Lo sai meglio di me che l’estate è il periodo dell’oscurità. È il periodo in cui muoiono gli uccelli, in cui il cielo tuona quando è sereno.
Io correvo, l’altro giorno, ed era estate. Correvo per non toccare terra troppo a lungo, correvo per dare un senso a quel fottuto mal di testa, perché avevo paura di rimanere incollato sull’asfalto, di rimanere incollato. Correvo.
Poi come al solito ho pensato a te. È stata colpa del vento. Soffiava troppo in fretta, mi ha colpito sul fianco. È stata colpa del vento se ho pensato a te e ho iniziato a cadere giù dalla strada.
Questo passaggio mi manda in bestia, quando ci ripenso. Questo fatto di cadere giù dalla strada.
La gente normale cade dall’altalena, o cade dal letto o dalla sedia. La gente molto distratta al massimo cade dalle nuvole; e se proprio deve starci di mezzo una strada, la gente normale ci cade sopra.
Ma tu mi fai cascare dalle strade, ti rendi conto di che potere hai?
Perciò quando sono tornato a casa mi sono buttato a strisciare per terra e ho provato a farlo a comando. Pensavo a te e vedevo cosa succedeva. Ho preso un sacco di polvere. Mi si è ingarbugliato il filo del telefono sulla caviglia e ho fatto un macello, è caduto portandosi appresso i soprammobili preziosissimi di mia madre.
Lei è venuta in salone a vedere cosa fosse quel casino, mi ha fissato con aria indispettita e ha chiesto.
“Sei pazzo?” Con il punto di domanda.
Io mentre raccoglievo le poche cose rimaste intatte le ho detto.
“No, stavo provando a cadere giù dal pavimento.”
Lei si è irritata ancora di più. Mi ha risposto.
“Sei pazzo.” Stavolta senza punto di domanda.
E poi è andata via, pazza mia madre, pazza e stanca.
L’estate è il periodo dell’oscurità, e ho pensato fosse colpa anche del tempo. Lo diceva il mio oroscopo. A giudicare dalla posizione di Venere la giornata riserverà grandi sorprese: orologi rotti e novità da esplorare il prima possibile, una più spiccata curiosità analitica, una sincera innocenza, un maggiore senso di meraviglia. Questa attesa non sembrava convenirmi.
Sono uscito di nuovo e sono entrato in una gioielleria. Ho scelto un ciondolo. Verde come i tuoi occhi verdi. Il tizio della gioielleria mi ha detto.
“Non si sposa con la tua pelle.”
Allora ne ho scelto un altro, verde anch’esso come i tuoi occhi verdi. Il tizio ha continuato a guardarmi.
“Nemmeno questo, scegline uno di un altro colore.”
Ma come è possibile, i tuoi occhi sono verdi e gliel’ho fatto notare, avevo una foto con me, occhi verdi, ecco, guardi qui.
Il tizio della gioielleria ha scosso la testa.
“Cambia pelle.”
Mi ha detto.
L’estate è il periodo dell’oscurità e così sono tornato a casa e ho acceso la tv per guardare i quiz.
Elegante roditore. Mustelide.
La montagna più alta degli stati uniti. Monte McKinley.
Il significato della parola nosocomio. Ospedale.
I fantasmi esistono. Sì.
04 luglio 2008
03 luglio 2008
L'ho fatto di nuovo.
The broken clock is a comfort, it helps me sleep tonight
Maybe it can stop tomorrow from stealing all my time
I am here still waiting though i still have my doubts
I am damaged at best, like you've already figured out
I'm falling apart, I'm barely breathing
With a broken heart that's still beating
In the pain is there is healing
In your name I find meaning
So I'm holdin' on, I'm holdin' on, I'm holdin' on
I'm barely holdin' on to you
The broken locks were a warning you got inside my head
I tried my best to be guarded, I'm an open book instead
I still see your reflection inside of my eyes
That are looking for a purpose, they're still looking for life
I'm falling apart, I'm barely breathing
with a broken heart that's still beating
In the pain is there is healing
In your name I find meaning
So I'm holdin' on, I'm holdin' on, I'm holdin' on
I'm barely holdin' on to you
I'm handin' on another day
Just to see what you will throw my way
And I'm handing on to the words you say
You said that I will be ok
The broken lights on the freeway left me here alone
I may have lost my way now, haven't forgotten my way home
29 giugno 2008
21 giugno 2008
Baffi
Toph non dice una parola, è pensieroso. Scrive il suo nome sul finestrino appannato della macchina. Lo fa tenendo il pugno della mano stretto e muovendo tutto il braccio, di netto. Viene fuori una scritta tutta storta e tremolante. La P sembra una D e non c’è abbastanza spazio per la H. Ripenso a qualche mese fa, quando i suoi nervi erano malati a partire dalla spalla e non riusciva a muovere nemmeno le braccia. Sta migliorando ma voglio di più. Voglio le mani.
Voglio le dita.
“Aspetti qui?”, chiedo. “Ci metto un secondo.”
Annuisce, mugugna qualcosa. Mi chiedo se sia sicuro lasciare un tetraplegico da solo in macchina. Corro con le mani intrecciate sopra la testa, in un inutile tentativo di non bagnarmi troppo sotto alla pioggia che cade ancora, leggera ma inesorabile. Guardo indietro, Toph mi segue con gli occhi attraverso il vetro. Ad ogni passo lascio orme di fango dietro a me.
Il tipo del vivaio ha i baffi tagliati sottili e la mosca sopra al mento. In testa indossa un cappello di lana nero e un paio di scalda orecchie bianchi. È seduto a una scrivania a leggere il giornale. È ridicolo.
“Salve”, lo saluto, rimango con le mani in tasca. Fa un freddo cane. Il tipo continua a leggere e rimane in silenzio.
La stanza è piena di piante, do un’occhiata in giro. Ci sono gigli, ortensie e tulipani, ci sono dei grandi vasi con i limoni, ci sono orchidee di tutti i colori, composizioni di rose, gerbere e giacinti viola. Ci sono bouquet di margherite gialle e bianche, ci sono dei cesti di vimini pieni di ciclamini, mazzi di fiori secchi e spighe dorate, ci sono centrotavola con candele profumate, ci sono gardenie, camelie, ma soprattutto ci sono infinità di stelle di natale. Rosse, fredde e vive, sembrano tagliare la luce di netto.
“Sa che i veri fiori sono quelli gialli, all’interno”, dice il tipo. Finalmente alza gli occhi dalla pagina di giornale, indica le stelle di natale con un dito. “Le parti rosse sono soltanto normalissime foglie. ”
Mi avvicino ad una stella particolarmente grande, allungo la mano per toccarla.
“Fermo!”, mi urla all’improvviso. Mi blocco, ritraggo la mano. “Sono delicatissime. Soffrono il freddo, non vede come sanguinano?”
Quest’uomo è completamente pazzo.
“Mi scusi non lo sapevo”, sussurro spaventato.
Il tizio si accorge della mia espressione perplessa, scuote la testa con fare scocciato, chiude il giornale e si alza in piedi.
“Come posso aiutarla?”, chiede con tono secco e formale. Si toglie gli scalda orecchie e li posa sulla scrivania.
“Vede, mia madre ha deciso stamattina di volere a tutti i costi un albero di natale, e lei possiede l’unico vivaio aperto di tutta la città.”
Il tipo mi guarda per farmi capire che quell’introduzione è del tutto inutile e che ha passato la mattinata ad aiutare ritardatari come me.
“Sono rimasti soltanto quei due”, indica un angolo buio della stanza. Ci sono due alberi piccoli e piuttosto malmessi in un angolo. “Di meglio, oggi, non può pretendere.”
Mi avvicino ai due alberi. Sembrano identici, sono entrambi poco più alti di Toph, con la cima un po’ storta e non troppi rami disposti in modo asimmetrico tutto intorno.
“Quello sulla destra è transgenico”, dice il tipo, accenna un sorriso.
Rimango zitto con sguardo interrogativo.
“Non punge. Può accarezzarlo come fosse un cocker e non sentirà nessun dolore.” Fa un cenno con la testa. “Provi pure se vuole.”
Non ci credo.
Provo, passo la mano lungo un ramo e la lascio scorrere come sulla peluria di un peluche, sento un po' di solletico, niente di più.
“Incredibile”, sussurro a voce bassa.
“Vero?”, il tipo ora sorride mostrando i denti ingialliti, si sistema il cappello di lana. “Robe del genere andrebbero inventate più spesso.”
Mentre penso a una risposta da dare guardo indietro, verso la porta, seguo le mie orme fino a fuori. Sono rassicuranti.
"Vorrei l'altro", dico. "Quello che punge."
Lentamente stanno uccidendo tutti i nostri sogni.
Voglio le dita.
“Aspetti qui?”, chiedo. “Ci metto un secondo.”
Annuisce, mugugna qualcosa. Mi chiedo se sia sicuro lasciare un tetraplegico da solo in macchina. Corro con le mani intrecciate sopra la testa, in un inutile tentativo di non bagnarmi troppo sotto alla pioggia che cade ancora, leggera ma inesorabile. Guardo indietro, Toph mi segue con gli occhi attraverso il vetro. Ad ogni passo lascio orme di fango dietro a me.
Il tipo del vivaio ha i baffi tagliati sottili e la mosca sopra al mento. In testa indossa un cappello di lana nero e un paio di scalda orecchie bianchi. È seduto a una scrivania a leggere il giornale. È ridicolo.
“Salve”, lo saluto, rimango con le mani in tasca. Fa un freddo cane. Il tipo continua a leggere e rimane in silenzio.
La stanza è piena di piante, do un’occhiata in giro. Ci sono gigli, ortensie e tulipani, ci sono dei grandi vasi con i limoni, ci sono orchidee di tutti i colori, composizioni di rose, gerbere e giacinti viola. Ci sono bouquet di margherite gialle e bianche, ci sono dei cesti di vimini pieni di ciclamini, mazzi di fiori secchi e spighe dorate, ci sono centrotavola con candele profumate, ci sono gardenie, camelie, ma soprattutto ci sono infinità di stelle di natale. Rosse, fredde e vive, sembrano tagliare la luce di netto.
“Sa che i veri fiori sono quelli gialli, all’interno”, dice il tipo. Finalmente alza gli occhi dalla pagina di giornale, indica le stelle di natale con un dito. “Le parti rosse sono soltanto normalissime foglie. ”
Mi avvicino ad una stella particolarmente grande, allungo la mano per toccarla.
“Fermo!”, mi urla all’improvviso. Mi blocco, ritraggo la mano. “Sono delicatissime. Soffrono il freddo, non vede come sanguinano?”
Quest’uomo è completamente pazzo.
“Mi scusi non lo sapevo”, sussurro spaventato.
Il tizio si accorge della mia espressione perplessa, scuote la testa con fare scocciato, chiude il giornale e si alza in piedi.
“Come posso aiutarla?”, chiede con tono secco e formale. Si toglie gli scalda orecchie e li posa sulla scrivania.
“Vede, mia madre ha deciso stamattina di volere a tutti i costi un albero di natale, e lei possiede l’unico vivaio aperto di tutta la città.”
Il tipo mi guarda per farmi capire che quell’introduzione è del tutto inutile e che ha passato la mattinata ad aiutare ritardatari come me.
“Sono rimasti soltanto quei due”, indica un angolo buio della stanza. Ci sono due alberi piccoli e piuttosto malmessi in un angolo. “Di meglio, oggi, non può pretendere.”
Mi avvicino ai due alberi. Sembrano identici, sono entrambi poco più alti di Toph, con la cima un po’ storta e non troppi rami disposti in modo asimmetrico tutto intorno.
“Quello sulla destra è transgenico”, dice il tipo, accenna un sorriso.
Rimango zitto con sguardo interrogativo.
“Non punge. Può accarezzarlo come fosse un cocker e non sentirà nessun dolore.” Fa un cenno con la testa. “Provi pure se vuole.”
Non ci credo.
Provo, passo la mano lungo un ramo e la lascio scorrere come sulla peluria di un peluche, sento un po' di solletico, niente di più.
“Incredibile”, sussurro a voce bassa.
“Vero?”, il tipo ora sorride mostrando i denti ingialliti, si sistema il cappello di lana. “Robe del genere andrebbero inventate più spesso.”
