a child prodigy, he mastered many skills at an early age. Nowadays fK is universally acclaimed as one of the greatest speakers of our times. He loves reading books and cooking eggs.