Il mare
è il Lucifero dell'azzurro.
Il cielo caduto
per voler essere la luce.
Povero mare condannato
a eterno movimento
dopo aver conosciuto
la calma del firmamento!
Ma nella tua amarezza
ti redense l'amore.
Partoristi Venere pura
e la tua profondità
restò vergine, senza dolore.
Le tue tristezze sono belle,
mare di spasimi gloriosi.
Ma oggi invece di stelle
hai verdi polipi.
Sopporta la tua sofferenza,
formidabile Satana.
Cristo camminò sopra di te
e lo fece anche Pan.
La stella Venere è
l'armonia del mondo.
Taccia l'Ecclesiaste!
Venere è il profondo
dell'anima...
... E l'uomo miserabile
è un angelo caduto.
La terra è il probabile
Paradiso perduto.
[Garcìa Lorca]
ps. This is for you...
11 luglio 2007
10 luglio 2007
01-18-08
Non so se avevo mai visto un trailer così geniale. Giuro. Poi magari il film farà pure cagare, ma ora come ora ho una voglia pazzesca di vederlo.
09 luglio 2007
I am all things that you choose to ignore
All I need è la canzone dell'amore incondizionato, senza se e senza ma. E' la canzone del volere senza avere. All I need è l'anima di due persone in una. E' forza e bellezza. E' la canzone di chi da senza ricevere perchè non vuole ricevere. All I need è la canzone dell'adorazione, è la canzone del divinizzare, è la canzone di chi si sente inferiore, è la canzone di chi farebbe di tutto pur di sfiorarti. All I need è la canzone del bisogno, è preghiera, è canto, è poesia, è prosa. All I need è rivolta a chi ci crede ancora, a tutta quella cosa lì che ci hanno inculcato per anni, per secoli, dell'amore. All I need è roba per chi non ha mai pensato ci stessero prendendo in giro.
All I need è roba per me.
I'm the next act
Waiting in the wings
I'm a flash flood
Running through your ground floor
I am all things
That you choose to ignore
You are all I need
You are all I need
I'm in the middle of a picture
Lying in the leaves
I'm a cloud of moths
Who just wants to share your light
I'm an insect
Who wants to get out of the night
You only stick with me
Because there are no others
You are all I need
You are all I need
I'm in the middle of a picture
Lying in the leaves
It's all wrong
It's all right
It's all wrong
[radiohead]
All I need è roba per me.
I'm the next act
Waiting in the wings
I'm a flash flood
Running through your ground floor
I am all things
That you choose to ignore
You are all I need
You are all I need
I'm in the middle of a picture
Lying in the leaves
I'm a cloud of moths
Who just wants to share your light
I'm an insect
Who wants to get out of the night
You only stick with me
Because there are no others
You are all I need
You are all I need
I'm in the middle of a picture
Lying in the leaves
It's all wrong
It's all right
It's all wrong
[radiohead]
08 luglio 2007
Residui di terra viva
Ieri un nuovo granello di memoria ha ripreso fuoco. L'estate di tre anni fa (la più buia della mia vita) ascoltavo questo.
10 cose da fare sulla via del ritorno. Più una.
10 cose da fare sulla via del ritorno.
1. Riempite spesso la borraccia. Il ricambio di liquidi gioca brutti scherzi, specialmente quando escono dalle labbra e dagli occhi.
2. Conversate con i cani, non parlate con gli umani. Quest'ultimi potrebbero rispondervi: e quanto sforzo, poi, per ritornare sani di mente.
3. Ponete attenzione a tutte le indicazioni sul cammino, e non cascate negli errori più banali. Quando c'è scritto "Casa", non è detto sia la vostra.
4. Evitate accuratamente di gettare oggetti infiammabili nei dintorni. Niente accendini, niente mozziconi accesi; tenete a bada il cuore, che non caschi giù dal petto. Rispettate la natura.
5. Consultate la bussola, ma non fidatevi troppo: osservate di più il sole, piuttosto. Preferite sempre chi v'illumina la via senza guadagno, a chi ve l'indica con meccanismi e pesi.
6. Non viaggiate mai da soli, ma fate attenzone a scegliervi il supporto; sappiate che un albero sarà un compagno di viaggio migliore di qualsiasi essere umano.
7. Non urlate mai, parlate solo se necessario. Tenete il fiato per quando dovrete correre. Tra salita e discesa scegliete sempre di andare più in alto: è dalla vetta che si misura la bassezza del resto.