Mentre penso a una risposta da dare guardo indietro, verso la porta, seguo le mie orme fino a fuori. Sono rassicuranti.
"Vorrei l'altro", dico. "Quello che punge."
Lentamente stanno uccidendo tutti i nostri sogni.
15 giugno 2008
Radiosveglia
Dalla mia stanza si vede una ragazza al telefono, nella finestra di fronte. Piove e l’immagine di lei mi arriva filtrata, indistinta, quasi consapevole di aver attraversato un miliardo di cose prima di approdare fino a me.
La ragazza sta mangiando dei biscotti. Indossa un pigiama verde con delle stelle di vari colori disegnate sopra. Parla ininterrottamente, anche mentre mastica, e gesticola in modo brusco e sgraziato. A un certo punto mi vede, si ricompone i capelli e mi lancia un’occhiata di rimprovero. Mi squadra ancora mentre chiude la persiana.
Se guardo giù, in basso, riesco a vedere fin dove la strada curva circondando il giardinetto pubblico. In giro non c’è praticamente nessuno. Passa un signore con un ombrello e un cane al guinzaglio. Indossa un lungo cappotto in stile militare. Tenta di accendere una sigaretta ma non riesce a tenere contemporaneamente il manico dell’ombrello e l’accendino. Finisce per bagnarsi completamente, rinuncia a fumare.
Apro la finestra, un soffio di vento freddissimo mi gela il viso svegliandomi del tutto. Mi sporgo un po’ fino a sentire le gocce di pioggia arrivarmi sulla nuca, rimango qualche secondo fermo così. Davanti al portone di casa è parcheggiata la mia macchina, attraverso il vetro bagnato riconosco il mio porta-cd, la mappa stradale, un pacchetto di gomme posato sul sedile. La mia macchina mi piace da morire. Mi piace perché è minuscola, è così piccola da permettermi di infilarmi anche nelle stradine più buie per raggiungere qualsiasi posto. Mi piace perché ha il portapacchi, e perché quel portapacchi non l’ha mai usato nessuno. Mi piace perché ha un bozzo nella portiera a sinistra e mi ricorda un anno fa, quando ero ancora innamorato e goffo e sbadato, e mi fa ridere, trovo assurdo che a ricordarmi quell’amore ormai stinto sia un bozzo in una portiera. Poi la mia macchina mi piace perché è sottile, e quando sono fermo ai semafori ad ascoltare una canzone la musica passa attraverso le portiere e finisce nelle automobili degli altri, spesso riesco ad osservarli mentre muovono la testa al ritmo di ciò che sto ascoltando. Infine mi piace perché è l’unica cosa che senta per davvero mia, nel mondo. È triste quando penso che sia una macchina e non un essere umano. Ma almeno le macchine, quando ti fanno del male, rimangono in silenzio.
Ho la testa completamente bagnata, torno dentro e chiudo la finestra. Mi passo la mano nei capelli e la porto davanti al naso. Odora di pioggia e terra e aria ed è un profumo che mi fa diventare matto.
Abbasso la persiana e rimango al buio, appoggiato al muro, le mani infilate nelle tasche del pigiama. La radiosveglia segna le 08.33. Nella penombra noto un sacco di cose. La porta della camera non è chiusa bene. La luce che filtra sotto al pavimento illumina le mie scarpe rovesciate. Se muovo una mano abbastanza veloce davanti agli occhi riesco a farla sparire, rimane soltanto il braccio. C’è una macchia sopra alla finestra, sembra un elefante.
Una volta ho letto in qualche libro che gli uomini sono fatti per lo più di acqua, il resto è soltanto un’inezia. Non mi dispiace pensare di essere fatto della stessa roba di cui è fatto il mare, secondo me spiega un sacco di cose. Spiega perché ci lasciamo trascinare dalla corrente senza riuscire a frenare. Spiega perché, a volte, facciamo più male di un uragano. Spiega perché la nostra vita sembra derivare da minuscoli microrganismi che ci trascinano ognuno verso un posto diverso, incapaci di comunicare tra loro. E poi l’oceano non è il posto più adatto per una coscienza superiore. Neanche l’uomo.
Accendo la radio rimanendo al buio. Il notiziario è già iniziato da un po’. Un politico di sinistra è stato ucciso a coltellate davanti casa da un gruppo di uomini ancora non identificati. Un ragazzo di ventidue anni è morto nella notte, investito da un pirata della strada. Invenzione del giorno: il dosso virtuale contro l’alta velocità. Consigli per mangiare bene durante le feste. Partita di calcio di beneficenza.
La porta della camera si apre all’improvviso inondandomi di luce. Stringo gli occhi. La silhouette di mia madre appare lentamente nella nebbia della mia vista ancora poco abituata. Mamma non dice niente per un po’, poi fa un passo verso di me.
“Ma allora sei sveglio”, esclama. “Mi sembrava di aver sentito dei rumori.”
Annuisco. Finalmente riesco a vederle la faccia.
“Tutto ok?”, mi guarda in modo strano.
“Ok.”
È in abbigliamento casalingo con delle orribili pantofole pelose rosa. Le gocciola qualcosa dalle mani.
“Vieni a fare colazione?”, chiede.
“Ora arrivo, stavo finendo di sentire una cosa”. Indico la radiosveglia con un cenno della testa.
“Certo, scusami.”
Mamma accende la luce in camera mia, poi esce. Torna dopo pochi minuti con una ciotola piena di frutta secca. Me la passa e sorride.
“Hai sentito del ragazzino morto stanotte?”, chiedo. Voglio portare un briciolo di normalità a questa conversazione.
Lei sorride sempre di più, inizia a scuotere la testa. Fa finta di non ascoltarmi. Unisce le mani davanti al petto intrecciando le dita, le agita in alto e in basso in segno di sconforto. Poi all’improvviso mi prende la testa e mi da un bacio sulla guancia.
“Auguri, amore mio”, dice.
La guardo perplesso e poi capisco.
È natale.
La ragazza sta mangiando dei biscotti. Indossa un pigiama verde con delle stelle di vari colori disegnate sopra. Parla ininterrottamente, anche mentre mastica, e gesticola in modo brusco e sgraziato. A un certo punto mi vede, si ricompone i capelli e mi lancia un’occhiata di rimprovero. Mi squadra ancora mentre chiude la persiana.
Se guardo giù, in basso, riesco a vedere fin dove la strada curva circondando il giardinetto pubblico. In giro non c’è praticamente nessuno. Passa un signore con un ombrello e un cane al guinzaglio. Indossa un lungo cappotto in stile militare. Tenta di accendere una sigaretta ma non riesce a tenere contemporaneamente il manico dell’ombrello e l’accendino. Finisce per bagnarsi completamente, rinuncia a fumare.
Apro la finestra, un soffio di vento freddissimo mi gela il viso svegliandomi del tutto. Mi sporgo un po’ fino a sentire le gocce di pioggia arrivarmi sulla nuca, rimango qualche secondo fermo così. Davanti al portone di casa è parcheggiata la mia macchina, attraverso il vetro bagnato riconosco il mio porta-cd, la mappa stradale, un pacchetto di gomme posato sul sedile. La mia macchina mi piace da morire. Mi piace perché è minuscola, è così piccola da permettermi di infilarmi anche nelle stradine più buie per raggiungere qualsiasi posto. Mi piace perché ha il portapacchi, e perché quel portapacchi non l’ha mai usato nessuno. Mi piace perché ha un bozzo nella portiera a sinistra e mi ricorda un anno fa, quando ero ancora innamorato e goffo e sbadato, e mi fa ridere, trovo assurdo che a ricordarmi quell’amore ormai stinto sia un bozzo in una portiera. Poi la mia macchina mi piace perché è sottile, e quando sono fermo ai semafori ad ascoltare una canzone la musica passa attraverso le portiere e finisce nelle automobili degli altri, spesso riesco ad osservarli mentre muovono la testa al ritmo di ciò che sto ascoltando. Infine mi piace perché è l’unica cosa che senta per davvero mia, nel mondo. È triste quando penso che sia una macchina e non un essere umano. Ma almeno le macchine, quando ti fanno del male, rimangono in silenzio.
Ho la testa completamente bagnata, torno dentro e chiudo la finestra. Mi passo la mano nei capelli e la porto davanti al naso. Odora di pioggia e terra e aria ed è un profumo che mi fa diventare matto.
Abbasso la persiana e rimango al buio, appoggiato al muro, le mani infilate nelle tasche del pigiama. La radiosveglia segna le 08.33. Nella penombra noto un sacco di cose. La porta della camera non è chiusa bene. La luce che filtra sotto al pavimento illumina le mie scarpe rovesciate. Se muovo una mano abbastanza veloce davanti agli occhi riesco a farla sparire, rimane soltanto il braccio. C’è una macchia sopra alla finestra, sembra un elefante.
Una volta ho letto in qualche libro che gli uomini sono fatti per lo più di acqua, il resto è soltanto un’inezia. Non mi dispiace pensare di essere fatto della stessa roba di cui è fatto il mare, secondo me spiega un sacco di cose. Spiega perché ci lasciamo trascinare dalla corrente senza riuscire a frenare. Spiega perché, a volte, facciamo più male di un uragano. Spiega perché la nostra vita sembra derivare da minuscoli microrganismi che ci trascinano ognuno verso un posto diverso, incapaci di comunicare tra loro. E poi l’oceano non è il posto più adatto per una coscienza superiore. Neanche l’uomo.
Accendo la radio rimanendo al buio. Il notiziario è già iniziato da un po’. Un politico di sinistra è stato ucciso a coltellate davanti casa da un gruppo di uomini ancora non identificati. Un ragazzo di ventidue anni è morto nella notte, investito da un pirata della strada. Invenzione del giorno: il dosso virtuale contro l’alta velocità. Consigli per mangiare bene durante le feste. Partita di calcio di beneficenza.
La porta della camera si apre all’improvviso inondandomi di luce. Stringo gli occhi. La silhouette di mia madre appare lentamente nella nebbia della mia vista ancora poco abituata. Mamma non dice niente per un po’, poi fa un passo verso di me.
“Ma allora sei sveglio”, esclama. “Mi sembrava di aver sentito dei rumori.”
Annuisco. Finalmente riesco a vederle la faccia.
“Tutto ok?”, mi guarda in modo strano.
“Ok.”
È in abbigliamento casalingo con delle orribili pantofole pelose rosa. Le gocciola qualcosa dalle mani.
“Vieni a fare colazione?”, chiede.
“Ora arrivo, stavo finendo di sentire una cosa”. Indico la radiosveglia con un cenno della testa.
“Certo, scusami.”
Mamma accende la luce in camera mia, poi esce. Torna dopo pochi minuti con una ciotola piena di frutta secca. Me la passa e sorride.
“Hai sentito del ragazzino morto stanotte?”, chiedo. Voglio portare un briciolo di normalità a questa conversazione.
Lei sorride sempre di più, inizia a scuotere la testa. Fa finta di non ascoltarmi. Unisce le mani davanti al petto intrecciando le dita, le agita in alto e in basso in segno di sconforto. Poi all’improvviso mi prende la testa e mi da un bacio sulla guancia.
“Auguri, amore mio”, dice.
La guardo perplesso e poi capisco.
È natale.
14 giugno 2008
Ritorno
Nell’atrio dell’auditorium non c’è più nessuno, l’ordine, la pulizia e il silenzio permeano ogni cosa. Arrivo trafelato e mi guardo intorno nervosamente cercando l’ingresso in sala. Apro una porta, è il bagno, ne provo un’altra, è chiusa a chiave. Una signora in tailleur compare all’improvviso da una tenda rosso scuro e mi guarda preoccupata indicando di seguirla. È molto tardi, mi dice con gli occhi.
La sala è davvero grande. La platea è una lunga distesa di poltroncine rivestite di stoffa, ed è praticamente piena. Faccio appena in tempo ad individuare la carrozzina di Toph prima che si spengano le prime luci. È posizionata nel corridoio. Dalla poltrona immediatamente vicina spuntano i capelli e il foulard di mia madre.
