11 gennaio 2008
Epilogo
Scopro così che sono il niente rispetto a te. Nei tuoi occhi trovano un'ingannevole prigionia tutti i miei sensi, nel tuo corpo cercano un'effimera soddisfazione. Le tue labbra si curvano in un cerchio perfetto che non ha inizio né fine: così come il desiderio che provo ora per te. A guardarti si ha la sensazione che una mano, posata con fermezza sulla tua spalla, non incontri nessuna resistenza e scivoli giù, come una biglia su un piano inclinato. Cammini e ti muovi, e il mondo si piega intorno a te: perchè la tua bellezza è mistica, e superiore ad ogni cosa. Ma non è come una molesta ubriacatura. Il tuo splendore è nitido, si può toccare lucidamente; non provoca giramenti ma stupore; non abbaglia, ma toglie il fiato. Sei di questo mondo, tu: non vieni da altri pianeti. Ma proprio in questa terra trovi la tua superiorità, perchè nulla può eguagliarti. Ti basta scuotere un dito per provocare un cambiamento, ora sono triste, ora muoio di gioia, e sono sempre tuo, lo sono da sempre. Mi disturbano gli altri, si frappongono: ti vogliono anch'essi; ma non sanno che di tutto ciò che al mondo vorrei avere, tu sei l'unica cosa per la quale morirei, e ucciderei. Non ti oppongo resistenza: sarebbe un vano tentativo. Piuttosto mi inchino, mi strappo i capelli ogni qual volta mi urli, mi commuovo se ridi. E quando il tempo è senza di te non è tempo, ma attesa.
10 gennaio 2008
E' la fine.
"...capitato, o almeno da un sacco di tempo, perciò mi ha sorpreso davvero stare lì col libro in mano a piangere come un deficiente, proprio con i singhiozzi e le lacrime e tutto il resto, ma il fatto è che non stavo piangendo per il libro, o almeno non per il suo contenuto in maniera specifica, sì, forse anche per quello, il finale è davvero emozionante, e geniale, e tutto, ti viene voglia di dirle jk ti ho sempre amato, poi quell'ultimo capitolo scritto così tanti anni fa, si vede anche che è stato scritto prima, lei ha cambiato molto modo di scrivere nel corso del tempo assumendo un tono più secco ed autorevole e quelle frasi così lunghe e descrittive e dolci invece mi sono sembrate un ritorno alla pietra filosofale, e questa è roba che commuove, senza dubbio, ma comunque dicevo non è tanto il contenuto del libro ad avermi fatto piangere, quanto piuttosto l'idea che fosse la fine di qualcosa, di qualcosa di così estremamente lungo da aver abbracciato la mia vita, la mia seconda vita intendo, perchè in effetti io ho iniziato a leggerlo proprio nel mio viaggio in patagonia, proprio in quei giorni in cui aspettavo l'email più importante della mia esistenza, e quindi per me vuol dire tanto, ha sempre voluto dire tanto, e sapere che non c'è più nulla da aspettare ora mi pone davanti a uno spazio bianco così incredibilmente vasto da farmi venire le vertigini, poi in questo momento, capisci, con tutto così in sospeso, mi sembra assurdo stare a piangere sulle pagine di un libro per bambini ma a pensarci bene è proprio il significato stesso del gesto a rivestire un ruolo decisivo, vuol dire che forse non sono così preparato come do a vedere, non sono così sveglio e pronto e deciso nell'affrontare quello che mi aspetta, che poi chi lo sa, cosa mi aspetta, mi sembra di stare lì a chiedermi se quello che ho sempre pensato è tutto falso, come nelle ultime pagine del libro, quando ti si ribalta tutto quanto, ecco, la sensazione è la stessa, sto leggendo il finale del libro della mia seconda vita ed è sconvolgente e irritante ed allarmante, e so che mi aspetta la terza da qualche parte, qualche parte lontana, lo so, so che viaggerò e che questa nuova parentesi si aprirà lasciando righe lunghe chilometri e chilometri dietro a sè, ma so anche che in questo momento non ho la più pallida idea di cosa ci scriverò, in questa parentesi, e l'idea di non avere nessun punto di riferimento mi sconvolge, e allora ecco che si spiegano tutte le lacrime versate, come se anche l'ultimo stupido e insignificante paletto, ma pur sempre un paletto, come se anche l'ultima stupida e insignificante pagina di ciò che mi legava a questa vita fosse ormai terminata per sempre, ed è inutile ricominciare a leggere, ormai è fatta, chiusa, finita, e allora bisogna chiudere gli occhi, perchè io ad occhi aperti non so stare, nel buio, così chiudo gli occhi sento l'oscurità che mi avvolge e piango ancora, spesso addirittura mi..."
