04 aprile 2008

Leggende

C’è un isola che appare tra i flutti di un oceano profondissimo dove agli uomini crescono i capelli al contrario; a venti anni quel groviglio li rende pazzi e si divorano a vicenda: per questo rimangono giovani. C’è nel cuore della giungla una tribù di cacciatori che hanno addomesticato le pantere e le cavalcano come fossero destrieri; quando un animale viene ucciso in battaglia, il cavaliere si toglie la vita, in segno di rispetto. Nascosta nelle alte montagne del Perù una scimmia ha imparato a parlare la lingua delle persone, spaventa gli erranti con le sue grida e le sue bestemmie: i contadini la chiamano Dio e costruiscono templi in suo onore. Su una nave un gruppo di pirati ha un occhio solo: l’altro l’hanno cavato l’uno all’altro, così da non temere le distanze più lunghe e raggiungere ogni angolo del globo. Raccontano alcuni viandanti solitari che tra le vie di Praga si incontra una zingara che ha sfuggito la morte ed ha più di trecento anni, nelle sue mani rimangono i segni di una vita tra guerre e carestie, nella sua memoria si incontrano le generazioni. Un villaggio nel mezzo della prateria ha costruito un muro tutto intorno; agli uomini non è permesso uscire: le donne invece possono arrivare all’esterno e procreare con la gente di fuori. A 12° 27’, 41° 55’ c’è un uomo che ogni giorno si sveglia con lo stesso pensiero in testa: pazzo, lo chiamano tutti; ma lui sa di essere sano.

Time to pretend

Mi sento violento, mi sento nudo, sono all'inizio della mia vita,
è l'ora di fare un po' di musica, di fare un po' di soldi, di trovare qualche modello per le nostre mogli.
Io andrò a Parigi, mi farò qualche pera di eroina e scoperò con le stelle,
tu dipenderai dall'isola, dalla cocaina e dalle macchine eleganti.
Questa è la nostra decisione: vivere veloci e morire giovani.
Ho avuto l'illuminazione, ora iniziamo a divertirci.
E' opprimente, ma cos'altro potremmo fare?
Trovare lavoro in qualche ufficio e svegliarci come pendolari mattinieri?
Dimentichiamoci delle nostre madri e dei nostri amici:
siamo destinati a pretendere,
a pretendere.
Mi mancheranno i parchi gioco, gli animali e scavare cercando vermi,
mi mancherà il conforto di mia madre e tutto il peso del mondo,
mi mancherà mia sorella, mio padre, il mio cane e la mia casa,
e mi mancherà la noia e la libertà e tutto il tempo passato da solo.
Ma non c'è niente, niente che possiamo fare;
l'amore va dimenticato, la vita può sempre ricominciare da capo.
I modelli avranno figli, noi otterremo un divorzio,
troveremo altri modelli e tutto seguirà il suo corso.

Poi affogheremo nel nostro stesso vomito, e quella sarà la fine.

MGMT

[aiutatemi a capire]

03 aprile 2008

E' l'ora di pretendere

[non posto mai due canzoni una dopo l'altra. ma questa volta il colpo di fulmine mi ha impedito di aspettare. enjoy.]

MGMT - Time to pretend

01 aprile 2008

Wish I was old and a little sentimental



Voglio spiccare sulla masse, calpestare la plebe, voglio uccidere se necessario. Pretendo l'egoismo che ho, e ne voglio ancora per usarlo per abusare di tutti quanti. Voglio sedermi sulla cima delle vostre teste per guardare dall'alto e spaccarvi il cervello mentre salto ancora più su. Poi voglio te su quel cazzo di letto e ti voglio adesso. Voglio il tuo amore per farti del male.

Se fossi qui ti stuprerei.

30 marzo 2008

Inghiottire il buio

Sorgeva il sole quando s'incontrarono sul Ponte Vecchio. Arancione e terra di Siena sopra l'Arno, e una sfera magenta che inghiottiva il buio. L'uomo trovò in quel preciso momento il significato stesso della sua vita, fatta di vuoti, di attimi e di immagini, e pensò che mai lo avrebbe potuto dimenticare: quella donna, quegli occhi, quell'istante e quel luogo sembravano parte di uno schema divino profondo e meticoloso. Insegnavano rispetto, e donavano dignità al suo lavoro. Pensò anche che era bellissima, lì, in quel vestito stretto e lungo. Perfino il suo profumo sembrava avere sostanza.