8.Dormite all'aperto, non fidatevi delle locande sulla via. Sono luoghi ove nessuno ha l'intento di guardarvi, ed è facile che qualcuno vi ritenga interessante; in pochi minuti, vi avrà rubato l'anima.
9. Fermatevi spesso a riposare su di un masso, ma non abbastanza da assaporare la bellezza della stasi. Se avete il fiatone, sappiate che la stanchezza porta frutto, e che senza moto non c'è amore e non c'è prole.
10. Non guardatevi le spalle, mai. Ci sono punti dietro a voi che vi faranno rimanere, evitate di sfidarli. La lotta sarebbe impari, il combattimento sanguinoso, le catene pesanti.
ADDENDUM:
Una cosa da fare nel punto di fuga.
1. Portate una foto, una lima,un bastone e un quaderno.
Guardate la foto quando non sapete che fare.
Usate la lima quando non riuscite più a farlo.
Lanciate il bastone quando l'avete fatto.
Scrivete sul quaderno per ricordarvi come; per sempre.
[fK]
1. Riempite spesso la borraccia. Il ricambio di liquidi gioca brutti scherzi, specialmente quando escono dalle labbra e dagli occhi.
2. Conversate con i cani, non parlate con gli umani. Quest'ultimi potrebbero rispondervi: e quanto sforzo, poi, per ritornare sani di mente.
3. Ponete attenzione a tutte le indicazioni sul cammino, e non cascate negli errori più banali. Quando c'è scritto "Casa", non è detto sia la vostra.
4. Evitate accuratamente di gettare oggetti infiammabili nei dintorni. Niente accendini, niente mozziconi accesi; tenete a bada il cuore, che non caschi giù dal petto. Rispettate la natura.
5. Consultate la bussola, ma non fidatevi troppo: osservate di più il sole, piuttosto. Preferite sempre chi v'illumina la via senza guadagno, a chi ve l'indica con meccanismi e pesi.
6. Non viaggiate mai da soli, ma fate attenzone a scegliervi il supporto; sappiate che un albero sarà un compagno di viaggio migliore di qualsiasi essere umano.
7. Non urlate mai, parlate solo se necessario. Tenete il fiato per quando dovrete correre. Tra salita e discesa scegliete sempre di andare più in alto: è dalla vetta che si misura la bassezza del resto.
8.Dormite all'aperto, non fidatevi delle locande sulla via. Sono luoghi ove nessuno ha l'intento di guardarvi, ed è facile che qualcuno vi ritenga interessante; in pochi minuti, vi avrà rubato l'anima.
9. Fermatevi spesso a riposare su di un masso, ma non abbastanza da assaporare la bellezza della stasi. Se avete il fiatone, sappiate che la stanchezza porta frutto, e che senza moto non c'è amore e non c'è prole.
10. Non guardatevi le spalle, mai. Ci sono punti dietro a voi che vi faranno rimanere, evitate di sfidarli. La lotta sarebbe impari, il combattimento sanguinoso, le catene pesanti.
ADDENDUM:
Una cosa da fare nel punto di fuga.
1. Portate una foto, una lima,un bastone e un quaderno.
Guardate la foto quando non sapete che fare.
Usate la lima quando non riuscite più a farlo.
Lanciate il bastone quando l'avete fatto.
Scrivete sul quaderno per ricordarvi come; per sempre.
[fK]
<< senza titolo 3 >>
L'assenza dondola nell'aria come un batacchio di ferro
martella il mio viso martella
ne sono stordito
corro via l'assenza m'insegue
non posso sfuggirle
le gambe si piegano cado
l'assenza non è tempo né strada
l'assenza è un ponte fra noi
più sottile di un capello più affilato di una spada
più sottile di un capello più affilato di una spada
l'assenza è un ponte fra noi
anche quando
di fronte l'uno all'altra i nostri ginocchi si toccano.
martella il mio viso martella
ne sono stordito
corro via l'assenza m'insegue
non posso sfuggirle
le gambe si piegano cado
l'assenza non è tempo né strada
l'assenza è un ponte fra noi
più sottile di un capello più affilato di una spada
più sottile di un capello più affilato di una spada
l'assenza è un ponte fra noi
anche quando
di fronte l'uno all'altra i nostri ginocchi si toccano.
<< senza titolo 2 >>
Una schiava dai lunghi occhi carichi di molli catene
Cambia l’acqua ai miei fiori, nuota negli specchi vicini,
Al letto misterioso prodiga le sue dita pure.
Mette una donna in mezzo a queste mura.