08 gennaio 2008
05 gennaio 2008
Più o meno.
Tutto quello che volevo erano buone notizie, le aspettavo con ansia. Più o meno. Nel senso che non era proprio tutto quello che volevo. C’era anche dell’altro. Non so, un toast caldo, una sigaretta. Una ragazza, perché no. Magari bionda, abbastanza alta, occhi verdi, intelligente ma non troppo. Questo non c’entra niente. Comunque quello che volevo di più, erano buone notizie. Ricordo che il telefono mi sembrava vivo, un mostro con denti aguzzi capace di saltarmi addosso da un momento all’altro. Ricordo anche che mentre aspettavo mi era venuta fame improvvisa, e quando ho questi attacchi mi prendono delle voglie assurde, tipo quella volta che alle tre di notte ho attraversato la città alla ricerca di un filetto di baccalà fritto, alla fine ho trovato un ristorante cinese aperto, ma questo non c’entra niente, di nuovo. La voglia di quel giorno era di infilare un pezzo di torrone al cioccolato nel microonde per vedere cosa sarebbe successo. Per poi mangiarlo, ovviamente. Col cucchiaino. Il torrone c’era perché era il 28 dicembre. Alla fine era diventato una crema densa e scura, credo di averlo tenuto troppo dentro al forno perché ricordo tutte strane bolle, sembrava il calderone di una strega, poi c’erano le nocciole che galleggiavano e l’ostia mezza decomposta sopra, insomma l’aspetto non era dei migliori. L’ho mangiato lo stesso, quando ho le voglie mica scherzo. E insomma ricordo appunto che quella roba mi aveva appiccicato tutta la bocca, un vero schifo, io sono un maniaco dell’igiene orale e così mi stavo lavando i denti quando è squillato il telefono. Ovviamente avevo passato due ore ad aspettare a dieci centimetri dalla cornetta, con la mano tesa e pronta a scattare. Altrettanto ovviamente il bagno è l’unico punto in tutta casa in cui gli squilli arrivano bassi e attutiti, e così quando ho sentito il telefono che stava suonando era troppo tardi, ma porca puttana. Comunque nel giro di dieci minuti è squillato di nuovo.
03 gennaio 2008
01 gennaio 2008
A tutti...
...quelli che erano con me.
...quelli che non c'erano, ma avrebbero voluto esserci, li conosco quasi tutti.
...quelli che non c'erano, ma avrei voluto ci fossero, li conosco quasi tutti.
...quelli che entrano e quelli che escono, la mia vita ha le porte scorrevoli.
...quelli che mi hanno offerto tutto quel ben di Dio.
...quelli che cucinano il rotolo pollo e radicchio e che saranno sempre lì con me, anche se non parliamo molto.
...quelli che mi hanno visto bene, quelli che mi hanno preso per mano.
...quelli che mi hanno insegnato tutto e che hanno smesso di fumare, e vai così.
...quelli che avevo nel cuore e sono usciti.
...quelli che sono entrati nel mio cuore.
...quelli che leggono quello che leggo io, quelli che ascoltano quello che ascolto io.
...quelli che sono ubriachi ma quando mi guardano diventano sobri.
...quelli che si mettono d'accordo per farmi i regali.