Si scambiarono poche parole e molti sospiri, si nutrirono l'uno con il fiato dell'altra. Sembrava quasi potessero soffocarsi a vicenda. Camminarono vicini, giocando a rincorrere le ombre. Quando lui aprì il portone una lama di luce affettò l'atrio del suo appartamento, sembrava potesse tagliare anche l'equilibrio tra di loro, tanto era fragile, impalpabile. C'erano un letto, una sedia e un cavalletto, in quella casa. C'era la quiete di un lavoro fatto di gesti precisi.

I vestiti caddero uno dopo l'altro; in volo, leggeri, sembravano foglie ancora verdi ma già rifiutate da un albero sbadato. Scena terribile, quel suo denudarsi. Poi, quando ormai tra la pelle e l'aria c'era solo altra aria, si sciolse i capelli; e quel rosso vivo e vagabondo irruppe nell'ambiente vibrando come vibrano le ali di una libellula in volo. Quindi si fermò, in piedi, immobile; ed il silenzio che scaturì da quel suo evitare i gesti sembrava destinato a celebrarne la bellezza. Con le labbra ella stessa lo distrusse in un soffio, però. Sussurrando.

"Mi renderai più bella?"

Sembrava riflettere una lunga risposta, quell'uomo. Ma in cuor suo, in realtà, si sforzava a immaginare una bellezza migliore di quella. E falliva ad ogni suo tentativo. Quei minuti servirono a poco, soltanto a dar peso a una sola parola.

"Impossibile."

"E allora, che cosa farai?"

Di nuovo una pausa, questa volta la risposta era pronta ma in sè nascondeva la vita di quell'uomo. Difficile parlare, quando hai nelle parole una vita intera.

"Ti renderò eterna."

Lei stesa nel letto, lui in piedi o seduto, la tela a dividere in due quello strano connubio. Le dita erano sporche di mille colori, in mano un pennello ed in testa uno sguardo impegnato. Nel bianco di un quadro prendevano forma le curve di un corpo perfetto. Passarono giorni e la tela mostrava due occhi, passarono mesi ed apparve anche il naso, la bocca soltanto lo impegnò per un anno.

Non dissero niente, lei ferma aspettava senza guardare mai altrove se non in quel punto preciso nel mezzo dell'aria, dove aveva riposto dal primo istante la speranza e l'attesa. Nel mentre lo sguardo dell'uomo era fisso nel quadro, l'immagine di lei tutta nella sua testa. Era meticoloso nei modi, preciso nel muovere i colori senza sbagliare mai. Aggiungeva filamenti di luce, compiaciuto di ciò che appariva pian piano. Il tempo scorreva frettoloso, e chissà quanti anni passarono quando lui finalmente disse.

"Ho finito."

Fu allora che per la prima volta sorrise. Aveva, davanti, la donna più bella del mondo. Il ritratto perfetto, immagine di qualcosa di troppo potente per essere vero.

"Ho finito!"

Ribadì, prima di alzare gli occhi verso il letto. Ma nessuno rispose al suo fuoco di gioia. Distesa, una vecchia piangeva la vita perduta a farsi dipingere. Non aveva più giovinezza, quel corpo, era brutto e rugoso. La donna si alzò con le gambe tremanti, raccolse il vestito da terra e lo indossò per coprire le pieghe di un seno ormai sfatto. Si avvicinò al quadro, che mai aveva potuto vedere in quegli anni infiniti. Ma appena con lo sguardo toccò la bellezza di quella tela, il suo cuore non resse. E si fermò. Cadde al suolo goffamente, quando il viso toccò terra era già morta. Urlò, l'uomo. Gridò esclamazioni ormai vane, pestò i piedi, si strappò i capelli.

Poi tacque, di un silenzio fetido come il corpo ai suoi piedi. Pieno di rabbia sollevò il dipinto e lo lanciò, lo spezzò in due, poi con le scarpe lo polverizzò. Uscì dalla stanza chiudendo la porta dietro di sè. Sparì nel nulla, e nessuno seppe mai più niente di lui. I ricordi di chi lo conobbe svanirono presto.

Nel pavimento di quella casa però rimase un pezzo di tela un po' più grande degli altri. C'erano dipinte due labbra socchiuse. Brillavano di una bellezza innaturale. Rosse come il sole che albeggia, anch'esse sembravano inghiottire il buio.