Che nel mio fantasticare errando con decenza,
Attraversa i miei sguardi e non ne spezza l’assenza.
Come nel sole passa il vetro senza lasciare segno,
E della ragion pura risparmia il congegno.
Cambia l’acqua ai miei fiori, nuota negli specchi vicini,
Al letto misterioso prodiga le sue dita pure.
Mette una donna in mezzo a queste mura.
Che nel mio fantasticare errando con decenza,
Attraversa i miei sguardi e non ne spezza l’assenza.
Come nel sole passa il vetro senza lasciare segno,
E della ragion pura risparmia il congegno.
<< senza titolo >>
Gli sono troppo vicina perché mi sogni.
Non volo su di lui, non fuggo da lui
sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.
Non con la mia voce canta il pesce nella rete.
Non dal mio dito rotola l'anello.
Sono troppo vicina. La grande casa brucia
senza che io chiami aiuto. Troppo vicina
perché la campana suoni sul mio capello.
Troppo vicina per entrare come un ospite
dinanzi a cui si scostano i muri.
Mai più morirò così leggera,
così fuori dal corpo, così ignara,
come un tempo nel suo sogno. Troppo,
troppo vicina. Sento il sibilo
e vedo la squama lucente di questa parola,
immobile nell'abbraccio. Lui dorme,
più accessibile ora alla cassiera d'un circo
con un leone, vista una sola volta,
che non a me distesa al suo fianco.
Per lei ora cresce in lui la valle
con foglie rossicce, chiusa da un monte innevato
nell'aria azzurra. Io sono troppo vicina
per cadergli dal cielo. Il mio grido
potrebbe solo svegliarlo. Povera,
limitata alla propria forma,
ed ero betulla, ed ero lucertola,
e uscivo dal passato e dal broccato
cangiando colori delle pelli. E possedevo
il dono di sparire agli occhi stupiti,
ricchezza delle ricchezze. Vicina,
sono troppo vicina perché mi sogni.
Tolgo il braccio da sotto la sua testa,
intorpidito, uno sciame di spilli.
Sulla capocchia d'ognuno, da contare,
sono seduti angeli caduti.
Non volo su di lui, non fuggo da lui
sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.
Non con la mia voce canta il pesce nella rete.
Non dal mio dito rotola l'anello.
Sono troppo vicina. La grande casa brucia
senza che io chiami aiuto. Troppo vicina
perché la campana suoni sul mio capello.
Troppo vicina per entrare come un ospite
dinanzi a cui si scostano i muri.
Mai più morirò così leggera,
così fuori dal corpo, così ignara,
come un tempo nel suo sogno. Troppo,
troppo vicina. Sento il sibilo
e vedo la squama lucente di questa parola,
immobile nell'abbraccio. Lui dorme,
più accessibile ora alla cassiera d'un circo
con un leone, vista una sola volta,
che non a me distesa al suo fianco.
Per lei ora cresce in lui la valle
con foglie rossicce, chiusa da un monte innevato
nell'aria azzurra. Io sono troppo vicina
per cadergli dal cielo. Il mio grido
potrebbe solo svegliarlo. Povera,
limitata alla propria forma,
ed ero betulla, ed ero lucertola,
e uscivo dal passato e dal broccato
cangiando colori delle pelli. E possedevo
il dono di sparire agli occhi stupiti,
ricchezza delle ricchezze. Vicina,
sono troppo vicina perché mi sogni.
Tolgo il braccio da sotto la sua testa,
intorpidito, uno sciame di spilli.
Sulla capocchia d'ognuno, da contare,
sono seduti angeli caduti.
07 luglio 2007
Snow Patrol - Chasing Cars
E' che non volevo postarla. Ma non mi usciva dalla testa, e quindi forse mettendola qui la tolgo per un po' da dentro me.
Let's Waste Time
06 luglio 2007
7.7.07

Damien Rice. Bloc Party. James Blunt. Razorlight. Foo Fighters. Keane. Paolo Nutini. Kasabian. Snow Patrol. Madonna. Mando Diao. Dave Matthews Band. Kt Tunstall. Fall Out Boy. The Police. Smashing Pumpkins. Per un totale di miliardi di alberi bruciati per garantire l'energia sufficiente a farli cantare tutti, alla faccia del pianeta in pericolo. Per un totale di ore ed ore di godimento del sottoscritto, e 'sti gran cazzi del pianeta, a quello pensiamo da dopodomani.
Scherzo, qui è roba grossa. Mica pizza e fichi.
io - Hor
Scusa, non posso parlare più forte.