...quelli che a capodanno fanno di tutto.
...quelli che un anno ci stanno e l'anno dopo no.
...quelli che cantano a squarciagola in macchina, sì, ci sei anche tu in questa lista.
...quelli che non la smettono con i maglioncini aderenti.
...quelli che guidano.
...quelli che si spaventano per me, perchè sanno che non sono così forte.
...quelli che mi adorano.
...quelli che non mi svegliano se mi addormento sul tavolo, quelli che adoro.
...quelli che fanno mangiare droghe leggere al proprio cane.
...quelli che se avessi girato non avrei conosciuto, grazie a dio non ho girato.
...quelli che erano accanto a me durante Moby Dick.
...quelli che erano accanto a me durante tutta l'arte di quest'anno, e mai così tanta.
...quelli che sanno cos'è il meglio che possa capitare a una brioche, mica facile.
...quelli che ancora non sanno che ci rivedremo.
...quelli che mi dicono che assomiglio a Brandon Flowers.
...quelli che apprezzano il calimocho, cristo, roba pesante, mica pizza e fichi.
...quelli che sanno come farsi perdonare.
...quelli che non si arrabbieranno mai con me, ma mai cazzo, com'è possibile?
...quelli che ho scoperto quest'anno, mai così tante persone belle in 365 giorni.
...quelli che mi dicono che sono bravo a scrivere.
...quelli che mi dicono che sono bravo a suonare.
...quelli che mi sfottono per quanto sono poco modesto.
...quelli che il sabato sera stanno con la testa sul mio petto, e perchè solo il sabato, voglio di più.
...quelli che siamo in quattro da 23 anni, lo eravamo anche ieri.
...quelli che però una dei quattro è la mia preferita.
...quelli che ancora mi ringraziano quando sono io che dovrei ringraziare.
e poi:
...quelli che entrano in una riga. L'ultima, dell'ultima pagina del libro della mia vita.
Perchè loro ci saranno.
Buon 2008.
...quelli che non c'erano, ma avrebbero voluto esserci, li conosco quasi tutti.
...quelli che non c'erano, ma avrei voluto ci fossero, li conosco quasi tutti.
...quelli che entrano e quelli che escono, la mia vita ha le porte scorrevoli.
...quelli che mi hanno offerto tutto quel ben di Dio.
...quelli che cucinano il rotolo pollo e radicchio e che saranno sempre lì con me, anche se non parliamo molto.
...quelli che mi hanno visto bene, quelli che mi hanno preso per mano.
...quelli che mi hanno insegnato tutto e che hanno smesso di fumare, e vai così.
...quelli che avevo nel cuore e sono usciti.
...quelli che sono entrati nel mio cuore.
...quelli che leggono quello che leggo io, quelli che ascoltano quello che ascolto io.
...quelli che sono ubriachi ma quando mi guardano diventano sobri.
...quelli che si mettono d'accordo per farmi i regali.
...quelli che a capodanno fanno di tutto.
...quelli che un anno ci stanno e l'anno dopo no.
...quelli che cantano a squarciagola in macchina, sì, ci sei anche tu in questa lista.
...quelli che non la smettono con i maglioncini aderenti.
...quelli che guidano.
...quelli che si spaventano per me, perchè sanno che non sono così forte.
...quelli che mi adorano.
...quelli che non mi svegliano se mi addormento sul tavolo, quelli che adoro.
...quelli che fanno mangiare droghe leggere al proprio cane.
...quelli che se avessi girato non avrei conosciuto, grazie a dio non ho girato.
...quelli che erano accanto a me durante Moby Dick.
...quelli che erano accanto a me durante tutta l'arte di quest'anno, e mai così tanta.
...quelli che sanno cos'è il meglio che possa capitare a una brioche, mica facile.
...quelli che ancora non sanno che ci rivedremo.
...quelli che mi dicono che assomiglio a Brandon Flowers.
...quelli che apprezzano il calimocho, cristo, roba pesante, mica pizza e fichi.