La Pivetti e il linguaggio

In occasione dell'undicesimo anniversario del naufragio della Kater I Rades (nel quale morirono 108 cittadini albanesi che tentavano di raggiungere l'Italia) torniamo a chiedere a Irene Pivetti perché mai, il 27 marzo del 1997, lanciò la proposta di "buttare in mare" i migranti irregolari. Un anno fa, in occasione del decennale della tragedia, ponemmo lo stesso quesito e annunciammo che, in assenza di una risposta, l'avremmo riproposto a ogni anniversario. La risposta non è arrivata ed eccoci nuovamente qua. Sia chiaro: non c'è alcun accanimento nei confronti di Irene Pivetti. Siamo tra quelli che hanno apprezzato la sua decisione di abbandonare l'attività politica e anzi hanno sperato che quella scelta coraggiosa fosse assunta a modello da altri. Inoltre alla collega Pivetti va dato atto che quella sua frase agghiacciante è stata in seguito superata da altre e, insomma, non è più ai vertici delle dichiarazioni razziste pronunciate da politici italiani. In questi anni abbiamo sentito e visto ben altro. Dalla maglietta di Calderoli che riuscì a scatenare una rivolta in Libia, alle perplessità di Gianfranco Fini attorno al nero Barak Obama. ...[CONTINUA SUL LINK]


[da Repubblica - Gli Altri Noi]

26 marzo 2008

Attacchi di panico

Capita che ti svegli alle cinque del mattino e ti senti colpevole. Mortalmente colpevole. Per colpe assurde, tipo non essere riuscito a metterti nel lato giusto del letto durante la notte, o per la paradossale paura di non riuscire a dormire quando ne avresti un bisogno estremo. Entri in un circolo vizioso e senti il petto diventare pesante fino a farti male, malissimo, e a quel punto sei fregato. Accendi la luce e cominci a respirare forte, l'aria fresca che ti entra nei polmoni ti rilassa quel tanto che basta ad avere qualche pensiero lucido. Pensi che forse basterà leggere un po', apri il libro e scorri qualche riga, rileggi le stesse parole dieci, venti volte, e ti accorgi che in realtà non stai capendo niente, il tuo pensiero è altrove, è di nuovo laggiù.
Ti alzi nel cuore della notte per farti una camomilla doppia; mentre metti il pentolino sul fuoco non puoi fare a meno di notare che la superficie dell'acqua sta tremando, di un tremore che ti attraversa corpo e mente. Passerà, continui a dire a te stesso. Passerà. Fumi una sigaretta, ti nausea, ma quella vertigine allo stomaco almeno distoglie un momento il senso di pericolo da quell'irrealtà che lo avvolgeva e lo dirige su qualcosa di realmente sgradevole, consolazione necessaria, al momento.
Mentre inghiotti quel liquido che hai dolcificato in eccesso fumi ancora, senti lo stomaco ribollire e pensi che forse ce l'hai fatta; torni a letto e spegni la luce. Passano pochi minuti ed ecco tornare il senso di colpa, questa volta è ancora più forte perchè è accolpagnato dalla nausea che hai provocato appena prima. Hai inglobato quel fenomeno fisico nella tua proiezione mentale rendendola, di fatto, ancora più vera. Cominci a girarti nel letto e provi a scappare dai tuoi pensieri ricorrendo ai metodi più stupidi. Niente.
Accendi il computer, l'orologio segna le 5.33, sembra passata un'eternità da quando hai aperto gli occhi, ma in realtà sono solo pochi minuti, pochi fottutissimi minuti. Fai un giro su internet ma a quest'ora di notizie interessanti ce n'è davvero poche. Grazie a dio finisci per caso su un sito di giochi in flash, per la disperazione clicchi qua e là un po' a caso e ti ritrovi a giocare a pang, quel videogame in cui devi distruggere della palle enormi che rimbalzano con una pistola senza farti schiacchiare. Finisci un po' di quadri ed effettivamente le dita tremano molto meno di quando hai iniziato.
Torni di nuovo a letto, stavolta è fatta, pensi. Stavolta è fatta. E' di nuovo buio ed è di nuovo colpa, ma sei una persona intelligente e hai voglia di vincere anche questa sfida, perciò dirigi il pensiero verso pang, giochi qualche partita mentale, roba da matti, ma senti il respiro diventare meno affannato e al momento è la cosa più bella del mondo. Stai per addormentarti di nuovo quando fai l'errore più grande di tutti: diventi consapevole di essere in quella soglia tra il sonno e la veglia. E provi a sbilanciarti verso il dormire; torna la colpa, ed è ancora più pesante perchè adesso gli si aggiunge la consapevolezza di non riuscire a combattere nonostante un a collezione di armi non indifferente. La camomilla, le sigarette, il libro, pang: sono tutti motivi di vergogna. L'ansia è insostenibile.
Capisci che così non puoi andare avanti, la tua mente arriva a pensare di fare qualcosa di definitivo, l'autocontrollo che ti rimane è ancora tanto grazie a dio; ma così non puoi andare avanti davvero, devi fare qualcosa. Accendi la luce per l'ennesima volta, sono le 6.21, almeno tutto quel casino è servito a perdere più tempo possibile. Cominci a togliere tutta la roba dal letto. Cuscini, libri, vestiti; quando rimangono soltanto il piumone e il tuo corpo ti sposti tutto dall'altra parte, sembra un'altro posto da laggiù, un'altra casa, un altro letto. Socchiudi gli occhi quel tanto che basta a percepire la luce filtrare da sotto le persiane e ti metti ad aspettare. Il fiato è ancora rapido e affannato, il petto è pesante, la mente poco lucida, e tu aspetti.
Qualcuno si sveglia in casa, senti le porte aprirsi, lo sciacquone del bagno. Ti attacchi con la mente a questi rumori, alla consapevolezza che qualcuno di vivo è a pochi metri da te. Senti i muscoli rilassarsi un po', ma rimani all'erta questa volta. Ti alzi, ancora; hai un sonno pazzesco, sai di aver mandato a puttane l'esame del giorno dopo, oggi non studierai molto. Ma al momento è la cosa meno importante del mondo, già soltanto sopravvivere ti sembra incredibile. Esci dalla camera, vai in cucina e metti su un caffè. Inghiotti rapidamente un'intera macchinetta. Fa schifo ma ti piace quell'amaro in bocca.
Ti siedi sul divano ed aspetti, ancora. Senti una presenza alle tue spalle e una voce, parole che ti entrano in testa e ti puliscono dentro. "Già sveglio?", dice.
"Buongiorno papà", rispondi. Sono le 7.02, e non ne sei ancora uscito.