Trovo un posto libero accanto a un signore anziano con un bastone di legno intarsiato appoggiato tra le gambe. Lo sento borbottare qualcosa a proposito del fatto che non si dovrebbe arrivare così tardi ai concerti. Sto per rispondergli a tono e ho già in mente qualche complimento ironico riguardo l’estetica del suo bastone da passeggio, ma vengo interrotto da qualcuno nelle prime file che inizia ad applaudire. Sta entrando l’orchestra.
Dietro di me c’è una coppia di signori con l’aria distinta. Il marito è un signore sulla settantina con i capelli bianchi, lucidi e tirati all’indietro. Indossa degli occhiali con la montatura dorata. La moglie ha almeno dieci anni in meno, i capelli ricci e tinti di rosso, un sorriso radioso. Ha in mano un programma, me lo faccio prestare. Suonano Shostakovich.
Le luci si spengono del tutto e un faro illumina Beth mentre si dirige verso il suo pianoforte. Ha un vestito semplice, chiaro, forse un po’ troppo corto. Si avvicina al pianoforte guardando la sala, senza fermare lo sguardo realmente su nessuno. È debole, lungo il cammino. Ma io so che appena si siederà diventerà forte.
Mio padre era un appassionato di musica classica. La sera ci portava spesso a sentirla in giro per la città. Lui diceva sempre che il momento più bello di un concerto è appena prima che inizi la musica. Diceva che c’è un istante in cui i muri delle sale da concerto spariscono, e il vento che c’è fuori riesce a entrare. Non si sa come mai ma succede sempre: le luci si spengono, i musicisti tendono i muscoli, l’attesa è estenuante, eppure il viso si rinfresca un momento con quel vento immaginario. Arriva al momento giusto, per pulire la testa dai cattivi pensieri, diceva. Mio padre diceva anche che era quel vento ad avergli fatto venire il mal di gola, che avrebbe dovuto mettersi un foulard come la mamma. Mi piace pensare che sia vero, che la storia del tumore alla lingua fosse solo un’invenzione. Mi piace pensare che sia morto di musica.
Le prime note arrivano dritte in testa, come un’ubriacatura da superalcolico. Conosco questo concerto, l’ho ascoltato troppe volte. Beth ha le mani sulle gambe mentre l’orchestra suona la sua introduzione. Aspetta il suo turno, dagli occhi le fluisce quella sua straordinaria capacità di ascoltare, quell’assurda attenzione per le piccole cose.
Mi lascio affannare da un nuovo tipo di sogno.
Il peso delle dita si sente tutto appena iniziano a muovere i tasti, la musica compie uno scatto discreto e repentino così brutale da provocarmi un grido soffocato. Il vecchio col bastone mi brucia con lo sguardo, non gli do importanza.
Il busto di Beth si muove con movimenti imprecisi e incoerenti, un momento sfiora la tastiera e il momento dopo si allontana come a sentirla bruciare. I suoni si inseguono lenti nell’adagio, ricordano le prime luci fredde dell’alba, i fazzoletti bianchi in un porto di mare, le volute di una sigaretta nel piccolo studio di uno scrittore. Come vorrei essere in grado di vedere tutto questo davvero, così da conservarlo per sempre in fondo agli occhi. Come vorrei essere privo di consapevolezze, non sapere niente, come un viaggiatore venuto da una terra in cui ci sia sempre silenzio e che per la prima volta venga spinto, qui ed ora, nella musica. Come vorrei precipitare fuori dalla mia inquietudine.
Mi agito sulla poltrona durante l’allegro, qui dentro fa più caldo del previsto. Passo la mano sulla pelle ad allontanare il maglione dal collo, soffio nella maglietta. Le note si arrampicano, adesso, e sembrano continuare a salire senza fermarsi mai. L’orchestra sposta il suo peso rincorrendo il pianoforte e ingrossando il rumore, e proprio quando la pienezza sembra ormai conseguenza necessaria e imprescindibile le luci si accendono e la musica è sostituita dal boato di un applauso potentissimo. Un’esplosione. Il concerto è finito.
Boom.
Perfino da qui riesco a notare il petto di Beth che si muove rapidamente per la fatica, il viso è coperto da qualche capello ribellatosi nel mentre dell’esecuzione. Rimane immobile qualche secondo prima di alzarsi dallo sgabello, passarsi una mano sulla testa, sorridere avvicinandosi al bordo del palcoscenico.
Si inchina qualche volta davanti al pubblico che applaude, ed è proprio come quando aveva dieci anni, scomposta e disorientata di fronte ai grandi numeri. Esce e rientra sul palco quattro volte, l’applauso è lunghissimo. La signora dai capelli rossi dietro di me urla: brava.
Dopo che si riaccendono le luci aspetto venti minuti rimanendo seduto nella mia poltrona, osservo il flusso di persone che entrano ed escono dal camerino per salutare lei o qualche componente dell’orchestra, riconosco alcuni volti ma non mi avvicino a salutare. Mamma e Toph mi fanno un cenno da lontano e vanno via. Sono rimasto l’unico nella sala quando, finalmente, attraverso la tenda rossa che mi separa da lei. C’è un piccolo corridoio buio e alcune porte. La terza sulla destra è semiaperta. Sento un profumo. Il suo.
Beth è appoggiata a una sedia di legno, sta tentando di togliersi uno stivale col tacco con dei movimenti scoordinati. Non mi vede entrare e rimango un po’ a fissarla mentre è in quella posizione strana, illuminata soltanto da un lampadario sporco e vecchio.
“Posso chiederti una cosa?”, dico.
Nel suo corpo vedo scorrere un brivido di sorpresa, mi ha riconosciuto dalla voce e non si aspettava fossi qui. Rimane a fissarsi lo stivale continuando a tirarlo via, senza alzare lo sguardo verso di me. Finalmente riesce a toglierlo e fa un sospiro di sollievo.
“Questi affari mi hanno dato fastidio per tutto il concerto, cristo santo.” Solo allora alza gli occhi e mi sorride. “Certo, chiedi pure.”
Mi avvicino fino a sentirne l’odore. È sudata. Odora di vita.
“Chi ti ha allacciato il vestito, sulla schiena?”
Beth si toglie i capelli dalla fronte, li raggruppa tutti con le mani e li lega con un elastico viola. Poi passa le dita due o tre volte sul vestito, all’altezza delle spalle, prima a destra e poi a sinistra, come a pulirlo da qualche sporcizia residua.
“La stessa persona di cui sei innamorato tu”, dice. “Quella per cui non mi parli da un mese, quella per cui è cambiato tutto quanto.”
Mi guarda tranquilla come se mi avesse appena rivelato il menù della sua colazione. Io le rispondo fissandola, allibito e sconvolto.
“Di chi parli scusami?”
Allora lei si gira lentamente su se stessa, si ferma un istante a mostrarmi la schiena. Il vestito le scorre teso fino ai fianchi. Non ci sono allacciature. Non ci sono bottoni. Si volta nuovamente verso di me.
“Parlo di qualcuno che non esiste, idiota.”
E poi spalanca gli occhi.
"Boom", sussurro.
La sala è davvero grande. La platea è una lunga distesa di poltroncine rivestite di stoffa, ed è praticamente piena. Faccio appena in tempo ad individuare la carrozzina di Toph prima che si spengano le prime luci. È posizionata nel corridoio. Dalla poltrona immediatamente vicina spuntano i capelli e il foulard di mia madre.
Trovo un posto libero accanto a un signore anziano con un bastone di legno intarsiato appoggiato tra le gambe. Lo sento borbottare qualcosa a proposito del fatto che non si dovrebbe arrivare così tardi ai concerti. Sto per rispondergli a tono e ho già in mente qualche complimento ironico riguardo l’estetica del suo bastone da passeggio, ma vengo interrotto da qualcuno nelle prime file che inizia ad applaudire. Sta entrando l’orchestra.
Dietro di me c’è una coppia di signori con l’aria distinta. Il marito è un signore sulla settantina con i capelli bianchi, lucidi e tirati all’indietro. Indossa degli occhiali con la montatura dorata. La moglie ha almeno dieci anni in meno, i capelli ricci e tinti di rosso, un sorriso radioso. Ha in mano un programma, me lo faccio prestare. Suonano Shostakovich.
Le luci si spengono del tutto e un faro illumina Beth mentre si dirige verso il suo pianoforte. Ha un vestito semplice, chiaro, forse un po’ troppo corto. Si avvicina al pianoforte guardando la sala, senza fermare lo sguardo realmente su nessuno. È debole, lungo il cammino. Ma io so che appena si siederà diventerà forte.
Mio padre era un appassionato di musica classica. La sera ci portava spesso a sentirla in giro per la città. Lui diceva sempre che il momento più bello di un concerto è appena prima che inizi la musica. Diceva che c’è un istante in cui i muri delle sale da concerto spariscono, e il vento che c’è fuori riesce a entrare. Non si sa come mai ma succede sempre: le luci si spengono, i musicisti tendono i muscoli, l’attesa è estenuante, eppure il viso si rinfresca un momento con quel vento immaginario. Arriva al momento giusto, per pulire la testa dai cattivi pensieri, diceva. Mio padre diceva anche che era quel vento ad avergli fatto venire il mal di gola, che avrebbe dovuto mettersi un foulard come la mamma. Mi piace pensare che sia vero, che la storia del tumore alla lingua fosse solo un’invenzione. Mi piace pensare che sia morto di musica.
Le prime note arrivano dritte in testa, come un’ubriacatura da superalcolico. Conosco questo concerto, l’ho ascoltato troppe volte. Beth ha le mani sulle gambe mentre l’orchestra suona la sua introduzione. Aspetta il suo turno, dagli occhi le fluisce quella sua straordinaria capacità di ascoltare, quell’assurda attenzione per le piccole cose.
Mi lascio affannare da un nuovo tipo di sogno.
Il peso delle dita si sente tutto appena iniziano a muovere i tasti, la musica compie uno scatto discreto e repentino così brutale da provocarmi un grido soffocato. Il vecchio col bastone mi brucia con lo sguardo, non gli do importanza.
Il busto di Beth si muove con movimenti imprecisi e incoerenti, un momento sfiora la tastiera e il momento dopo si allontana come a sentirla bruciare. I suoni si inseguono lenti nell’adagio, ricordano le prime luci fredde dell’alba, i fazzoletti bianchi in un porto di mare, le volute di una sigaretta nel piccolo studio di uno scrittore. Come vorrei essere in grado di vedere tutto questo davvero, così da conservarlo per sempre in fondo agli occhi. Come vorrei essere privo di consapevolezze, non sapere niente, come un viaggiatore venuto da una terra in cui ci sia sempre silenzio e che per la prima volta venga spinto, qui ed ora, nella musica. Come vorrei precipitare fuori dalla mia inquietudine.
Mi agito sulla poltrona durante l’allegro, qui dentro fa più caldo del previsto. Passo la mano sulla pelle ad allontanare il maglione dal collo, soffio nella maglietta. Le note si arrampicano, adesso, e sembrano continuare a salire senza fermarsi mai. L’orchestra sposta il suo peso rincorrendo il pianoforte e ingrossando il rumore, e proprio quando la pienezza sembra ormai conseguenza necessaria e imprescindibile le luci si accendono e la musica è sostituita dal boato di un applauso potentissimo. Un’esplosione. Il concerto è finito.
Boom.
Perfino da qui riesco a notare il petto di Beth che si muove rapidamente per la fatica, il viso è coperto da qualche capello ribellatosi nel mentre dell’esecuzione. Rimane immobile qualche secondo prima di alzarsi dallo sgabello, passarsi una mano sulla testa, sorridere avvicinandosi al bordo del palcoscenico.
Si inchina qualche volta davanti al pubblico che applaude, ed è proprio come quando aveva dieci anni, scomposta e disorientata di fronte ai grandi numeri. Esce e rientra sul palco quattro volte, l’applauso è lunghissimo. La signora dai capelli rossi dietro di me urla: brava.
Dopo che si riaccendono le luci aspetto venti minuti rimanendo seduto nella mia poltrona, osservo il flusso di persone che entrano ed escono dal camerino per salutare lei o qualche componente dell’orchestra, riconosco alcuni volti ma non mi avvicino a salutare. Mamma e Toph mi fanno un cenno da lontano e vanno via. Sono rimasto l’unico nella sala quando, finalmente, attraverso la tenda rossa che mi separa da lei. C’è un piccolo corridoio buio e alcune porte. La terza sulla destra è semiaperta. Sento un profumo. Il suo.