...quelli che sanno come farsi perdonare.
...quelli che non si arrabbieranno mai con me, ma mai cazzo, com'è possibile?
...quelli che ho scoperto quest'anno, mai così tante persone belle in 365 giorni.
...quelli che mi dicono che sono bravo a scrivere.
...quelli che mi dicono che sono bravo a suonare.
...quelli che mi sfottono per quanto sono poco modesto.
...quelli che il sabato sera stanno con la testa sul mio petto, e perchè solo il sabato, voglio di più.
...quelli che siamo in quattro da 23 anni, lo eravamo anche ieri.
...quelli che però una dei quattro è la mia preferita.
...quelli che ancora mi ringraziano quando sono io che dovrei ringraziare.
e poi:
...quelli che entrano in una riga. L'ultima, dell'ultima pagina del libro della mia vita.
Perchè loro ci saranno.
Buon 2008.
31 dicembre 2007
Best
29 dicembre 2007
Il meglio che possa capitarti
"Per una volta in vita tua ti conviene ascoltarmi, perchè non lo ripeterò due volte. A me non interessa il tuo mondo e non mi interessa la tua gente. Può darsi che di tanto in tanto mi affezioni a qualcuno, ma è quasi sempre come se mi affezionassi a una tartaruga d'acqua: la guardi che prende il sole sulla terrazza, ma non ti senti legato a lei, mi segui? Io non ho bisogno di nessuno, tu invece sì: ti serve un pubblico che ti ammiri, specchi che riflettano le varie sfaccettature della tua grandezza: moglie, figli, amante, genitori, amici, clienti, dipendenti, e giaggiare in prima classe, vincere trofei, suonare Debussy, guidare una Lotus, soddisfare sessualmente le donne. Io no. E lo sai perchè? Perchè l'unica forma d'ammirazione che la maggior parte della gente conosce è una specie di velata invidia, e io non voglio essere invidiato: mi fa schifo, mi scoccia, lo capisci? E ti dirò di più: è anche possibile che per un certo periodo io sia stato malato davvero: malato di solitudine, come il Brutto Anatroccolo, o come un uomo di Neandertal ritto e imberbe in un mondo di uomini di Cro-Magnon; così malato che ho persino deciso di esplorare il resto del pianeta per cercare altri cigni. Ma ho scoperto che i cigni non esistono, o al massimo ce ne sono uno o due su ogni cento anatre, qui come a Giacarta. E' stata dura da accettare, ma alla fien mi sono abituato all'idea. Da allora preferisco isolarmi da questo mondo che avete inventato così male. Cosa suggerisci? Sostituire la birra con la palestra? La mia filosofia con una macchina di lusso? Le puttane con una moglie alla quale interesso solo perchè posso darle dei figli e un'amante che mi fa un pompino ogni tanto, giusto per consolarmi? Grazie tanto, ma sono fatto alla mia maniera, mi godo la vita come mi pare. Questo, sappilo, è già molto di più di quello che la maggior parte della gente potrebbe dire di sè."
[P. Tusset, Il meglio che possa capitare a una brioche]
[P. Tusset, Il meglio che possa capitare a una brioche]
26 dicembre 2007
Acqua e farina

Soltanto le labbra possono rispondere alle domande più importanti, quelle che ti poni da anni, che ti martellano dentro e che non riesci a mandare via con niente, con nessuna canzone, nemmeno con Baricco, nemmeno scrivendo, che era la tua ancora di salvezza in questo periodo. E quando non ci riesce niente allora è arrivato il momento di rispondere, e soltanto le labbra possono rispondere. Le domande di questo tipo non sono facili, tu sai che negli ultimi anni non sei mai riuscito a rispondere, e quando realizzi questo allora ti chiedi se quell'ultimo punto un po' scolorito e poco leggibile nella tua letterina di Babbo Natale riguardasse proprio questo. Poi pensi che forse no, forse non hai mai desiderato davvero rispondere, forse quell'ultimo punto riguardava un iPod nuovo, una macchina più pulita, o un esame in più. Forse parlava di fame nel mondo, ti senti generoso, in questo periodo. E mentre ti arrovelli il cervello su una fantomatica possibilità che una possibile risposta arrivi in un possibile momento, ecco che succede l'impossibile e già sei a conoscenza di tutte le realtà. Sono labbra, quelle che hanno risposto. E cazzo, stanno zitte, e proprio in questo sta il bello della risposta, nel suo essere così liquidamente silenziosa.