23 marzo 2008

Uomo

C'era un uomo che uscendo ogni mattina dalla porta di casa salutava il citofono. "Ciao", diceva con affetto, mimando il gesto con la mano e sorridendo. Poi andava a fare il suo lavoro ed era bravo, programmava in una azienda in qualche posto, a pranzo mangiava il suo panino con la mortadella davanti allo schermo del computer per non perdere tempo, poi lavorava fino alle sette di sera. Nella strada del ritorno si fermava un'oretta in palestra, faceva mezz'ora di pesi e mezz'ora di vogatore, voleva rinforzare il torace e gli arti superiori. Poi a casa salutava sua moglie con un bacio sulle labbra, né troppo tenero né troppo passionale, sempre il giusto; lei ricambiava il suo amore con un pasto caldo già pronto in tavola, cucinava bene e le piaceva sbizzarrirsi con la fantasia. Spesso dopo cena si guardavano un film abbracciati sul divano, lei piangeva sempre lui soltanto qualche volta; non si addormentavano mai perchè ad entrambi piaceva il buon cinema, dopo rimanevano in piedi fino a tardi a discutere della bravura di questo o quell'attore, o dell'estrema eleganza della fotografia. Poi andavano a letto e a luci accese facevano l'amore: quasi ogni sera, a parte quando lei era indisposta; lui conosceva bene il corpo dell'amata e sapeva come farla stare bene, e i loro corpi si muovevano in un'armonia perfetta. Poi uno dei due allungava un braccio e spegneva la luce, nel buio si tenevano per mano e dopo gli ultimi sguardi in penombra chiudevano gli occhi. Poi al mattino l'uomo si alzava senza fare rumore, si vestiva in bagno e si spruzzava appena una goccia di un profumo discreto ma buono. Quindi usciva di casa e, come ogni mattina, salutava il citofono: "ciao", diceva con affetto, mimando il gesto con la mano e sorridendo.
E' pazzo, un uomo così?

The passenger seat


I roll the window down
And then begin to breathe in
The darkest country road
And the strong scent of evergreen
From the passenger seat as you are driving me home.

Then looking upwards
I strain my eyes and try
To tell the difference between shooting stars and satellites
From the passenger seat as you are driving me home.

"Do they collide?"
I ask and you smile.
With my feet on the dash
The world doesn't matter.