Beth è appoggiata a una sedia di legno, sta tentando di togliersi uno stivale col tacco con dei movimenti scoordinati. Non mi vede entrare e rimango un po’ a fissarla mentre è in quella posizione strana, illuminata soltanto da un lampadario sporco e vecchio.
“Posso chiederti una cosa?”, dico.
Nel suo corpo vedo scorrere un brivido di sorpresa, mi ha riconosciuto dalla voce e non si aspettava fossi qui. Rimane a fissarsi lo stivale continuando a tirarlo via, senza alzare lo sguardo verso di me. Finalmente riesce a toglierlo e fa un sospiro di sollievo.
“Questi affari mi hanno dato fastidio per tutto il concerto, cristo santo.” Solo allora alza gli occhi e mi sorride. “Certo, chiedi pure.”
Mi avvicino fino a sentirne l’odore. È sudata. Odora di vita.
“Chi ti ha allacciato il vestito, sulla schiena?”
Beth si toglie i capelli dalla fronte, li raggruppa tutti con le mani e li lega con un elastico viola. Poi passa le dita due o tre volte sul vestito, all’altezza delle spalle, prima a destra e poi a sinistra, come a pulirlo da qualche sporcizia residua.
“La stessa persona di cui sei innamorato tu”, dice. “Quella per cui non mi parli da un mese, quella per cui è cambiato tutto quanto.”
Mi guarda tranquilla come se mi avesse appena rivelato il menù della sua colazione. Io le rispondo fissandola, allibito e sconvolto.
“Di chi parli scusami?”
Allora lei si gira lentamente su se stessa, si ferma un istante a mostrarmi la schiena. Il vestito le scorre teso fino ai fianchi. Non ci sono allacciature. Non ci sono bottoni. Si volta nuovamente verso di me.
“Parlo di qualcuno che non esiste, idiota.”
E poi spalanca gli occhi.
"Boom", sussurro.
05 giugno 2008
leaked.
The leak.
First impressions.
The best is reign of love.
It's almost perfect.
The escapist is wonderful.
I'm already lost.
First impressions.
The best is reign of love.
It's almost perfect.
The escapist is wonderful.
I'm already lost.
30 maggio 2008
You're so hot that I melted
Ho bisogno di essere allegro.
I've been spending way too long checking my tongue in the mirror
And bending over backwards just to try to see it clearer
My breath fogged up the glass
And so I drew a new face and laughed
I guess what i'ma saying is there ain't no better reason
To rid yourself of vanity and just go with the seasons
It's what we aim to do
Our name is our virtue
There's no need to complicate
Our time is short
I've been spending way too long checking my tongue in the mirror
And bending over backwards just to try to see it clearer
My breath fogged up the glass
And so I drew a new face and laughed
I guess what i'ma saying is there ain't no better reason
To rid yourself of vanity and just go with the seasons
It's what we aim to do
Our name is our virtue
There's no need to complicate
Our time is short
24 maggio 2008
Plastica
Non sono preparato al vento che mi entra nelle ossa appena apro la portiera della macchina. Fa un freddo cane e ho soltanto un maglioncino leggero. È nero con delle righe sottili viola, rosa e bianche, che si ripetono a gruppi di tre. Arriva fino alla vita e ho i fianchi scoperti. Dal collo spunta una camicia di raso blu notte. Così conciato potrei entrare in qualsiasi club di Las Vegas.
“Sai, ti vedo proprio cambiato, sotto un sacco di aspetti”, dice Beth.
Evito di guardarla. So perfettamente di cosa vorrebbe parlare. La brezza gelata continua ad arrivarmi addosso, come se fosse sparata da un enorme ventilatore universale.
“Hai presente la teoria del caos?”, chiedo.
“Beh?”
Mi chino ad allacciare la scarpa sinistra.
“Quella per cui se una coccinella vola in Nicaragua e si posa su una scimmia, allora la scimmia si gratta e fa scappare una pulce che va da un’altra scimmia che si lascia scappare un pesce nel fiume, e alla fine uno squalo divora un bambino che altrimenti sarebbe diventato il prossimo presidente degli Stati Uniti?”
Beth mi lancia un’occhiata di disprezzo.
“Ci sono coccinelle, in Nicaragua?”
“Cretina dico sul serio. È la teoria per cui eventi apparentemente simili possono evolvere in modi completamente diversi e imprevedibili.”
“Capisco.”
Non capisce.
“Sto soltanto studiando la mia evoluzione. Non sono cambiato.”
I lacci non vogliono rimanere al loro posto e continuano a penzolare ai lati della scarpa. Li lascio lì, a strusciare per terra come vermi.
“E cosa hai scoperto, sentiamo, studiando la tua evoluzione?”. Beth pronuncia queste ultime parole imitando la mia voce, attribuendole però un timbro epico e distinto che io avevo accuratamente evitato di usare.
“Ho scoperto di essere bravo ad allontanare le cose da me.”
Dalla spiaggia, in lontananza, si sente una versione remixata di Toxic. Camminiamo sul marciapiede buio, attenti ad evitare le buche e le gomme da masticare buttate per terra. Inizio a canticchiare a voce bassissima, Beth mi segue subito e fischietta la base. Senza scambiarci più neanche una parola ci muoviamo verso la direzione da cui proviene la musica. Britney Spears è la nostra guida.
Adam non sembra affatto contento di vederci arrivare alla sua festa. Non sembra nemmeno scocciato. Semplicemente, prende atto del nostro arrivo.
“Benvenuti!”, esclama, con un sorriso da manifesto elettorale.
Lo abbraccio, ha un profumo dolcissimo, sa di qualcosa di maledettamente buono. Annuso ancora e capisco. Pesca sciroppata.
Quest’uomo sa di pesca sciroppata.
Do un occhiata in giro, sono già tutti lì, saranno trenta persone. Sulla spiaggia c’è un lungo tavolo pieno di bottiglie mezze piene e di pacchi aperti di ogni genere di snack. Due casse alte quanto un bambino sparano musica a palla, collegate a un filo elettrico nero che si inoltra nella notte, chissà dove, verso la strada. Due faretti da discoteca, uno verde e uno rosso, sono l’unica fonte di illuminazione della festa.
La serata trascorre così: io e Beth camminiamo vicini da una parte all’altra del tavolino, irrequieti e nevrotici come atleti il giorno prima di una gara. Non c’è niente da fare, a parte ascoltare gli aneddoti stravaganti raccontati dagli altri invitati per intrattenere prima di tutto loro stessi e poi noi. Cerco un modo costruttivo per impiegare il tempo. Bevo.
“Tempo fa alla tv avevo visto un documentario sugli effetti dell’alcool nel cervello”, dico a Beth. Sono le prime parole che ci scambiamo da due ore. Mi risponde con un’occhiata strana, io bevo in fretta un vodka-lemon, non mi lascio intimorire e vado avanti. “Le molecole di alcool ti fanno aumentare la dopamina nel sangue, che è il motivo per cui sballi e non ci capisci un cazzo.”
Mi faccio un altro vodka-lemon. Questa volta metto quasi solo vodka.
Dico: “Mi sembra che il termine tecnico sia disinibizione comportamentale. Sarebbe a dire che fai figure di merda in continuazione.” Beth continua a ignorarmi, faccio finta di niente.
Comincio a sentire caldo e sento le braccia formicolare un po’. Forse dovrei bere qualcosa. In quel mare di alcolici individuo il gin, è così trasparente, non può mica farmi male. Non è come la coca-cola, piena di coloranti. Prendo tutta la bottiglia.
“E?”, dice finalmente Beth.
Giro lo sguardo sulla spiaggia, fisso ognuno degli ospiti dritto negli occhi. Compreso me. Tecnicamente sarebbe impossibile, ma non mi lascio impressionare. In questo momento ho altro a cui pensare.
“E cosa?”, fisso anche lei.
Me la ricordavo più magra. Sembra grassa. E ha le tette enormi.
“Non hai altro da dirmi?”
Vorrei dirle di sì, credo di sì. Vorrei dirle: sei una brutta stronza. Non capisci un cazzo. Io sto male e tu non capisci un cazzo. Per di più sei obesa e hai le tette enormi. Vorrei dirle tutto questo e invece mi allontano senza nemmeno risponderle. La bottiglia che stringo nella mano destra diventa sempre più leggera.
Trovo qualcuno con cui parlare. Un tipo che fa l’editor di musica classica in una casa discografica. Un certo Manolo. Nome bizzarro, tant’è che quando si presenta scoppio a ridere. Provo una certa soddisfazione nel mostrare la mia cultura immensa, ma poi la pietà prende il sopravvento e lascio Manolo al suo triste destino. È tardi. Devo andare via.
Prendo le mie cose, che non ho. Non prendo niente. “Andiamo”, dico a Beth.
“Dove?”
“A casa.”
“Ma sei pazzo?”, mi guarda come se fossi pazzo. “Rimaniamo a dormire qui, imbecille.”
Non riesce davvero a capire. Meravigliosa idiozia. Ora basta, le sto dando fin troppe possibilità.
“Io vado.”
“Dove pensi di andare in questo stato? Sei ubriachissimo.”
“Sto bene.”
“Fai come ti pare.”
Ispiro lentamente. Vorrei afferrarla e sbatterla sulla spiaggia e sotterrarla con la sabbia fino a lasciarle scoperto soltanto un orecchio per urlarci dentro certo che faccio come mi pare troia che non sei altro. Invece prendo un bicchiere, lo riempio di birra, lo bevo senza smettere mai. Finché non rimane che plastica.
“Sai, ti vedo proprio cambiato, sotto un sacco di aspetti”, dice Beth.
Evito di guardarla. So perfettamente di cosa vorrebbe parlare. La brezza gelata continua ad arrivarmi addosso, come se fosse sparata da un enorme ventilatore universale.
“Hai presente la teoria del caos?”, chiedo.
“Beh?”
Mi chino ad allacciare la scarpa sinistra.
“Quella per cui se una coccinella vola in Nicaragua e si posa su una scimmia, allora la scimmia si gratta e fa scappare una pulce che va da un’altra scimmia che si lascia scappare un pesce nel fiume, e alla fine uno squalo divora un bambino che altrimenti sarebbe diventato il prossimo presidente degli Stati Uniti?”
Beth mi lancia un’occhiata di disprezzo.
“Ci sono coccinelle, in Nicaragua?”
“Cretina dico sul serio. È la teoria per cui eventi apparentemente simili possono evolvere in modi completamente diversi e imprevedibili.”
“Capisco.”
Non capisce.
“Sto soltanto studiando la mia evoluzione. Non sono cambiato.”
I lacci non vogliono rimanere al loro posto e continuano a penzolare ai lati della scarpa. Li lascio lì, a strusciare per terra come vermi.
“E cosa hai scoperto, sentiamo, studiando la tua evoluzione?”. Beth pronuncia queste ultime parole imitando la mia voce, attribuendole però un timbro epico e distinto che io avevo accuratamente evitato di usare.
“Ho scoperto di essere bravo ad allontanare le cose da me.”
Dalla spiaggia, in lontananza, si sente una versione remixata di Toxic. Camminiamo sul marciapiede buio, attenti ad evitare le buche e le gomme da masticare buttate per terra. Inizio a canticchiare a voce bassissima, Beth mi segue subito e fischietta la base. Senza scambiarci più neanche una parola ci muoviamo verso la direzione da cui proviene la musica. Britney Spears è la nostra guida.
Adam non sembra affatto contento di vederci arrivare alla sua festa. Non sembra nemmeno scocciato. Semplicemente, prende atto del nostro arrivo.
“Benvenuti!”, esclama, con un sorriso da manifesto elettorale.
Lo abbraccio, ha un profumo dolcissimo, sa di qualcosa di maledettamente buono. Annuso ancora e capisco. Pesca sciroppata.
Quest’uomo sa di pesca sciroppata.
Do un occhiata in giro, sono già tutti lì, saranno trenta persone. Sulla spiaggia c’è un lungo tavolo pieno di bottiglie mezze piene e di pacchi aperti di ogni genere di snack. Due casse alte quanto un bambino sparano musica a palla, collegate a un filo elettrico nero che si inoltra nella notte, chissà dove, verso la strada. Due faretti da discoteca, uno verde e uno rosso, sono l’unica fonte di illuminazione della festa.
