10 aprile 2008
In love
Crawling on your knees toward him
Making momma so proud
But your voice is too loud
We like to watch you laughing
Picking insects off of plants
No time to think of consequences"
E' così che mi sono innamorato.
oppure la frase giusta è:
E così mi sono innamorato.
Boh.
08 aprile 2008
Chasing something
Ricorda tutto, anche le cose più minute ed i dettagli. Parla poco, pensa molto. In effetti sono rari gli impavidi che si concedono una conversazione con lui, ed anche i più coraggiosi tremano ad ogni suo sospiro. Lui non dimentica mai niente, schiavo della sua stessa mente spesso beve per attutire il peso dei ricordi.
Affascinante il gigante in un mondo di uomini normali, ama una donna ormai da molti anni. E' la figlia di un modesto panettiere, bionda e profumata, giovane ma colta. La osserva ogni mattina passeggiare oltre il suo castello con in mano il cestino del pane appena sfornato da distribuire ai clienti più vecchi. La segue con gli occhi giganti fino a vederla scomparire oltre la collina.
Di giorno il gigante non esce mai, ha paura che i contadini possano rivoltarsi contro di lui ed ucciderlo con le pale ed i rastrelli. Così deve osservare l'amata sparire oltre il suo sguardo; e chissà dove va, la sua amata. La notte entra nelle case e ruba i bambini più grassi. Per imprigionarli e poi mangiarli, perchè così fanno i giganti. Ma non entra mai nella casa del panettiere, perchè lì troverebbe soltanto l'amore. Il gigante sa bene che l'amore non sfama.
06 aprile 2008
Vuoti di memoria
04 aprile 2008
Leggende
Time to pretend
è l'ora di fare un po' di musica, di fare un po' di soldi, di trovare qualche modello per le nostre mogli.
Io andrò a Parigi, mi farò qualche pera di eroina e scoperò con le stelle,
tu dipenderai dall'isola, dalla cocaina e dalle macchine eleganti.
Questa è la nostra decisione: vivere veloci e morire giovani.
Ho avuto l'illuminazione, ora iniziamo a divertirci.
E' opprimente, ma cos'altro potremmo fare?
Trovare lavoro in qualche ufficio e svegliarci come pendolari mattinieri?
Dimentichiamoci delle nostre madri e dei nostri amici:
siamo destinati a pretendere,
a pretendere.
Mi mancheranno i parchi gioco, gli animali e scavare cercando vermi,
mi mancherà il conforto di mia madre e tutto il peso del mondo,
mi mancherà mia sorella, mio padre, il mio cane e la mia casa,
e mi mancherà la noia e la libertà e tutto il tempo passato da solo.
Ma non c'è niente, niente che possiamo fare;
l'amore va dimenticato, la vita può sempre ricominciare da capo.
I modelli avranno figli, noi otterremo un divorzio,
troveremo altri modelli e tutto seguirà il suo corso.
Poi affogheremo nel nostro stesso vomito, e quella sarà la fine.
MGMT
[aiutatemi a capire]
03 aprile 2008
E' l'ora di pretendere
MGMT - Time to pretend
01 aprile 2008
Wish I was old and a little sentimental
Voglio spiccare sulla masse, calpestare la plebe, voglio uccidere se necessario. Pretendo l'egoismo che ho, e ne voglio ancora per usarlo per abusare di tutti quanti. Voglio sedermi sulla cima delle vostre teste per guardare dall'alto e spaccarvi il cervello mentre salto ancora più su. Poi voglio te su quel cazzo di letto e ti voglio adesso. Voglio il tuo amore per farti del male.
Se fossi qui ti stuprerei.
30 marzo 2008
Inghiottire il buio
Si scambiarono poche parole e molti sospiri, si nutrirono l'uno con il fiato dell'altra. Sembrava quasi potessero soffocarsi a vicenda. Camminarono vicini, giocando a rincorrere le ombre. Quando lui aprì il portone una lama di luce affettò l'atrio del suo appartamento, sembrava potesse tagliare anche l'equilibrio tra di loro, tanto era fragile, impalpabile. C'erano un letto, una sedia e un cavalletto, in quella casa. C'era la quiete di un lavoro fatto di gesti precisi.