When you feel embarrassed then i'll be your pride
When you need directions then i'll be the guide
For all time.
For all time.

[buona pasqua]

22 marzo 2008

Riposino in pace

Quattro uomini, una donna, una morta e un prete: facevano sette corpi tristi, a quello strano funerale. Tacevano tutti per me. Ed io predicavo vite eterne con un crocifisso in mano, nel frattempo osservavo quei mondi collidere insieme. Le coincidenze non esistono, pensai mentre declamavo il Credo. Le coincidenze non esistono.
C'era un ragazzo con gli occhi blu come il ghiaccio; sul volto lo strazio di chi da innocente ha ucciso una donna uccidendo un uomo.
C'era un vecchio onesto e spaventato che era morto e risorto e che poi aveva trovato l'amore nel corpo avvizzito di un simile a lui.
C'era una morta ormai bianca cadavere, magra, bellissima, le labbra piegate in un disgusto immobile e supremo, maledetto giudizio divino.
C'era un signore dall'aria un po' esotica e il viso di chi finalmente è riuscito a trovare il silenzio dopo anni di voci assordanti guardate con gli occhi.
C'era una viva che era uguale alla morta e che camminando affettava l'ambiente con passo leggero, piangeva e pregava timorosa di Dio, troppo tardi era arrivata, troppo tardi.
C'era un anziano spazzino che era triste per lei ma era allegro per lui, nascondeva un sorriso d'amore tra le pieghe di un'espressione afflitta.
E poi c'ero io, prete umile e anonimo, che in quel misto di anime e corpi trovavo più senso che in ogni possibile altrove.
"L'eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda per essi la luce perpetua", dissi.
E finalmente mi fu chiaro tutto il retro delle cose.
"Amen".



[Il retro delle cose - un racconto in sette parti scritto in una strana settimana di marzo del 2008]

21 marzo 2008

Pulizia, ordine, chiarezza

Due sono i mestieri più vecchi del mondo uno dell'uomo uno della donna, entrambi si fanno di notte ed entrambi insozzano, uno sporca la donna dentro e l'altro l'uomo fuori, sono nobili negli intenti ma squallidi nei modi; al mattino i più si dimenticano di coloro che praticano tali mestieri e che nel buio hanno lavorato per loro, pochi amici per questi esseri tristi, poche lodi e ringraziamenti; necessari ad un mondo migliore questi uomini e donne sono ignorati da tutti, il giorno dormono per vivere poi; nessuno diventa regina nè comandante, nessuna medaglia appuntata sul petto; in tanti ne muoiono ogni sera ma nessuno sa di loro, quante storie potrebbero dire, quante storie; tra loro si conoscono tutti, tra loro si conoscono tutte, si mescolano spesso per una sigaretta in qualche pausa illuminata da un lampione; due sono i mestieri più vecchi del mondo uno dell'uomo uno della donna; la puttana; e il netturbino.
"E' vivo, è vivo!", urlai quando il vecchio si mosse per stringermi forte una mano.
Ci eravamo separati un'oretta prima per pulire due strade diverse, nei suoi occhi avevo visto la tristezza di lasciarmi e mi era parsa reale, ma il silenzio tra noi era forte da mesi, il coraggio a mancarci nei gesti. Due uomini vecchi non si possono amare, pensavo. Ma lo amavo lo stesso. Che notte bizzarra, e triste.
"Ehi ciao", mi sorrise guardandomi.
"Ciao. Ben tornato tra noi" gli risposi.
"Che è successo?"
"Non lo sappiamo ancora, sei molto fortunato ad essere vivo, ti ho trovato sdraiato in un mare di sangue, accanto a una macchina aperta, la testa coperta di vetri".
"Sono vivo davvero".
"Sei vivo davvero", quel sorriso dolcissimo mi dava alla testa.
Due tipi un po' grossi lo presero e lo stesero in una barella, tutto il tempo mi fissò, tutto il tempo lo fissai, lo infilarono in una ambulanza bianca e lucida e mentre si stavano chiudendo le porte provai a entrare anche io, mi cacciarono via e lo sentii ridere, ridere. Appena le ruote sgommando lo allontanarono da me, d'istinto scoppiai in lacrime, non erano tristi però, erano la liberazione di un peso inatteso.
Dovevo calmarmi e così camminai senza meta fumando e guardando i passanti assonnati. Una vecchia battona mi prese in disparte e mi raccontò le avventure con i clienti più strani, "Un matto voleva scoparmi per strada di giorno" mi disse, "ti pago il doppio, mi diceva, ma ho una dignità e non l'ho fatto, ho una dignità io, e non l'ho fatto". Rideva anche lei raccontando, che notte bizzarra, prima triste e poi allegra.
Seduto in un panchina sfogliai distratto un quotidiano gratuito, mi incamminai per il quartiere a perdere tempo, non avevo sonno quella mattina. Poi accadde che sentii un urlo e un botto dietro l'angolo.
Arrivai e vidi la stessa persona due volte. Una donna bellissima sia morta che viva. Rimasi distante dei passi a guardare. La morta era stesa per terra col cranio spaccato, più in alto una finestra aperta raccontava il suo ultimo gesto. La viva era inginocchiata su di lei e piangeva pregando, ed era uguale, erano uguali, solo l'esistere ormai a dargli differenza. Mi avvicinai quando lei si voltò, il viso insozzato di lacrime a chiedere aiuto. M'immaginai nella sua condizione, a trovare nello specchio un cadavere. Che notte bizzarra, pensai, con il sole nascente a colpirmi la nuca.
Che notte bizzarra, prima triste poi allegra e poi triste di nuovo.