Come acqua e farina, anche tu ti mischi senza rumori.
Come acqua e farina, anche tu ti mischi senza rumori.
24 dicembre 2007
Buon Natale.
C’era un uomo che partiva, viaggiava, e quando tornava, prima di lui arrivava un gioiello, in una scatola di velluto. La donna che lo aspettava apriva la scatola, vedeva il gioiello e allora sapeva che sarebbe tornato. La gente credeva che fosse un regalo, un prezioso regalo per ogni fuga. Ma il segreto era che il gioiello era sempre lo stesso. Cambiavano le scatole ma lui era sempre quello. Partiva con l’uomo, restava con lui ovunque andasse, passava di valigia in valigia, di città in città, e poi tornava indietro. Veniva dalle mani della donna e li ritornava, esattamente come l’orologio ritornava nelle mani dell’ ammiraglio. La gente credeva fosse un regalo, un prezioso regalo per ogni fuga. Invece era ciò che custodiva il filo del loro amore, nel labirinto di mondi in cui l’uomo correva, come un’ incrinatura lungo un vaso. Era l’orologio che contava i minuti del tempo anomalo, e unico, che era il tempo del loro volersi. Tornava indietro prima di lui perchè lei sapesse che dentro colui che stava arrivando non si era spezzato il filo di quel tempo. Così l’uomo arrivava, infine, e non c’era bisogno di nulla, nè di sapere. L’istante in cui si vedevano era, per tutt’ e due, ancora una volta, lo stesso istante.
Auguri.
Auguri.
18 dicembre 2007
Saggio sulla lettura
E' facile distinguere, nell'atto cognitivo che accompagna tutti i processi di assorbimento intellettuale - tra i quali la lettura è senza dubbio la sovrana incontrastata portandosi dietro secoli e secoli di storia - dicevo, è facile distinguere in questo atto cognitivo due fasi distinte, complementari, e per questo necessarie l’una all’altra. Yin e Yang. Alla prima di queste, che chiamerei – mi spiegherò meglio a breve - ‘Atto dell’accettazione’, appartengono la gran parte dei procedimenti, passatemi il termine, più prettamente meccanici che accompagnano l’apprendimento. E capisco il vostro turbamento nel constatare quanto questa parola non si addica all’essenza filosofica che tutti voi vi aspettavate di ascoltare. Sappiate che sì, è vero, la fisica non è di certo materia che affronteremo in questa sede, ma le sue attinenze con il mondo che vi sto dischiudendo sono assai più numerose di quelle che, ne sono certo, la maggior parte di voi sospetta; vi prego perciò di ascoltarmi, tenendo a mente quanto ho detto. Nell’ ‘Atto dell’accettazione’ lo stimolo visivo che giunge all’occhio viene tradotto, più o meno lentamente, in parola. Attenzione, ricordate che in questo momento essa non riveste nessun ruolo se non quello di mucchio di lettere, grumo insoddisfacente di suoni articolabili, che spesso, anzi quasi sempre, per provocarvi una sorta di appagamento superfluo, effimero, e precedente all’atto ricettivo, fingerete mentalmente di pronunciare, come se solamente attraverso questo passaggio necessario quel grumo di parole possa elevarsi al suo stadio successivo di significante. Ecco quindi che la parola diventa linguaggio, quello che prima era soltanto lingua e bocca diventa albero, e pesce, e colore, e perfino sentimento. In questo preciso momento avviene l’accettazione, atto incondizionato di remissiva vergogna: la vostra mente, occupata nelle riflessioni precedenti, si svuota, in parte, per accogliere quel messaggio nuovo, quel linguaggio, appunto. Badate bene, nulla di ciò che state leggendo è stato ancora metabolizzato, non l’avete nemmeno capito - e a guardare dalle vostre facce così poco sveglie non sono nemmeno certo che li capirete mai – non avete