I vestiti caddero uno dopo l'altro; in volo, leggeri, sembravano foglie ancora verdi ma già rifiutate da un albero sbadato. Scena terribile, quel suo denudarsi. Poi, quando ormai tra la pelle e l'aria c'era solo altra aria, si sciolse i capelli; e quel rosso vivo e vagabondo irruppe nell'ambiente vibrando come vibrano le ali di una libellula in volo. Quindi si fermò, in piedi, immobile; ed il silenzio che scaturì da quel suo evitare i gesti sembrava destinato a celebrarne la bellezza. Con le labbra ella stessa lo distrusse in un soffio, però. Sussurrando.
"Mi renderai più bella?"
Sembrava riflettere una lunga risposta, quell'uomo. Ma in cuor suo, in realtà, si sforzava a immaginare una bellezza migliore di quella. E falliva ad ogni suo tentativo. Quei minuti servirono a poco, soltanto a dar peso a una sola parola.
"Impossibile."
"E allora, che cosa farai?"
Di nuovo una pausa, questa volta la risposta era pronta ma in sè nascondeva la vita di quell'uomo. Difficile parlare, quando hai nelle parole una vita intera.
"Ti renderò eterna."
Lei stesa nel letto, lui in piedi o seduto, la tela a dividere in due quello strano connubio. Le dita erano sporche di mille colori, in mano un pennello ed in testa uno sguardo impegnato. Nel bianco di un quadro prendevano forma le curve di un corpo perfetto. Passarono giorni e la tela mostrava due occhi, passarono mesi ed apparve anche il naso, la bocca soltanto lo impegnò per un anno.
Non dissero niente, lei ferma aspettava senza guardare mai altrove se non in quel punto preciso nel mezzo dell'aria, dove aveva riposto dal primo istante la speranza e l'attesa. Nel mentre lo sguardo dell'uomo era fisso nel quadro, l'immagine di lei tutta nella sua testa. Era meticoloso nei modi, preciso nel muovere i colori senza sbagliare mai. Aggiungeva filamenti di luce, compiaciuto di ciò che appariva pian piano. Il tempo scorreva frettoloso, e chissà quanti anni passarono quando lui finalmente disse.
"Ho finito."
Fu allora che per la prima volta sorrise. Aveva, davanti, la donna più bella del mondo. Il ritratto perfetto, immagine di qualcosa di troppo potente per essere vero.
"Ho finito!"
Ribadì, prima di alzare gli occhi verso il letto. Ma nessuno rispose al suo fuoco di gioia. Distesa, una vecchia piangeva la vita perduta a farsi dipingere. Non aveva più giovinezza, quel corpo, era brutto e rugoso. La donna si alzò con le gambe tremanti, raccolse il vestito da terra e lo indossò per coprire le pieghe di un seno ormai sfatto. Si avvicinò al quadro, che mai aveva potuto vedere in quegli anni infiniti. Ma appena con lo sguardo toccò la bellezza di quella tela, il suo cuore non resse. E si fermò. Cadde al suolo goffamente, quando il viso toccò terra era già morta. Urlò, l'uomo. Gridò esclamazioni ormai vane, pestò i piedi, si strappò i capelli.
Poi tacque, di un silenzio fetido come il corpo ai suoi piedi. Pieno di rabbia sollevò il dipinto e lo lanciò, lo spezzò in due, poi con le scarpe lo polverizzò. Uscì dalla stanza chiudendo la porta dietro di sè. Sparì nel nulla, e nessuno seppe mai più niente di lui. I ricordi di chi lo conobbe svanirono presto.
Nel pavimento di quella casa però rimase un pezzo di tela un po' più grande degli altri. C'erano dipinte due labbra socchiuse. Brillavano di una bellezza innaturale. Rosse come il sole che albeggia, anch'esse sembravano inghiottire il buio.
La Pivetti e il linguaggio
[da Repubblica - Gli Altri Noi]
26 marzo 2008
Attacchi di panico
Ti alzi nel cuore della notte per farti una camomilla doppia; mentre metti il pentolino sul fuoco non puoi fare a meno di notare che la superficie dell'acqua sta tremando, di un tremore che ti attraversa corpo e mente. Passerà, continui a dire a te stesso. Passerà. Fumi una sigaretta, ti nausea, ma quella vertigine allo stomaco almeno distoglie un momento il senso di pericolo da quell'irrealtà che lo avvolgeva e lo dirige su qualcosa di realmente sgradevole, consolazione necessaria, al momento.