20 marzo 2008

A sua immagine e somiglianza

Eravamo uguali come gocce d'acqua, io e mia sorella. Tanto uguali da essere confuse l'una con l'altra. Le gemelle, ci chiamavano, quando eravamo vicine: per evitare ogni distinguo con annessa figuraccia. Eravamo due, anzi non due: ma una coppia.
Uguali fuori ma diverse dentro, come un baco rende una mela diversa da un'altra. Io devota e timorata di Dio, lei miscredente; io ballerina esigente e testarda, lei nullafacente; io sposata, lei fidanzata di un uomo di cui forse ignorava anche il nome. Non avevamo figli. Io per volontà di Dio, lei per volontà di un farmaco infernale.
Due volte squillò il telefono quella mattina, anzi non due: ma una coppia. La prima volta c'era la sua voce aldilà della cornetta. Era presto.
"Sto male", mi straziò con questo esordio giù dal letto.
"Cos'hai?"
"Sto male".
Psicofarmaci, prendeva. Prima erano uno al giorno, poi il doppio poi di più, tanti da non vedere mestruazioni ormai da anni.
"Stai tranquilla, ti prego".
"Era strano stanotte era strano e scandaloso".
"Ma di chi parli, di quel farabutto che ti porti a letto?"
"Era strano e poi poco fa mi ha chiamato ed io sapevo che c'era qualcosa che non andava".
"Stai tranquilla, ti prego stai tranquilla, stai tranquilla".
"E' un mostro, lo sapevo. Mi ha tolto tutto ed ora non ho niente".
La prima volta che feci una buona azione ero in terza media. Un mio compagno aveva un anellino d'oro all'orecchio sinistro, erano gli anni in cui quella moda sconveniente stava prendendo piede. Io lo convinsi a toglierlo per un mese in cambio dei compiti di matematica. Scaduto il tempo si dimenticò di rimetterlo, ma io non dissi nulla.
"Spiegami meglio, cosa è successo?", dissi.
Poi lo rividi un anno dopo, aveva tre orecchini di cui uno al naso. Fu allora che compresi che una buona azione funziona solo quando è onesta non solo negli intenti, ma anche nelle modalità. Dio è misericordioso con i misericordiosi, è giusto con i giusti, è buono con i buoni.
"Mi ha chiamato poco fa dicendomi una cosa orribile".
"Cosa ti ha detto?"
Nell'estate tra il secondo e il terzo liceo cominciai il volontariato. Inizialmente aiutavo un po' la mensa in città, poi negli anni successivi cominciai a viaggiare in paesi poveri per dare un aiuto concreto. Dio è caritatevole con i caritatevoli.
"Mi ha detto una cosa orribile".
"Dimmi cosa, diamine!"
"Non urlarmi, sei la solita egoista".
L'estate della maturità andai due mesi in Brasile ad aiutare i bambini orfani. Tenere tra le mani più ossa che carne metteva i brividi. Fu lì che una sera ballando in un bar incontrai mio marito. Era un ballerino come me, ed ascoltava anche con gli occhi. Odiavamo ballare, entrambi. Ma eravamo bravi.
"Perdonami. Stai tranquilla però, te ne prego. Raccontami cosa ti ha detto".
"Non ce la faccio", la voce incrinata.
Lui venne con me lasciando tutto, il suo paese, il suo lavoro, la sua famiglia. Trovò lavoro come cameriere, e guadagnava bene.
"Ti prego...", sussurrai.
"Non ce la faccio", disse lei piangendo prima di riattaccare.
Due volte squillò il telefono quella mattina, anzi non due: ma una coppia. La seconda volta era mio marito, lo sapevo anche senza rispondere. E non risposi.
Perchè stavo correndo da lei.