La serata trascorre così: io e Beth camminiamo vicini da una parte all’altra del tavolino, irrequieti e nevrotici come atleti il giorno prima di una gara. Non c’è niente da fare, a parte ascoltare gli aneddoti stravaganti raccontati dagli altri invitati per intrattenere prima di tutto loro stessi e poi noi. Cerco un modo costruttivo per impiegare il tempo. Bevo.
“Tempo fa alla tv avevo visto un documentario sugli effetti dell’alcool nel cervello”, dico a Beth. Sono le prime parole che ci scambiamo da due ore. Mi risponde con un’occhiata strana, io bevo in fretta un vodka-lemon, non mi lascio intimorire e vado avanti. “Le molecole di alcool ti fanno aumentare la dopamina nel sangue, che è il motivo per cui sballi e non ci capisci un cazzo.”
Mi faccio un altro vodka-lemon. Questa volta metto quasi solo vodka.
Dico: “Mi sembra che il termine tecnico sia disinibizione comportamentale. Sarebbe a dire che fai figure di merda in continuazione.” Beth continua a ignorarmi, faccio finta di niente.
Comincio a sentire caldo e sento le braccia formicolare un po’. Forse dovrei bere qualcosa. In quel mare di alcolici individuo il gin, è così trasparente, non può mica farmi male. Non è come la coca-cola, piena di coloranti. Prendo tutta la bottiglia.
“E?”, dice finalmente Beth.
Giro lo sguardo sulla spiaggia, fisso ognuno degli ospiti dritto negli occhi. Compreso me. Tecnicamente sarebbe impossibile, ma non mi lascio impressionare. In questo momento ho altro a cui pensare.
“E cosa?”, fisso anche lei.
Me la ricordavo più magra. Sembra grassa. E ha le tette enormi.
“Non hai altro da dirmi?”
Vorrei dirle di sì, credo di sì. Vorrei dirle: sei una brutta stronza. Non capisci un cazzo. Io sto male e tu non capisci un cazzo. Per di più sei obesa e hai le tette enormi. Vorrei dirle tutto questo e invece mi allontano senza nemmeno risponderle. La bottiglia che stringo nella mano destra diventa sempre più leggera.
Trovo qualcuno con cui parlare. Un tipo che fa l’editor di musica classica in una casa discografica. Un certo Manolo. Nome bizzarro, tant’è che quando si presenta scoppio a ridere. Provo una certa soddisfazione nel mostrare la mia cultura immensa, ma poi la pietà prende il sopravvento e lascio Manolo al suo triste destino. È tardi. Devo andare via.
Prendo le mie cose, che non ho. Non prendo niente. “Andiamo”, dico a Beth.
“Dove?”
“A casa.”
“Ma sei pazzo?”, mi guarda come se fossi pazzo. “Rimaniamo a dormire qui, imbecille.”
Non riesce davvero a capire. Meravigliosa idiozia. Ora basta, le sto dando fin troppe possibilità.
“Io vado.”
“Dove pensi di andare in questo stato? Sei ubriachissimo.”
“Sto bene.”
“Fai come ti pare.”
Ispiro lentamente. Vorrei afferrarla e sbatterla sulla spiaggia e sotterrarla con la sabbia fino a lasciarle scoperto soltanto un orecchio per urlarci dentro certo che faccio come mi pare troia che non sei altro. Invece prendo un bicchiere, lo riempio di birra, lo bevo senza smettere mai. Finché non rimane che plastica.
21 maggio 2008
Crepes
“Più veloce, forza, più veloce!”
Ho paura di scivolare mentre spingo la carrozzina sul parquet correndo da una parte all’altra del salone. Toph ride come un pazzo e mi incita, neanche fossi un cane da corsa. Evito all’ultimo secondo la libreria accanto alla cucina, poi curvo rapidamente appena prima dello stipite della porta tenendo la carrozzina in equilibrio su una ruota sola, scatto nel corridoio accanto alla tavola apparecchiata e per lo spostamento d’aria faccio volare via un tovagliolo di carta. Mi fermo soltanto quando i piedi di Toph sono a pochi centimetri dal divano. Sono bagnato di sudore, questo affare pesa un accidente.
“Che figata”, strilla lui con voce singhiozzante.
Tira su col naso e inarca le sopracciglia mettendole in quella posizione a V rovesciata che ogni volta mi fa morire dal ridere.
“Siamo i campioni dell’universo”, esclamo, intervallando le risate con ansimi di fatica.
Lo penso sul serio.
Raccolgo il tovagliolo da terra e lo rimetto sul tavolo, fischiettando faccio segno a Toph di non dire niente a mamma. Lui sbotta a ridere di nuovo.
Mia madre sta preparando qualcosa di strano, un fumo acre e pungente passa sotto la porta chiusa della cucina e arriva fino in salone. Nel frattempo canticchia Sunday Bloody Sunday con il suo timbro acuto e stridulo. Stamattina è insolitamente felice.
“Lo rifacciamo?”, Topher mi guarda con interesse.
Mi lascio cadere a peso morto sul divano fingendo di aver completamente perso le forze.
“No, sono distrutto Toph”, dico. “Ora mangiamo.”
Il suo viso sembra rabbuiarsi, cambia espressione con quel modo che ha lui di evitare le gradazioni intermedie, con un passaggio discreto e repentino.
“Non ho fame”, dice, ma sta palesemente pensando ad altro.
Allungo una mano ad afferrare una rivista abbandonata sul divano da mia madre, uno di quei periodici di carta patinata pieni di pubblicità di alta moda e di articoli assolutamente superflui. Scorro le pagine con disinteresse, sento lo sguardo di Toph sulle mie dita. Mi sorprendo a chiedermi per quanto ancora, in casa, varrà il tacito accordo di non riferirsi mai alla sua infermità.
“È pronto!”, urla mia madre da dietro la porta. “Qualcuno mi aiuta ad uscire?”
Io e Toph ci guardiamo un istante, poi mi sollevo a fatica. Un tempo avremmo litigato dieci minuti su chi dei due si sarebbe dovuto alzare per andare ad aiutarla.
Apro la porta e dalla cucina appare mia madre, con un canovaccio marroncino annodato intorno alla vita e una teglia in mano, circondata da una nuvola di fumo grasso e odoroso. Sembra l’ingresso pirotecnico di una pop-star ad un concerto estivo.
“Crepes con salmone e vodka”, esclama soddisfatta. Sorride scoprendo un numero incredibile di denti.
Toph mi guarda allibito, rispondo con uno sguardo altrettanto esterrefatto. Mia madre non ha mai voglia di cucinare. In questa casa sta succedendo qualcosa.
“Cosa fai lì imbambolato, aiutami a fare i piatti, su.”
È difficile sollevare le crepes dalla teglia senza romperle. Faccio un macello, ne rompo una e spargo tutto il ripieno sulla tovaglia, poi mia madre si alza di scatto, mi toglie il cucchiaio senza dire niente e mi fa segno di sedermi. Nelle sue mani sembra un’operazione semplicissima. Fa dei piatti perfetti.
“Vieni con noi al parco oggi?”, mi chiede Toph. “C’è la finale del torneo estivo di calcetto.”
Le crepes sono davvero buone, forse un po’ troppo cotte sul fondo.
“Siamo alla fine di settembre, che torneo estivo è?”
“Mica le decido io le date”, mi fa cenno con la testa di dargli un boccone. “Insomma vieni o no?”
Prendo con la forchetta un pezzo enorme di crepe e imbocco Toph stando attento a non sporcargli la maglia. Mentre mastica mi prendo un po’ di tempo per pensare.
“Non posso”, dico. “Devo andare da Beth.”
Bevo un lungo sorso d’acqua. Mi lecco le labbra.
“Che devi fare?”, chiede mia madre. “Potresti stare un po’ con la tua famiglia.”
“Cose zozze!”, urla Toph. Poi mi guarda, “dammene ancora.”
Lo imbocco di nuovo. Questa volta una cucchiaiata di sugo gli cola sui pantaloni. Non se ne accorge.
“Dobbiamo preparare i cd per la festa di stasera”, dico io.
“Smettila di dire cretinate Toph”, ribatte mia madre con sguardo irritato. Si gira verso di me, “e stasera che festa è? Ogni giorno una nuova.”
“È il compleanno di Adam, mamma”, dico rassegnato. “Fa la festa sulla spiaggia.”
Toph si guarda i pantaloni e scopre la macchia. Comincia a lamentarsi, in quel modo fastidioso che ha lui di attirare l’attenzione. “Ma che hai fatto, puliscimi, svelto prima che non se ne vada più!”
Strofino con un fazzoletto e faccio peggio, la macchia si spande su tutta la coscia.
“Una sera a casa mai eh?”, commenta mamma guardandomi.
“Guarda che disastro!”, urla Toph.
“Sto sempre a casa”, sostengo io.
“Non farmi ridere”, alza la voce lei.
“Che schifo!”, continua Toph.
“Non sono più un bambino, mamma!”, urlo.
“Piantala Toph”, afferma mia madre.
“Ma è colpa sua!”, strilla lui.
“E tu fai qualcosa no? Possibile che non sai fare niente?”, mi guarda arrabbiata.
“Ci sto provando, cazzo!”
“Non usare queste parole davanti a tuo fratello!”, si agita lei.
“Cazzo cazzo cazzo! Se lo dice lui lo dico pure io.”
“Toph guarda che ti do uno schiaffo, smettila subito.”
“Io devo andare.”
“Ma bravo, che famiglia unita, dai il buon esempio a tuo fratello.”
“Cazzo cazzo cazzo cazzo.”
“Ma cosa stai dicendo. Non siamo più un famiglia lo vuoi capire o no?”
“Cazzo cazzo cazzo.”
“Toph piantala subito!”
“Non si può essere una famiglia a metà.”
“Stai dicendo delle cose orribili.”
“Cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo.”
“Delle cose orribili.”
Poi mamma scoppia a piangere.
Stringe la testa tra le mani, posa i gomiti sul tavolo e scoppia a piangere. Rimane così, immobile, con gli occhi umidi e rivolti verso il basso, sussultando per i singhiozzi interrotti ogni tanto da un respiro profondo. Piange per dieci minuti senza fermarsi mai. Io e Toph rimaniamo muti, guardando altrove, incrociando gli sguardi soltanto per brevi momenti. Ci vergogniamo entrambi.
Mamma si alza in piedi ed entra in cucina. Ne esce dopo qualche secondo con un fazzoletto di carta in mano, si strofina il contorno degli occhi con gesti delicati e secchi, come per non rovinare un trucco che non ha. Guarda entrambi in religioso silenzio. Si siede e prende in mano la forchetta. Prende un pezzo di crepe, si ferma un istante prima di portarlo alla bocca.
“Vi piacciono?”, chiede.
Ho paura di scivolare mentre spingo la carrozzina sul parquet correndo da una parte all’altra del salone. Toph ride come un pazzo e mi incita, neanche fossi un cane da corsa. Evito all’ultimo secondo la libreria accanto alla cucina, poi curvo rapidamente appena prima dello stipite della porta tenendo la carrozzina in equilibrio su una ruota sola, scatto nel corridoio accanto alla tavola apparecchiata e per lo spostamento d’aria faccio volare via un tovagliolo di carta. Mi fermo soltanto quando i piedi di Toph sono a pochi centimetri dal divano. Sono bagnato di sudore, questo affare pesa un accidente.
“Che figata”, strilla lui con voce singhiozzante.
Tira su col naso e inarca le sopracciglia mettendole in quella posizione a V rovesciata che ogni volta mi fa morire dal ridere.
“Siamo i campioni dell’universo”, esclamo, intervallando le risate con ansimi di fatica.
Lo penso sul serio.
Raccolgo il tovagliolo da terra e lo rimetto sul tavolo, fischiettando faccio segno a Toph di non dire niente a mamma. Lui sbotta a ridere di nuovo.
Mia madre sta preparando qualcosa di strano, un fumo acre e pungente passa sotto la porta chiusa della cucina e arriva fino in salone. Nel frattempo canticchia Sunday Bloody Sunday con il suo timbro acuto e stridulo. Stamattina è insolitamente felice.