Mentre inghiotti quel liquido che hai dolcificato in eccesso fumi ancora, senti lo stomaco ribollire e pensi che forse ce l'hai fatta; torni a letto e spegni la luce. Passano pochi minuti ed ecco tornare il senso di colpa, questa volta è ancora più forte perchè è accolpagnato dalla nausea che hai provocato appena prima. Hai inglobato quel fenomeno fisico nella tua proiezione mentale rendendola, di fatto, ancora più vera. Cominci a girarti nel letto e provi a scappare dai tuoi pensieri ricorrendo ai metodi più stupidi. Niente.
Accendi il computer, l'orologio segna le 5.33, sembra passata un'eternità da quando hai aperto gli occhi, ma in realtà sono solo pochi minuti, pochi fottutissimi minuti. Fai un giro su internet ma a quest'ora di notizie interessanti ce n'è davvero poche. Grazie a dio finisci per caso su un sito di giochi in flash, per la disperazione clicchi qua e là un po' a caso e ti ritrovi a giocare a pang, quel videogame in cui devi distruggere della palle enormi che rimbalzano con una pistola senza farti schiacchiare. Finisci un po' di quadri ed effettivamente le dita tremano molto meno di quando hai iniziato.
Torni di nuovo a letto, stavolta è fatta, pensi. Stavolta è fatta. E' di nuovo buio ed è di nuovo colpa, ma sei una persona intelligente e hai voglia di vincere anche questa sfida, perciò dirigi il pensiero verso pang, giochi qualche partita mentale, roba da matti, ma senti il respiro diventare meno affannato e al momento è la cosa più bella del mondo. Stai per addormentarti di nuovo quando fai l'errore più grande di tutti: diventi consapevole di essere in quella soglia tra il sonno e la veglia. E provi a sbilanciarti verso il dormire; torna la colpa, ed è ancora più pesante perchè adesso gli si aggiunge la consapevolezza di non riuscire a combattere nonostante un a collezione di armi non indifferente. La camomilla, le sigarette, il libro, pang: sono tutti motivi di vergogna. L'ansia è insostenibile.
Capisci che così non puoi andare avanti, la tua mente arriva a pensare di fare qualcosa di definitivo, l'autocontrollo che ti rimane è ancora tanto grazie a dio; ma così non puoi andare avanti davvero, devi fare qualcosa. Accendi la luce per l'ennesima volta, sono le 6.21, almeno tutto quel casino è servito a perdere più tempo possibile. Cominci a togliere tutta la roba dal letto. Cuscini, libri, vestiti; quando rimangono soltanto il piumone e il tuo corpo ti sposti tutto dall'altra parte, sembra un'altro posto da laggiù, un'altra casa, un altro letto. Socchiudi gli occhi quel tanto che basta a percepire la luce filtrare da sotto le persiane e ti metti ad aspettare. Il fiato è ancora rapido e affannato, il petto è pesante, la mente poco lucida, e tu aspetti.
Qualcuno si sveglia in casa, senti le porte aprirsi, lo sciacquone del bagno. Ti attacchi con la mente a questi rumori, alla consapevolezza che qualcuno di vivo è a pochi metri da te. Senti i muscoli rilassarsi un po', ma rimani all'erta questa volta. Ti alzi, ancora; hai un sonno pazzesco, sai di aver mandato a puttane l'esame del giorno dopo, oggi non studierai molto. Ma al momento è la cosa meno importante del mondo, già soltanto sopravvivere ti sembra incredibile. Esci dalla camera, vai in cucina e metti su un caffè. Inghiotti rapidamente un'intera macchinetta. Fa schifo ma ti piace quell'amaro in bocca.
Ti siedi sul divano ed aspetti, ancora. Senti una presenza alle tue spalle e una voce, parole che ti entrano in testa e ti puliscono dentro. "Già sveglio?", dice.
"Buongiorno papà", rispondi. Sono le 7.02, e non ne sei ancora uscito.
23 marzo 2008
Uomo
E' pazzo, un uomo così?
The passenger seat
I roll the window down
And then begin to breathe in
The darkest country road
And the strong scent of evergreen
From the passenger seat as you are driving me home.
Then looking upwards
I strain my eyes and try
To tell the difference between shooting stars and satellites
From the passenger seat as you are driving me home.
"Do they collide?"
I ask and you smile.