19 marzo 2008

La voce afona

Odiavo ballare l'odiavo. Ma ero bravo.
Mio padre mi costringeva ad andare ogni sera in quella squallida palestra dove una vecchia fallita mi urlava di stare attento alla musica e di seguire il ritmo. Avovo dodici anni allora, e odiavo ballare l'odiavo; ma più di tutto detestavo quella musica incessante. Di nascosto mi infilavo un po' di ovatta bagnata nelle orecchie e mi isolavo dal mondo, le grida della vecchia a impigliarsi nel morbido filtro, la pace all'interno. Imparai così l'arte di leggere le labbra.
Interpretando insulti.
"Un cornetto integrale al miele", disse il ragazzo.
Mi colpì quella macchia rossa sul colletto, rossa come il sangue, ancora un poco fresca.
"Ecco a lei" risposi presto.
Difficile rimanere concentrati quando si ascolta anche con gli occhi. Ormai il lavoro qui come barista era affermato e collaudato, ma i problemi erano tanti, tanti i problemi. Mi bastavano due dolci innamorati al tavolino qua davanti per mancare ordinazioni e perder tempo, osservando i movimento della bocca mi mischiavo nella forza di quel sentimento allegro. E rallentavo sul lavoro. I problemi erano tanti, tanti i problemi, mi ripeteva il principale. E non c'è tempo nè denaro da sprecare, mi ripeteva il principale.
"Grazie mille", sussurrò quel tipo strano. Poi si allontanò lasciando dietro una nuvola di zucchero a velo, prese in mano il cellulare. Piangeva quando compose un numero piangeva e piangeva quando sussurrò con tono basso, soltanto le sue labbra mi parlarono, non le sue orecchie soltanto le sue labbra.
"Stanotte ho ucciso un uomo", e riattaccò. Piangeva.
Rimasi fermo immobile con due arance in mano e l'impazienza di un cliente a scongelarmi lentamente. Preparai quella spremuta e dissi al capo
"Esco un momento"; mi urlò forte qualche cosa lo ignorai.
Chiamai mia moglie a casa perchè lei avrebbe saputo cosa fare, ma non c'era. Lei non c'era e non sapevo dove fosse e quegli squilli vuoti e spenti non mi dissero di lei. Così ero da solo, l'unico a sapere che lì avanti c'era un pazzo assassino. Composi il numero della polizia e rimasi lì, col dito pronto, indeciso tra giusto e sbagliato.
Era una ballerina mia moglie. Odiava ballare l'odiava. Ma era brava.

18 marzo 2008

Il potere del male

Scandalosi i suoi modi quella notte.
Scandalosi i suoi gesti, scandalose le sue poche parole. Mi spogliò con la bocca impastata da un fiato pesante, mi appoggiò a un muro e mi voltò, le sue mani a spingere il mio viso contro la porta di legno della cucina. Mi prese da dietro, come mai aveva fatto prima. Sentii un dolore lancinante.
Durò poco, colò dentro di me le sue sporcizie senza sorridere mai. Nemmeno una volta.
"Ci vediamo un film?", sospirai rivestendomi.
"Sì" disse lui.
Soltanto: sì.
Sul divano abbracciata al suo petto finsi la normalità dei giorni scorsi, non ingannai nemmeno me. Era tardi quando uscì sbattendo forte la porta.
Le viscere continuavano a pulsare, la sua presenza ormai svanita a farmi male, e ancora male. Mi lavai a lungo sotto un'acqua bollente gelata. La tinsi di rosso, mi spaventai, ma non era niente. Niente di cui preoccuparsi, donna. Niente di cui preoccuparsi. Entrai nel letto alle cinque di notte con gli occhi più aperti di prima con il corpo più sporco di prima. Il sonno tardava ad arrivare eppure mi aspettava una giornata pesante. Pesante come tutte le giornate, ma con in più il grave sinistro della paura. Ancora non sapevo niente, allora. Che stolta.
Sfogliai qualche pagina di un libro troppo triste che parlava d'amore di mare e di uomini valorosi, mi mancavano tutte queste cose lo chiusi insoddisfatta. Finalmente un pensiero più forte degli altri mi prese con sè, trascinò la coscienza nel regno dei morti di sonno e così cominciai a sognare. Meglio prima, forse?
Sognai incubi assurdi pieni di dèmoni, di soldati con gli artigli e di bambini divorati dagli insetti. Sognai viscere in fiamme sognai, muri diroccati, soli neri. Infine sognai un buco e di caderci, mi svegliai quando il mio volto era già piatto al suolo. Un tonfo sordo come quello di un cranio spiaccicato mi svegliò.
Erano le sette e mezzo circa quando ormai dovetti alzarmi e andare in bagno per gettare basi solide al mio giorno. In cucina scaldai poco del caffè avanzato e amaro. Poi mi squillò il telefono ed ebbi paura. Era lui lo riconobbi nel contorno rumoroso di un bar a prima mattina. Risposi: pronto; molto piano, mi sentì o forse no. Ma parlò uguale.
"Stanotte ho ucciso un uomo", disse solo.
Piangeva o forse no.