“Lo rifacciamo?”, Topher mi guarda con interesse.
Mi lascio cadere a peso morto sul divano fingendo di aver completamente perso le forze.
“No, sono distrutto Toph”, dico. “Ora mangiamo.”
Il suo viso sembra rabbuiarsi, cambia espressione con quel modo che ha lui di evitare le gradazioni intermedie, con un passaggio discreto e repentino.
“Non ho fame”, dice, ma sta palesemente pensando ad altro.
Allungo una mano ad afferrare una rivista abbandonata sul divano da mia madre, uno di quei periodici di carta patinata pieni di pubblicità di alta moda e di articoli assolutamente superflui. Scorro le pagine con disinteresse, sento lo sguardo di Toph sulle mie dita. Mi sorprendo a chiedermi per quanto ancora, in casa, varrà il tacito accordo di non riferirsi mai alla sua infermità.
“È pronto!”, urla mia madre da dietro la porta. “Qualcuno mi aiuta ad uscire?”
Io e Toph ci guardiamo un istante, poi mi sollevo a fatica. Un tempo avremmo litigato dieci minuti su chi dei due si sarebbe dovuto alzare per andare ad aiutarla.
Apro la porta e dalla cucina appare mia madre, con un canovaccio marroncino annodato intorno alla vita e una teglia in mano, circondata da una nuvola di fumo grasso e odoroso. Sembra l’ingresso pirotecnico di una pop-star ad un concerto estivo.
“Crepes con salmone e vodka”, esclama soddisfatta. Sorride scoprendo un numero incredibile di denti.
Toph mi guarda allibito, rispondo con uno sguardo altrettanto esterrefatto. Mia madre non ha mai voglia di cucinare. In questa casa sta succedendo qualcosa.
“Cosa fai lì imbambolato, aiutami a fare i piatti, su.”
È difficile sollevare le crepes dalla teglia senza romperle. Faccio un macello, ne rompo una e spargo tutto il ripieno sulla tovaglia, poi mia madre si alza di scatto, mi toglie il cucchiaio senza dire niente e mi fa segno di sedermi. Nelle sue mani sembra un’operazione semplicissima. Fa dei piatti perfetti.
“Vieni con noi al parco oggi?”, mi chiede Toph. “C’è la finale del torneo estivo di calcetto.”
Le crepes sono davvero buone, forse un po’ troppo cotte sul fondo.
“Siamo alla fine di settembre, che torneo estivo è?”
“Mica le decido io le date”, mi fa cenno con la testa di dargli un boccone. “Insomma vieni o no?”
Prendo con la forchetta un pezzo enorme di crepe e imbocco Toph stando attento a non sporcargli la maglia. Mentre mastica mi prendo un po’ di tempo per pensare.
“Non posso”, dico. “Devo andare da Beth.”
Bevo un lungo sorso d’acqua. Mi lecco le labbra.
“Che devi fare?”, chiede mia madre. “Potresti stare un po’ con la tua famiglia.”
“Cose zozze!”, urla Toph. Poi mi guarda, “dammene ancora.”
Lo imbocco di nuovo. Questa volta una cucchiaiata di sugo gli cola sui pantaloni. Non se ne accorge.
“Dobbiamo preparare i cd per la festa di stasera”, dico io.
“Smettila di dire cretinate Toph”, ribatte mia madre con sguardo irritato. Si gira verso di me, “e stasera che festa è? Ogni giorno una nuova.”
“È il compleanno di Adam, mamma”, dico rassegnato. “Fa la festa sulla spiaggia.”
Toph si guarda i pantaloni e scopre la macchia. Comincia a lamentarsi, in quel modo fastidioso che ha lui di attirare l’attenzione. “Ma che hai fatto, puliscimi, svelto prima che non se ne vada più!”
Strofino con un fazzoletto e faccio peggio, la macchia si spande su tutta la coscia.
“Una sera a casa mai eh?”, commenta mamma guardandomi.
“Guarda che disastro!”, urla Toph.
“Sto sempre a casa”, sostengo io.
“Non farmi ridere”, alza la voce lei.
“Che schifo!”, continua Toph.
“Non sono più un bambino, mamma!”, urlo.
“Piantala Toph”, afferma mia madre.
“Ma è colpa sua!”, strilla lui.
“E tu fai qualcosa no? Possibile che non sai fare niente?”, mi guarda arrabbiata.
“Ci sto provando, cazzo!”
“Non usare queste parole davanti a tuo fratello!”, si agita lei.
“Cazzo cazzo cazzo! Se lo dice lui lo dico pure io.”
“Toph guarda che ti do uno schiaffo, smettila subito.”
“Io devo andare.”
“Ma bravo, che famiglia unita, dai il buon esempio a tuo fratello.”
“Cazzo cazzo cazzo cazzo.”
“Ma cosa stai dicendo. Non siamo più un famiglia lo vuoi capire o no?”
“Cazzo cazzo cazzo.”
“Toph piantala subito!”
“Non si può essere una famiglia a metà.”
“Stai dicendo delle cose orribili.”
“Cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo.”
“Delle cose orribili.”
Poi mamma scoppia a piangere.
Stringe la testa tra le mani, posa i gomiti sul tavolo e scoppia a piangere. Rimane così, immobile, con gli occhi umidi e rivolti verso il basso, sussultando per i singhiozzi interrotti ogni tanto da un respiro profondo. Piange per dieci minuti senza fermarsi mai. Io e Toph rimaniamo muti, guardando altrove, incrociando gli sguardi soltanto per brevi momenti. Ci vergogniamo entrambi.
Mamma si alza in piedi ed entra in cucina. Ne esce dopo qualche secondo con un fazzoletto di carta in mano, si strofina il contorno degli occhi con gesti delicati e secchi, come per non rovinare un trucco che non ha. Guarda entrambi in religioso silenzio. Si siede e prende in mano la forchetta. Prende un pezzo di crepe, si ferma un istante prima di portarlo alla bocca.
“Vi piacciono?”, chiede.
16 maggio 2008
Gente di Dublino
Voglio le mani di qualcuno a stringermi forte la testa. Voglio stupirmi della sua dolcezza. Voglio un secolo di tranquillità, quiete e pace nel mondo. Voglio isole di felicità in questo mare di vita. Voglio un tizio basso e grasso che mi faccia ridere con le sue battute fulminanti. Voglio disturbare un adulto intento a fare il suo lavoro. Voglio guarire il pianeta dal riscaldamento globale. Voglio leggere Gente di Dublino. Ma soprattutto voglio accendere la luce in questo istante senza dover sopportare ancora la paura quotidiana di trovarmi addomesticato come un cane.
Rimango immobile nel buio.
La casa è nel silenzio più totale. Me la immagino, stesa nel suo letto di terra e cemento, come un vecchio a cui sia scoppiato un improvviso mal di testa. Me la immagino torva e squadrata, a massaggiarsi piano la fronte di finestre e laterizi. Accendo la luce.
Accanto al letto, posato sul comodino, tengo un piccolo caleidoscopio di cartone. È un regalo di mio padre. Lui era un appassionato di questi piccoli oggettini che si trovano negli shop dei musei della scienza, la casa ne è piena. C’è la matita che si regge sospesa in aria con i magneti, c’è il termometro di Galileo, ci sono due prismi che scompongono lo spettro solare e c’è una meridiana di legno. C’è anche un radiometro, una specie di palla di vetro con una piccola elica colorata all’interno che si mette a girare quando è esposta alla luce.
Il caleidoscopio però è soltanto mio. Mio padre lo aveva portato tornando da uno dei suoi viaggi di lavoro, era impacchettato in una scatolina rossa con un fiocchetto lucido blu. “Questo è per te”, aveva detto, con il suo solito sorriso freddo e distaccato. Io avevo scartato il pacchetto pieno di emozione, ma quando avevo visto all’interno soltanto quel tubicino di cartone colorato ero rimasto perplesso, un po’ deluso. Lo avevo girato tra le mani tentando invano di carpirne il funzionamento. Allora mio padre mi aveva preso in disparte e mi aveva sussurrato all’orecchio: “È un caleidoscopio, ed è per te. Sai cosa vuol dire caleidoscopio? Viene dal greco e vuol dire: oggetto che ti permette di vedere le cose belle. Quando sei triste guarda attraverso questa lente. Scoprirai che anche le cose che ti sembrano brutte in realtà nascondono un cuore eccezionale.” Poi Topher aveva iniziato a piangere, di quel pianto continuo e intenso che i neonati usano per attirare l’attenzione. Ed io ero rimasto solo, con un fiocchetto blu tra le dita, a pensare a quello strano regalo.
Rimango qualche secondo steso sul letto ad osservare quelle infinite forme simmetriche e colorate, poi sento il cane della vicina abbaiare. Come ogni pomeriggio. Accendo la tv, cambio canale e al terzo tentativo trovo L’attimo fuggente. E risuona il mio barbarico YAWP sopra i tetti del mondo.
Pochi istanti dopo sto dormendo di nuovo.
Rimango immobile nel buio.
La casa è nel silenzio più totale. Me la immagino, stesa nel suo letto di terra e cemento, come un vecchio a cui sia scoppiato un improvviso mal di testa. Me la immagino torva e squadrata, a massaggiarsi piano la fronte di finestre e laterizi. Accendo la luce.
Accanto al letto, posato sul comodino, tengo un piccolo caleidoscopio di cartone. È un regalo di mio padre. Lui era un appassionato di questi piccoli oggettini che si trovano negli shop dei musei della scienza, la casa ne è piena. C’è la matita che si regge sospesa in aria con i magneti, c’è il termometro di Galileo, ci sono due prismi che scompongono lo spettro solare e c’è una meridiana di legno. C’è anche un radiometro, una specie di palla di vetro con una piccola elica colorata all’interno che si mette a girare quando è esposta alla luce.
Il caleidoscopio però è soltanto mio. Mio padre lo aveva portato tornando da uno dei suoi viaggi di lavoro, era impacchettato in una scatolina rossa con un fiocchetto lucido blu. “Questo è per te”, aveva detto, con il suo solito sorriso freddo e distaccato. Io avevo scartato il pacchetto pieno di emozione, ma quando avevo visto all’interno soltanto quel tubicino di cartone colorato ero rimasto perplesso, un po’ deluso. Lo avevo girato tra le mani tentando invano di carpirne il funzionamento. Allora mio padre mi aveva preso in disparte e mi aveva sussurrato all’orecchio: “È un caleidoscopio, ed è per te. Sai cosa vuol dire caleidoscopio? Viene dal greco e vuol dire: oggetto che ti permette di vedere le cose belle. Quando sei triste guarda attraverso questa lente. Scoprirai che anche le cose che ti sembrano brutte in realtà nascondono un cuore eccezionale.” Poi Topher aveva iniziato a piangere, di quel pianto continuo e intenso che i neonati usano per attirare l’attenzione. Ed io ero rimasto solo, con un fiocchetto blu tra le dita, a pensare a quello strano regalo.
Rimango qualche secondo steso sul letto ad osservare quelle infinite forme simmetriche e colorate, poi sento il cane della vicina abbaiare. Come ogni pomeriggio. Accendo la tv, cambio canale e al terzo tentativo trovo L’attimo fuggente. E risuona il mio barbarico YAWP sopra i tetti del mondo.
Pochi istanti dopo sto dormendo di nuovo.
13 maggio 2008
Money
C’è un ragno morto sotto al mio letto. Ha le zampe tutte raggrinzite ed è pieno di polvere. Tento di prenderlo infilandoci sotto un foglio di carta ma è più difficile di quanto sembri, il cadavere continua a scivolare e finisce proprio sul bordo della parete. Alla fine lo sollevo con le dita stando attento a non toccarlo troppo. Lo tiro fuori dalla finestra.
“Potresti abbassare un pochino?”, urlo.
Attraverso il muro sento della musica altissima provenire dal salone. Sono i Pink Floyd. Money.
Nessuna risposta. Apro la porta e mi sporgo con la testa.
“Mamma!”, urlo ancora. “Potresti abbassare la musica?”
Niente.
Inquadro la mia camera spaziosa e piena di cose, la doppia finestra in alluminio, le tende azzurre a strisce blu, il letto con la trapunta verde avvoltolata sul materasso, il calendario minimale regalatomi in una copisteria che mostra questi tristi giorni di settembre, l’armadio vecchio e con le ante un po’ storte, i poster attaccati sul muro e, ulteriore segno di una superficialità congenita nei riguardi dell’ordine, i libri accatastati in malo modo sulla scrivania.