With my feet on the dash
The world doesn't matter.
When you feel embarrassed then i'll be your pride
When you need directions then i'll be the guide
For all time.
For all time.
[buona pasqua]
22 marzo 2008
Riposino in pace
C'era un ragazzo con gli occhi blu come il ghiaccio; sul volto lo strazio di chi da innocente ha ucciso una donna uccidendo un uomo.
C'era un vecchio onesto e spaventato che era morto e risorto e che poi aveva trovato l'amore nel corpo avvizzito di un simile a lui.
C'era una morta ormai bianca cadavere, magra, bellissima, le labbra piegate in un disgusto immobile e supremo, maledetto giudizio divino.
C'era un signore dall'aria un po' esotica e il viso di chi finalmente è riuscito a trovare il silenzio dopo anni di voci assordanti guardate con gli occhi.
C'era una viva che era uguale alla morta e che camminando affettava l'ambiente con passo leggero, piangeva e pregava timorosa di Dio, troppo tardi era arrivata, troppo tardi.
C'era un anziano spazzino che era triste per lei ma era allegro per lui, nascondeva un sorriso d'amore tra le pieghe di un'espressione afflitta.
E poi c'ero io, prete umile e anonimo, che in quel misto di anime e corpi trovavo più senso che in ogni possibile altrove.
"L'eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda per essi la luce perpetua", dissi.
E finalmente mi fu chiaro tutto il retro delle cose.
"Amen".
[Il retro delle cose - un racconto in sette parti scritto in una strana settimana di marzo del 2008]
21 marzo 2008
Pulizia, ordine, chiarezza
"E' vivo, è vivo!", urlai quando il vecchio si mosse per stringermi forte una mano.
Ci eravamo separati un'oretta prima per pulire due strade diverse, nei suoi occhi avevo visto la tristezza di lasciarmi e mi era parsa reale, ma il silenzio tra noi era forte da mesi, il coraggio a mancarci nei gesti. Due uomini vecchi non si possono amare, pensavo. Ma lo amavo lo stesso. Che notte bizzarra, e triste.
"Ehi ciao", mi sorrise guardandomi.
"Ciao. Ben tornato tra noi" gli risposi.
"Che è successo?"
"Non lo sappiamo ancora, sei molto fortunato ad essere vivo, ti ho trovato sdraiato in un mare di sangue, accanto a una macchina aperta, la testa coperta di vetri".
"Sono vivo davvero".
"Sei vivo davvero", quel sorriso dolcissimo mi dava alla testa.
Due tipi un po' grossi lo presero e lo stesero in una barella, tutto il tempo mi fissò, tutto il tempo lo fissai, lo infilarono in una ambulanza bianca e lucida e mentre si stavano chiudendo le porte provai a entrare anche io, mi cacciarono via e lo sentii ridere, ridere. Appena le ruote sgommando lo allontanarono da me, d'istinto scoppiai in lacrime, non erano tristi però, erano la liberazione di un peso inatteso.
Dovevo calmarmi e così camminai senza meta fumando e guardando i passanti assonnati. Una vecchia battona mi prese in disparte e mi raccontò le avventure con i clienti più strani, "Un matto voleva scoparmi per strada di giorno" mi disse, "ti pago il doppio, mi diceva, ma ho una dignità e non l'ho fatto, ho una dignità io, e non l'ho fatto". Rideva anche lei raccontando, che notte bizzarra, prima triste e poi allegra.
Seduto in un panchina sfogliai distratto un quotidiano gratuito, mi incamminai per il quartiere a perdere tempo, non avevo sonno quella mattina. Poi accadde che sentii un urlo e un botto dietro l'angolo.
Arrivai e vidi la stessa persona due volte. Una donna bellissima sia morta che viva. Rimasi distante dei passi a guardare. La morta era stesa per terra col cranio spaccato, più in alto una finestra aperta raccontava il suo ultimo gesto. La viva era inginocchiata su di lei e piangeva pregando, ed era uguale, erano uguali, solo l'esistere ormai a dargli differenza. Mi avvicinai quando lei si voltò, il viso insozzato di lacrime a chiedere aiuto. M'immaginai nella sua condizione, a trovare nello specchio un cadavere. Che notte bizzarra, pensai, con il sole nascente a colpirmi la nuca.
Che notte bizzarra, prima triste poi allegra e poi triste di nuovo.