nemmeno provato a capirlo: del resto sarebbe impossibile farlo, sarebbe pretendere l’effetto prima della causa. Semplicemente avete cancellato una parte della vostra memoria per accogliere, gesto di suprema arresa, un flusso intellettuale rispetto al quale non possedete nessuna garanzia. E’ incredibile come tutto questo accada in ogni momento, e come nessuno si sia mai ribellato a una simile vergogna: pensateci un istante, senza fretta. Non è diverso da qualcuno che, per accogliere uno sconosciuto che bussa alla porta, demolisca il suo salone per costruirci, al suo posto, un’accogliente stanza da letto per il nuovo arrivato, ancora prima di averlo fatto entrare o di averci mai parlato. Un totale abbandono delle proprie difese più intime. Semplicemente scandaloso. In questa fase dunque il linguaggio giunge al cervello, cancellando e rimpiazzando gran parte del contenuto ivi presente in precedenza. Non si preoccupa di niente, non salvaguarda le cose più importanti, non attua nessuna scelta: è come un Attila sinaptico, arriva e demolisce casualmente fino ad ottenere tutto lo spazio che desidera. E quando, finalmente, il flusso termina la sua fase distruttiva,adagiandosi negli spazi neuronali, sistemandosi comodo, trovando la posizione più consona, ecco allora che si trasforma nella sua forma più pura e rigorosa. Diventa altissimo, sboccia, e appare nella sostanza di qualcosa di assolutamente imprevedibile: un pensiero. In questa sua rinata espressione, il concetto letterario perde la bramosa ferocia che lo aveva caratterizzato fin quando era rimasto linguaggio, assumendo tutta un’altra dignità, elevandosi da umile esperienza sensitiva a concetto dal nobile lignaggio. Si conclude così l’ ‘Atto dell’accettazione’, con una carezza, dopo un pugno. E’ a questo punto che entra in gioco la seconda fase del processo cognitivo, la parte più misteriosa e più sensuale, quella che, a pensarci, tutt’oggi mi fa venire qualche brivido lungo la schiena. Io lo chiamo ‘Atto della fascinazione’. Mi piace a questo punto definire la parola secondo il suo significato in psicoanalisi: la fascinazione è quel procedimento tramite cui è possibile giungere a uno stato ipnotico, utilizzando mezzi elementari di suggestione o di condizionamento. Durante la lettura accade proprio questo: lo stadio mentale successivo alla formazione del pensiero puro non è altro che ipnosi sensitiva, è abbandono del comando, è remissione. Il concetto che è arrivato alla testa vuole essere assimilato e conservato, e così partecipa all’infinita lotta di sopravvivenza che permea le nostre menti da quando esse sono in grado di conoscere: è un gioco duro e delicato, senza seconde possibilità, e soprattutto senza arbitri. E’ soltanto leggenda senza verità l’idea che il filo conduttore del nostro cervello sia direzionabile; la realtà è ben altra, se potessimo fare qualcosa per indirizzare il nostro flusso cognitivo è probabile che lo condurremmo da tutte altre parti, in luoghi, probabilmente, più felici e quieti. Invece la direzione che la mente desidera intraprendere conduce, inesorabilmente, verso un campo di battaglia, Waterloo dei nostri sensi: è qui che il pensiero puro si mescola ad altri pensieri, non meno puri, non meno potenti. Ed affila le lame di cui dispone per sopravvivere. Se necessario uccide i suoi simili, non esiste pena né pietà né tolleranza in questa guerra, il concetto non demorde fin quando non ottiene il suo scopo, a meno che non venga, a sua volta, annientato da un altro pensiero, più potente o più scaltro. Se è fortunato, perciò, il concetto si fossilizza, passa rapidamente