Sapientemente incastonata nell’ambiente, al centro di tutto questo, c’è mia madre.
“Mi hai detto qualcosa?”, chiede.
Si siede sul letto e mi fa segno di avvicinarmi. Dritta sulla schiena ha un portamento e una sicurezza eccezionali, sembra circondata da un’invisibile scorta di guardie del corpo.
“Non ti ho sentita entrare, mi hai spaventato.”
“Sto sentendo un po’ di musica”, dice, accennando un sorriso.
“Me ne sono accorto, ti stavo appunto urlando di abbassare il volume, c’è un casino.”
Non la guardo dritta negli occhi, guardo soltanto la sua ombra che cade per terra e finisce proprio appena prima della porta.
“Vieni da Toph con me?”, chiede.
Seguo l’ipnotico andare e venire del led sul telefonino. Aspetto che si spenga per la terza volta prima di risponderle.
“No, ora no, preferisco rimanere a casa.”
Prende tempo anche lei. Siamo giocatori di scacchi e ogni mossa può essere fatale.
“Sai, quando io e tuo padre ci siamo conosciuti non avrei mai pensato che avremmo davvero costruito una famiglia”, dice mentre mi accarezza una gamba. Dolce, bella e delicata mamma. “Ero giovane, e mi sembrava che fosse tutto troppo difficile, troppo grande per me.”
“Papà mi aveva raccontato che per concedergli il numero di telefono hai impiegato mesi”, la interrompo io.
Ridiamo insieme, ma abbiamo nei nostri volti così simili e così diversi la stessa tristezza. Per un momento mi sento di nuovo quel bambino che trovava tra le sue braccia tutta la sicurezza di cui aveva bisogno.
“Questo non è vero!”, urla scherzando. Poi torna seria all’improvviso. “Ad ogni modo come vedi mi sbagliavo. È venuta fuori una famiglia niente male, no?”
“Mi fai il solletico”, le dico allontanando la sua mano dalla gamba. Penso a me, a lei, a Toph in ospedale. Penso a mio padre e a quanto mi manca. Penso al potere della nostra famiglia, nascosto in un’insana capacità di imparare dai propri incidenti per andare avanti ancora più veloci di prima. Niente male, sì.
Niente male.
Mia madre si alza in piedi, va verso la porta e la apre. La musica irrompe di nuovo con tutta la sua potenza nella stanza. Ancora Pink Floyd. Time.
Poi sembra ripensarci, richiude di nuovo la porta e si volta verso di me.
“Non voglio sapere cosa ti sta succedendo in questi giorni amore mio”, mi sussurra. E la sua voce è così potente da arrivare nitida alle mie orecchie nonostante il delirio oltre il muro.
“Se mi capitasse qualcosa te lo direi, lo sai benissimo”, le rispondo.
“Non me lo diresti”, dice. “Sono tua madre, non una cogliona.” Sorrido un istante pensando alla rarità con cui fa uso di un linguaggio simile. L’ultima volta che l’avevo sentita imprecare era stato contro un tassista a cui lei stessa aveva tagliato la strada. Mi rendo conto di quanto tutto questo renda quell’affermazione terribilmente vera. Guardo a terra.
“Qualsiasi cosa sia, ricorda che sei mio figlio”, dice. “Non pensare di non essere all’altezza.”
Mentre sta uscendo la musica irrompe di nuovo nella stanza.
The time is gone, the song is over, thought I’d something more to say.
“Potresti abbassare un pochino?”, urlo.
Attraverso il muro sento della musica altissima provenire dal salone. Sono i Pink Floyd. Money.
Nessuna risposta. Apro la porta e mi sporgo con la testa.
“Mamma!”, urlo ancora. “Potresti abbassare la musica?”
Niente.
Inquadro la mia camera spaziosa e piena di cose, la doppia finestra in alluminio, le tende azzurre a strisce blu, il letto con la trapunta verde avvoltolata sul materasso, il calendario minimale regalatomi in una copisteria che mostra questi tristi giorni di settembre, l’armadio vecchio e con le ante un po’ storte, i poster attaccati sul muro e, ulteriore segno di una superficialità congenita nei riguardi dell’ordine, i libri accatastati in malo modo sulla scrivania.
Sapientemente incastonata nell’ambiente, al centro di tutto questo, c’è mia madre.
“Mi hai detto qualcosa?”, chiede.
Si siede sul letto e mi fa segno di avvicinarmi. Dritta sulla schiena ha un portamento e una sicurezza eccezionali, sembra circondata da un’invisibile scorta di guardie del corpo.
“Non ti ho sentita entrare, mi hai spaventato.”
“Sto sentendo un po’ di musica”, dice, accennando un sorriso.
“Me ne sono accorto, ti stavo appunto urlando di abbassare il volume, c’è un casino.”
Non la guardo dritta negli occhi, guardo soltanto la sua ombra che cade per terra e finisce proprio appena prima della porta.
“Vieni da Toph con me?”, chiede.
Seguo l’ipnotico andare e venire del led sul telefonino. Aspetto che si spenga per la terza volta prima di risponderle.
“No, ora no, preferisco rimanere a casa.”
Prende tempo anche lei. Siamo giocatori di scacchi e ogni mossa può essere fatale.
“Sai, quando io e tuo padre ci siamo conosciuti non avrei mai pensato che avremmo davvero costruito una famiglia”, dice mentre mi accarezza una gamba. Dolce, bella e delicata mamma. “Ero giovane, e mi sembrava che fosse tutto troppo difficile, troppo grande per me.”
“Papà mi aveva raccontato che per concedergli il numero di telefono hai impiegato mesi”, la interrompo io.
Ridiamo insieme, ma abbiamo nei nostri volti così simili e così diversi la stessa tristezza. Per un momento mi sento di nuovo quel bambino che trovava tra le sue braccia tutta la sicurezza di cui aveva bisogno.
“Questo non è vero!”, urla scherzando. Poi torna seria all’improvviso. “Ad ogni modo come vedi mi sbagliavo. È venuta fuori una famiglia niente male, no?”
“Mi fai il solletico”, le dico allontanando la sua mano dalla gamba. Penso a me, a lei, a Toph in ospedale. Penso a mio padre e a quanto mi manca. Penso al potere della nostra famiglia, nascosto in un’insana capacità di imparare dai propri incidenti per andare avanti ancora più veloci di prima. Niente male, sì.
Niente male.
Mia madre si alza in piedi, va verso la porta e la apre. La musica irrompe di nuovo con tutta la sua potenza nella stanza. Ancora Pink Floyd. Time.
Poi sembra ripensarci, richiude di nuovo la porta e si volta verso di me.
“Non voglio sapere cosa ti sta succedendo in questi giorni amore mio”, mi sussurra. E la sua voce è così potente da arrivare nitida alle mie orecchie nonostante il delirio oltre il muro.
“Se mi capitasse qualcosa te lo direi, lo sai benissimo”, le rispondo.
“Non me lo diresti”, dice. “Sono tua madre, non una cogliona.” Sorrido un istante pensando alla rarità con cui fa uso di un linguaggio simile. L’ultima volta che l’avevo sentita imprecare era stato contro un tassista a cui lei stessa aveva tagliato la strada. Mi rendo conto di quanto tutto questo renda quell’affermazione terribilmente vera. Guardo a terra.
“Qualsiasi cosa sia, ricorda che sei mio figlio”, dice. “Non pensare di non essere all’altezza.”
Mentre sta uscendo la musica irrompe di nuovo nella stanza.
The time is gone, the song is over, thought I’d something more to say.
09 maggio 2008
Trentuno passi
C’è odore di cera e di lenzuola lavate troppo spesso. L’aria sa di metallo e di anidride carbonica. Sa di effetti collaterali. I muri sono bianchi, di quel bianco privo di macchie che lascia scivolare lo sguardo senza concedere neanche un appiglio. Di quel bianco innaturale che mette paura. Questo posto è insopportabilmente pulito.
“Non saresti dovuto venire”, dice Topher.
Si sbaglia.
“Ti sbagli”, scuoto la testa contrariato.
“Che vieni a fare ogni giorno se nemmeno mi porti un regalo?”
“Vuoi vedere cosa vengo a fare?”, esclamo. Poi immergo la faccia nel suo cuscino e soffio forte proprio alla base del collo per fargli il solletico. Ride come uno scemo.
“Smettila!”
Da quando è qui dentro ho smesso di dimenticarmi che è ancora un bambino. Prima mi capitava spesso, passavo giornate intere a considerarlo un coetaneo. Mi meravigliavo dei suoi commenti infantili, gli raccontavo di politica e di filosofia. Da un mese non lo faccio più. Ora gli parlo come si parla ad un ragazzino, l’ombra dei videogiochi e delle altalene a riempire i vuoti tra una frase e l’altra. Mi fa tenerezza. È troppo stanco per sembrare un uomo.
“Chiudi un po’ le tende per favore?”, chiede.
Caccio la luce dalla stanza e la penombra mi mette un po’ di tristezza. C’è il ticchettio costante di un macchinario attaccato alle vene di Toph. C’è il sangue che si riassorbe lentamente nella sua spina dorsale, goccia a goccia. C’è il senso di quella situazione ad aleggiare sui nostri volti così simili. C’è il ricordo di mio padre, quando anche lui riempiva un letto identico svuotandosi giorno dopo giorno. Non voglio più pensare a tutto questo.
“Hai ragione, ti faccio un regalo.”
Entra mia madre nella stanza e appena mi vede sorride di tutta la gioia che può. Ha un vestito blu. È elegante come sempre.
“Come sta l’amore mio?”, esclama guardandoci entrambi.
Lo dice come se fossimo due concorrenti di uno di quei quiz a premi che mandano nelle televisioni locali prima dell’ora di cena. Lo dice come se potesse svelarci il significato dell’universo.
“Al solito”, mugugna Topher.
“Qui dentro sembra una caverna, apriamo un po’ le tende!”
“Toph mi ha appena chiesto di chiuderle, mamma”, le dico. “Piuttosto, hai un po’ di soldi da darmi?”
Mentre rovista nella sua borsa di pelle mi chiedo come mai ogni giorno si porti appresso tutta quella roba. C’è di tutto lì dentro. Perfino un tagliacarte. Mi domando a cosa possa servirle un tagliacarte nella borsa.
“Cosa devi farci?”, chiede mentre mi porge qualche banconota. Conto rapidamente con gli occhi. Dovrebbero bastare.
“Una cosa.” Faccio l’occhiolino a Toph che mi sorride di rimando.
“Voglio vedere la tv”, dice.
Cambio canale finché non trovo un programma con un tipo che canta I want to break free con un costume da Freddy Mercury fatto di carta. A metà canzone si strappa il vestito e sotto appare un costume da Kylie Minogue e inizia a cantare It’s in your eyes. Va avanti così trasformandosi in continuazione, ed è davvero divertentissimo.
Un uccellino si ferma sul davanzale della finestra, il sole proietta la sua ombra sulla tenda. Cinguetta un po’ e poi vola via di nuovo. Apro un pacchetto di patatine alla paprika, le ho prese al distributore automatico all’ingresso dell’ospedale. Ne ficco una manciata in bocca a Toph. Mentre mastica rumorosamente penso che forse siamo riusciti a vincere noi.
Forse si sente un po’ a casa.
“Non saresti dovuto venire”, dice Topher.
Si sbaglia.
“Ti sbagli”, scuoto la testa contrariato.
“Che vieni a fare ogni giorno se nemmeno mi porti un regalo?”
“Vuoi vedere cosa vengo a fare?”, esclamo. Poi immergo la faccia nel suo cuscino e soffio forte proprio alla base del collo per fargli il solletico. Ride come uno scemo.
“Smettila!”
Da quando è qui dentro ho smesso di dimenticarmi che è ancora un bambino. Prima mi capitava spesso, passavo giornate intere a considerarlo un coetaneo. Mi meravigliavo dei suoi commenti infantili, gli raccontavo di politica e di filosofia. Da un mese non lo faccio più. Ora gli parlo come si parla ad un ragazzino, l’ombra dei videogiochi e delle altalene a riempire i vuoti tra una frase e l’altra. Mi fa tenerezza. È troppo stanco per sembrare un uomo.