17 marzo 2008

Molto rumore per nulla

Si fermò così, senza un rumore. Una Peugeot rossa, vecchio modello. Sporca.
"Posso aiutare?", dissi distratto.
Ne scese un ragazzo che ispirava fiducia. Biondo, faccia larga, sorridente e bello come il sole. Giovane. Tutto il contrario di me.
"La ringrazio molto, da solo non saprei da dove iniziare", mi squadrò titubante.
"E' un piacere giovanotto."
"Sicuro che non le faccio perdere troppo tempo?"
"Scherza?"
Avevo bevuto molto. Grappa. Lontano nel tempo, il ricordo di nottate di cui avessi il ricordo. Poi il vuoto e una bottiglia a sera. Disperazione. La chiamavo così: disperazione.
"Ecco guardi: quando provo a riaccendere esce tutto fumo dal motore. Non so, credo sia qualcosa legato al radiatore, ma io non ci capisco davvero nulla...", poi sorrise di un bianco accecante.
"Mm, mi faccia dare un'occhiata. Apra il cofano."
Quell'angelo era venuto per me, ed io dovevo aiutarlo per aiutarmi, dovevo salvarlo per salvarmi. Nel miscuglio nero e fermo di grasso e ingranaggi trovai lo specchio della mia condizione. Infilai le mani lì dentro e capii subito cosa non andava. L'avrei potuta riparare in un solo istante. Un movimento secco delle dita; ma lui era lì per me e non dovevo lasciarlo andare via.
"Ahia", esclamai. Finsi un bruciore, che pessima recita, per fortuna la platea era fredda e inanimata.
"Da dove viene lei?", parlare con lui dava un senso nuovo a tutto.
"Abito proprio qui vicino, stavo tornando dalla casa della mia ragazza quando mi si è spenta la macchina così, all'improvviso. Se non l'avessi incontrata non avrei saputo che fare".
"Non si preoccupi, ora risolvo tutto. Per fortuna me ne intendo di motori".
Chiusi gli occhi e pensai: ho bisogno di un segnale. Se fuma, è mio. E in quel momento percepii forte l'odore scuro di una sigaretta accesa. Salii in macchina accanto a lui.
"Quanti anni hai, ragazzo?", cercai di essere accomodante.
"Ventitre... E' dura lavorare a quest'ora, vero?"
"Abbastanza."
"Immagino."
"Ma a volte si fanno incontri molto fortunati, e il tempo passa via in un lampo".
"Sarà freddo ora il motore, che dice?", la sua voce incrinata da un tremito dolcissimo.
"Ancora un po', non vorrei bruciarmi di nuovo". E lo toccai.
Poi successe tutto in un lampo.
"Cosa sta facendo?", mi gridò.
"Niente, stai tranquillo, non ti farò del male", provai a tranquillizzarlo, volevo solo il suo bene, tutto il suo bene.
"Scenda subito dalla mia macchina!"
"Non urlare, io ti voglio bene", esclamai disperato.
Poi in un momento le sue mani mi arrivarono in faccia ed io non feci nulla per difendermi. Sentii un tonfo sonoro, un dolore lancinante alla nuca e poi più niente. Buio.
Buio.
Mi risvegliai circondato da sangue e infermieri imbavagliati, da una massa di curiosi, da un collega che urlava "E' vivo, è vivo!"; avevo fame.
Ero vivo.