nella sua essenza di archetipo per poi assumere la sua colorazione ultima, definitiva, e più autorevole: diventa memoria. Solo ora, in questo corpo duraturo e solido, ecco, soltanto ora quel verso di poesia, o quella riga di romanzo, possono davvero essere comprese. Solamente sostenute da un meccanismo perenne le idee possono poi venire accolte anche dai sensi, arrivando, addirittura, ad emozionare. E’ la fascinazione, appunto: il momento in cui non siamo più in grado di dominare nemmeno il nostro lato più istintivo e sensoriale, il momento in cui doniamo i nostri sentimenti alla penna lontana di qualcuno che non è nemmeno accanto a noi. E così ci commuoviamo, o ridiamo, o ci arrabbiamo: per una tragedia che non è nostra, per una battuta che non rivolgono a noi, per una lite tra persone che non ci conoscono. Assurdo, a pensarci bene, no? Che la distanza si annulli a tal punto da raggiungere i nostri interni, ed arrivare dove nemmeno noi stessi siamo in grado di arrivare. Non possiamo commuoverci da soli, o emozionarci da soli: eppure un romanzo può, e una poesia, addirittura, deve. Soltanto dopo, a posteriori, riprendiamo il controllo e, quasi imbarazzati, continuiamo a leggere. Ma con gli occhi ci capiterà di tornare a quel verso che ha vinto, a quella parola che ha fatto breccia nei nostri scudi: la confronteremo con la nostra memoria, e ne troveremo una uguale. Non l’abbiamo messa noi, lì, e per questo ci sorprenderà. Ci sconvolgerà, e ci farà godere, anche soltanto per un attimo. Allora, soddisfatti, capiremo che è il momento di inserire il segnalibro; la storia continuerà, forse domani.
10 dicembre 2007
08 dicembre 2007
Del perchè sei più di quello che sei.
C'era una volta un villaggio di creature che vivevano nel fondo di un gran fiume di cristallo. La corrente del fiume scorreva silenziosamente su tutte le creature, giovani e vecchie, ricche e povere, buone e malvagie, in quanto la corrente seguiva il suo corso, conscia soltanto della propria essenza di cristallo.
Ogni creatura si avvinghiava strettamente, come poteva, alle radici e ai sassi del letto del fiume, poiché avvinghiarsi era il loro modo di vivere, e opporre resistenza alla corrente era ciò che ognuna di esse aveva imparato sin dalla nascita.
Ma finalmente una delle creature disse "Sono stanca di avvinghiarmi, poiché, anche se non posso vederlo con i miei occhi, sono certa che la corrente sappia dove sta andando, lascerò la presa e consentirò che mi conduca dove vorrà. Continuando ad avvinghiarmi morirò di noia".
Le altre creature risero e dissero "Sciocca! Lasciati andare e la corrente che tu adori ti scaraventerà rotolandoti fracassata contro le rocce e morirai più rapidamente che per la noia".
Quella però non dette loro ascolto e tratto un respiro si lasciò andare e subito venne fatta rotolare dalla corrente e frantumata contro le rocce.
Ciò nonostante dopo qualche tempo, poiché la creatura si rifiutava di tornare ad avvinghiarsi, la corrente la sollevò dal fondo liberandola, ed essa non fu più contusa né indolenzita.
E le creature più a valle nel fiume, per le quali era un' estranea, gridarono "Guardate! Un miracolo! Una creatura come noi, eppure vola! Guardate il Messia, venuto a salvarci tutte!"
E la creatura trascinata dalla corrente disse "Io non sono un Messia più di voi. Il fiume si compiace di sollevarci e liberarci, se soltanto osiamo lasciarci andare. La nostra missione vera è questo viaggio, questa avventura".
Ma le altre gridarono più che mai "Salvatore", sempre avvinghiandosi nel frattempo alle rocce, e, quando tornarono a guardare, il Messia era scomparso.