“Chiudi un po’ le tende per favore?”, chiede.
Caccio la luce dalla stanza e la penombra mi mette un po’ di tristezza. C’è il ticchettio costante di un macchinario attaccato alle vene di Toph. C’è il sangue che si riassorbe lentamente nella sua spina dorsale, goccia a goccia. C’è il senso di quella situazione ad aleggiare sui nostri volti così simili. C’è il ricordo di mio padre, quando anche lui riempiva un letto identico svuotandosi giorno dopo giorno. Non voglio più pensare a tutto questo.
“Hai ragione, ti faccio un regalo.”
Entra mia madre nella stanza e appena mi vede sorride di tutta la gioia che può. Ha un vestito blu. È elegante come sempre.
“Come sta l’amore mio?”, esclama guardandoci entrambi.
Lo dice come se fossimo due concorrenti di uno di quei quiz a premi che mandano nelle televisioni locali prima dell’ora di cena. Lo dice come se potesse svelarci il significato dell’universo.
“Al solito”, mugugna Topher.
“Qui dentro sembra una caverna, apriamo un po’ le tende!”
“Toph mi ha appena chiesto di chiuderle, mamma”, le dico. “Piuttosto, hai un po’ di soldi da darmi?”
Mentre rovista nella sua borsa di pelle mi chiedo come mai ogni giorno si porti appresso tutta quella roba. C’è di tutto lì dentro. Perfino un tagliacarte. Mi domando a cosa possa servirle un tagliacarte nella borsa.
“Cosa devi farci?”, chiede mentre mi porge qualche banconota. Conto rapidamente con gli occhi. Dovrebbero bastare.
“Una cosa.” Faccio l’occhiolino a Toph che mi sorride di rimando.
“Voglio vedere la tv”, dice.
Cambio canale finché non trovo un programma con un tipo che canta I want to break free con un costume da Freddy Mercury fatto di carta. A metà canzone si strappa il vestito e sotto appare un costume da Kylie Minogue e inizia a cantare It’s in your eyes. Va avanti così trasformandosi in continuazione, ed è davvero divertentissimo.
Un uccellino si ferma sul davanzale della finestra, il sole proietta la sua ombra sulla tenda. Cinguetta un po’ e poi vola via di nuovo. Apro un pacchetto di patatine alla paprika, le ho prese al distributore automatico all’ingresso dell’ospedale. Ne ficco una manciata in bocca a Toph. Mentre mastica rumorosamente penso che forse siamo riusciti a vincere noi.
Forse si sente un po’ a casa.
07 maggio 2008
Viva la Vida (is out)
I used to rule the world
Seas would rise when I gave the word
Now in the morning I sweep alone
Sweep the streets I used to own
I used to roll the dice
Feel the fear in my enemy's eyes
Listen as the crowd would sing:
"Now the old king is dead! Long live the king!"
One minute I held the key
Next the walls were closed on me
And I discovered that my castles stand
Upon pillars of sand, pillars of sand
I hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
Once you know there was never, never an honest word
That was when I ruled the world
It was the wicked and wild wind
Blew down the doors to let me in
Shattered windows and the sound of drums
People couldn't believe what I'd become
Revolutionaries wait
For my head on a silver plate
Just a puppet on a lonely string (?)
Oh who would ever wanna be king?
I hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
I know Saint Peter won't call my name
Never an honest word
And that was when I ruled the world
(Ohhhhh Ohhh Ohhh)
Hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
I know Saint Peter won't call my name
Never an honest word
But that was when I ruled the world
Seas would rise when I gave the word
Now in the morning I sweep alone
Sweep the streets I used to own
I used to roll the dice
Feel the fear in my enemy's eyes
Listen as the crowd would sing:
"Now the old king is dead! Long live the king!"
One minute I held the key
Next the walls were closed on me
And I discovered that my castles stand
Upon pillars of sand, pillars of sand
I hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
Once you know there was never, never an honest word
That was when I ruled the world
It was the wicked and wild wind
Blew down the doors to let me in
Shattered windows and the sound of drums
People couldn't believe what I'd become
Revolutionaries wait
For my head on a silver plate
Just a puppet on a lonely string (?)
Oh who would ever wanna be king?
I hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
I know Saint Peter won't call my name
Never an honest word
And that was when I ruled the world
(Ohhhhh Ohhh Ohhh)
Hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
I know Saint Peter won't call my name
Never an honest word
But that was when I ruled the world
02 maggio 2008
Brucio vivo
Stiamo percorrendo il lungomare alla ricerca di un parcheggio e una voce maschile dice alla radio che il papa è un baluardo di spiritualità e di integrità intellettuale. Beth ha le labbra sporche di marmellata. Mastica l’ultimo boccone di cornetto e manda giù. Osservo le briciole cadere nel tappetino e dentro di me la maledico; io devo essere buono, penso. Abbasso il finestrino e subito entra un odore fortissimo di carne alla brace e di grasso che si scioglie. Il fumo è denso e quasi unticcio. Mi guardo intorno, probabilmente proviene da una delle tante villette che si affacciano sulla strada.
Trovo un posto libero. Neanche ho spento la macchina che Beth salta fuori. Spinge la faccia sul finestrino accanto a me, il naso le si appiattisce tutto. Batte i pugni sul vetro e mi urla di scendere, ha i capelli sconvolti e spettinati dal vento. Sembra uno zombie in un film dell’orrore.
“Scendi! Andiamo al mare!”, urla. Sembra contentissima.
Il marciapiede è coperto da un sottile strato di sabbia e ogni passo mi fa scricchiolare. Mi ricorda l’estate. Mi ricorda anche quella scena di Indiana Jones in cui il bambino dice mi sembra di camminare sui biscotti e poi scopre che il pavimento è pieno di scarafaggi. Guardo Beth.
“A cosa stai pensando?”, mi chiede.
Non ho nessuna intenzione di dirglielo.
“Cosa faremo poi?”
“Poi quando?”
“Dopo. Quando prenderò questa cazzo di laurea. Quando ti diplomerai.” Scavalco il muretto e salto sulla spiaggia. “Cosa faremo?”
Camminiamo un po’ in silenzio, soltanto noi e il suono delle onde.
“Tu diventerai ricco e lavorerai in un posto pulito con i muri troppi bianchi insieme a dei tipi incravattati che nemmeno ricordano com’è fatta la loro moglie”, dice tutto d’un fiato.
“Non è molto allettante.”
“Dopo qualche anno tradirai un tuo collega e arriverai ai vertici della società. E guarderai gli altri dall’alto della tua potenza.”
“Non è questo il mio futuro.”
Mi sento le scarpe pesanti e piene di sabbia. Avrei dovuto mettere le infradito, ma come al solito non le ho trovate. Chissà mia madre dove le ha nascoste. Forse nella scarpiera dietro la porta del bagno.
“Io credo di sì”, mi guarda maliziosa.
“Impossibile.” Scaccio un insetto dal braccio. “In questo futuro non ci sei tu.”
Una moto passa veloce nel lungomare, riempie l’aria di un suono vecchio e minaccioso. Non dovrebbe essere qui. Vattene via. È il nostro spazio.
“Ruchette di mare”, dice Beth.
“Eh?”
“Guarda.”
Indica un punto in lontananza, dove la spiaggia finisce e inizia l’erba. C’è un ciuffo di fiori rosa a pochi metri dalla riva. Sembrano spuntarle direttamente dalle dita.
“Come fai a saperlo?”
“Mia mamma da piccola mi portava sempre a raccogliere fiori per mia nonna, di ognuno mi insegnava il nome. Diceva che le avrebbero portato fortuna.” Si china a raccogliere una conchiglia mangiata dal mare. “Quando poi mia nonna è morta mi sono sentita in colpa per un sacco di tempo. Pensavo di averne raccolti troppo pochi.”
Il mare è calmo, l’aria immobile. Ci fermiamo a pochi passi dall’acqua, mi tolgo i vestiti, rimango con i miei boxer bianchi con le palme disegnate sopra. Li adoro. Beth fa lo stesso e non posso fare a meno di notare quanto sia bella. La luce le si infila nel costume e sembra inciampare nelle pieghe della sua pelle. Con lei accanto è come se ogni cosa fosse minuscola. Il mare è un granello di sabbia. Le nuvole sono granelli di sabbia. Ogni minuto è un granello di sabbia.
“Smettila di entrarmi in testa”, le dico.
“Smettila di guardarmi.”
È accecante come stare in cima a una pista da sci, con il sole che batte forte sulla neve, nel cuore la consapevolezza della velocità. Mi stendo e chiudo gli occhi. Sto bruciando.
Trovo un posto libero. Neanche ho spento la macchina che Beth salta fuori. Spinge la faccia sul finestrino accanto a me, il naso le si appiattisce tutto. Batte i pugni sul vetro e mi urla di scendere, ha i capelli sconvolti e spettinati dal vento. Sembra uno zombie in un film dell’orrore.
“Scendi! Andiamo al mare!”, urla. Sembra contentissima.
Il marciapiede è coperto da un sottile strato di sabbia e ogni passo mi fa scricchiolare. Mi ricorda l’estate. Mi ricorda anche quella scena di Indiana Jones in cui il bambino dice mi sembra di camminare sui biscotti e poi scopre che il pavimento è pieno di scarafaggi. Guardo Beth.
“A cosa stai pensando?”, mi chiede.
Non ho nessuna intenzione di dirglielo.
“Cosa faremo poi?”
“Poi quando?”
“Dopo. Quando prenderò questa cazzo di laurea. Quando ti diplomerai.” Scavalco il muretto e salto sulla spiaggia. “Cosa faremo?”
Camminiamo un po’ in silenzio, soltanto noi e il suono delle onde.
“Tu diventerai ricco e lavorerai in un posto pulito con i muri troppi bianchi insieme a dei tipi incravattati che nemmeno ricordano com’è fatta la loro moglie”, dice tutto d’un fiato.
“Non è molto allettante.”
“Dopo qualche anno tradirai un tuo collega e arriverai ai vertici della società. E guarderai gli altri dall’alto della tua potenza.”
“Non è questo il mio futuro.”
Mi sento le scarpe pesanti e piene di sabbia. Avrei dovuto mettere le infradito, ma come al solito non le ho trovate. Chissà mia madre dove le ha nascoste. Forse nella scarpiera dietro la porta del bagno.
“Io credo di sì”, mi guarda maliziosa.
“Impossibile.” Scaccio un insetto dal braccio. “In questo futuro non ci sei tu.”
Una moto passa veloce nel lungomare, riempie l’aria di un suono vecchio e minaccioso. Non dovrebbe essere qui. Vattene via. È il nostro spazio.
“Ruchette di mare”, dice Beth.
“Eh?”
“Guarda.”
Indica un punto in lontananza, dove la spiaggia finisce e inizia l’erba. C’è un ciuffo di fiori rosa a pochi metri dalla riva. Sembrano spuntarle direttamente dalle dita.
“Come fai a saperlo?”
“Mia mamma da piccola mi portava sempre a raccogliere fiori per mia nonna, di ognuno mi insegnava il nome. Diceva che le avrebbero portato fortuna.” Si china a raccogliere una conchiglia mangiata dal mare. “Quando poi mia nonna è morta mi sono sentita in colpa per un sacco di tempo. Pensavo di averne raccolti troppo pochi.”
Il mare è calmo, l’aria immobile. Ci fermiamo a pochi passi dall’acqua, mi tolgo i vestiti, rimango con i miei boxer bianchi con le palme disegnate sopra. Li adoro. Beth fa lo stesso e non posso fare a meno di notare quanto sia bella. La luce le si infila nel costume e sembra inciampare nelle pieghe della sua pelle. Con lei accanto è come se ogni cosa fosse minuscola. Il mare è un granello di sabbia. Le nuvole sono granelli di sabbia. Ogni minuto è un granello di sabbia.
“Smettila di entrarmi in testa”, le dico.
“Smettila di guardarmi.”
È accecante come stare in cima a una pista da sci, con il sole che batte forte sulla neve, nel cuore la consapevolezza della velocità. Mi stendo e chiudo gli occhi. Sto bruciando.
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