Ed esse rimasero sole a intessere leggende su un Salvatore.
Ogni creatura si avvinghiava strettamente, come poteva, alle radici e ai sassi del letto del fiume, poiché avvinghiarsi era il loro modo di vivere, e opporre resistenza alla corrente era ciò che ognuna di esse aveva imparato sin dalla nascita.
Ma finalmente una delle creature disse "Sono stanca di avvinghiarmi, poiché, anche se non posso vederlo con i miei occhi, sono certa che la corrente sappia dove sta andando, lascerò la presa e consentirò che mi conduca dove vorrà. Continuando ad avvinghiarmi morirò di noia".
Le altre creature risero e dissero "Sciocca! Lasciati andare e la corrente che tu adori ti scaraventerà rotolandoti fracassata contro le rocce e morirai più rapidamente che per la noia".
Quella però non dette loro ascolto e tratto un respiro si lasciò andare e subito venne fatta rotolare dalla corrente e frantumata contro le rocce.
Ciò nonostante dopo qualche tempo, poiché la creatura si rifiutava di tornare ad avvinghiarsi, la corrente la sollevò dal fondo liberandola, ed essa non fu più contusa né indolenzita.
E le creature più a valle nel fiume, per le quali era un' estranea, gridarono "Guardate! Un miracolo! Una creatura come noi, eppure vola! Guardate il Messia, venuto a salvarci tutte!"
E la creatura trascinata dalla corrente disse "Io non sono un Messia più di voi. Il fiume si compiace di sollevarci e liberarci, se soltanto osiamo lasciarci andare. La nostra missione vera è questo viaggio, questa avventura".
Ma le altre gridarono più che mai "Salvatore", sempre avvinghiandosi nel frattempo alle rocce, e, quando tornarono a guardare, il Messia era scomparso.
Ed esse rimasero sole a intessere leggende su un Salvatore.
03 dicembre 2007
Ladies and gentlemen, I shall now perform an Orwellian flip-flop

Sono un uomo che ha un passato di ragione e accuratezza: la mia idea è che non ci sia nessuno spazio per il sentimento se non c’è una precisione di fondo, un’impulsiva attenzione nei dettagli più minuti.
Ho sfogliato con gli occhi passando il tempo a leggere le parentesi di chi mi stava accanto, ho notato e incamerato ogni sua piccolezza e l’ho resa importante, ho cercato nei particolari la ragione del rapporto. Non ho mai apprezzato i grandi numeri, ho amato soltanto qualche volta, ho preteso soltanto qualche volta, ho avuto soltanto qualche volta, ho odiato più di qualche volta ma non troppo. Disprezzando le enormità ho spesso preferito il poco o il molto poco, emigrando perfino nelle regioni del niente; così bello, quel vuoto.
Ho sempre pensato, del resto, che la follia più grande dell’innamoramento non sia nella perdita di criterio dovuta alle imponenze del percorso, bensì in una intesa sconsiderata riguardo ogni repentina deviazione, in un preventivo ed illogico appoggio verso ogni allucinazione reciproca: accompagnando ogni parabola, perciò, non ho tagliato neanche una curva.
Cerco di perseguire ogni mia decisione con questo credo in mente, non ho dogmi o pregiudizi, rifiuto il senso di colpa quando è inutile. Mi piace, in effetti, non affrettarmi nel raggiungimento dei miei obiettivi. Amo perdere il tempo e sentirlo scorrere sul viso, spendo volentieri le mie mattinate a dormire, considero giusto osservare le nuvole e contare i lampioni lungo la strada. Ho imparato, con molti sforzi e molta fatica, a togliere in quel che mi serve il "dovere" dall'equazione che da come risultato il "vivere". Raramente, ma con soddisfazione, riesco a privarmi di quella sofferenza che lacera, da sempre, la pelle di cui sono fatti i nostri giorni.
E proprio addosso a questo, ho riposato ogni mio affetto.
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