Non so quando riuscirai a sentirmi, me che ti parlo.
Ma riuscirai mai a sentirmi?
Il mio nome è Hor.
Ti prego, accosta l'orecchio alla mia bocca, per quanto tu possa essere lontano, ancora adesso o sempre. Altrimenti non posso farmi capire da te. E, anche se ti degnerai di esaudire la mia preghiera, resteranno tanti silenzi che dovrai riempire da solo. Ho bisogno della tua voce, quando la mia viene meno.
Questa debolezza è dovuta forse al modo in cui Hor vive. Per quanto possa ricordare, egli ha sempre vissuto in un edificio gigantesco, completamente vuoto, in cui ogni parola pronunciata ad alta voce provoca un'eco destinata a non spegnersi.
Per quanto possa ricordare. Che cosa significa?
Nei suoi giri quotidiani attraverso le sale e i corridoi, Hor si imbatte a volte nell'eco errabonda di un qualche grido che lui stesso ha un tempo sbadatamente lanciato. Siffatto incontro col proprio passato gli procura gran pena, tanto più che la parola allora sfuggita ha perso nel frattempo forma e sostanza fino a diventare irriconoscibile. A quello stupido balbettio adesso Hor non ha più intenzione di esporsi.
Si è abituato ad usare la voce - quando la usa - solo al di sotto di quel limite oscillante oltre il quale essa prodice un'eco. Tale limite supera di poco il silenzo assoluto, dal momento che la casa ha un udito crudelmente fine.
Lo so che pretendo molto, ma dovrai addirittura trattenere il respiro se vorrai udire le parole di Hor. Gli organi della lingua gli si sono atrofizzati per il troppo tacere... si sono modificati.
Hor non potrà aprlarti con chiarezza maggiore di quella che hanno le voci che odi poco prima di addormentarti. E tu dovrai mantenerti in equilibrio sul filo sottile che separa il sonno dalla veglia, oppure galleggiare come coloro per i quali il sotto e il sopra sono la stessa cosa.
Il mio nome è Hor.
Meglio sarebbe dire: io mi chiamo Hor. Perchè chi, a parte me, mi chiama per nome?
Ho già spiegato che la casa è vuota? Voglio dire, completamente vuota. Per dormire Hor si raggomitola in un angolo o si straia per terra là dove già si trova, anche al centro di una sala, nel caso che le pareti siano troppo distanti.
Hor non ha problemi di alimentazione. La sostanza che compone le pareti e le colonne è commestibile... almeno per lui. E' una materia giallastra, un po' trasparente, la cui ingestione placa subito fame e sete. Peraltro, a questo riguardo, le esigenze di Hor sono davvero minime.
Egli non si cura dello scorrere del tempo. Non ha modo di misurarlo se non attraverso il battito del proprio cuore, che èerò è mutevole. Non conosce il giorno e la notte, lo circonda una perpetua luce crepuscolare.
Quando non dorme, gira di qua e di là, senza meta. Lo fa semplicemente per un impulso, un bisogno la cui soddisfazione gli provoca piacere. Solo di rado gli accade di entrare in una stanza che crede di riconoscere, che gli sembra familiare, come se un tempo vi fosse già stato. D'altro canto, spesso, sicuri indizi gli fanno capire di passare da un posto in cui è già stato una volta: lo spigolo mangiucchiato di una parete, per esempio, o un mucchietto di escrementi secchi. La stanza gli è comunque estranea al pari delle altre. Forse in sua assenza le stanze cambiano, crescono, si allargano o si restringono. Forse è proprio il suo passaggio a provocare tali mutamenti, però non ama questo pensiero.
Che, a parte Hor, qualun altro abiti in questa casa lo escludo. Certo, vista l'incredibile ampiezza dell'edificio, non è dato provarlo. E' tanto poco probabile quanto impossibile.
Molte stanze hanno delle finestre, ma a loro volta queste danno soltanto su altri locali, in genere più vasti. Sebbene l'esperienza finora non gli abbia insegnato altro, di quando in quando Hor si trova a immaginare di giungere un giorno a un'ultima, estrema parete, le cui finestre offrano la vista di qualcosa di completamente diverso. Hor non sa dire di che cosa potrebbe trattarsi, ma talora si lascia andare a lunghe meditazioni sull'argomento. Sarebbe falso affermare che egli addirittura brami una tale vista: è soltanto una specie di gioco, l'invenzione fine a se stessa delle più svariate possibilità. Nei suoi sogni, comunque, ha goduto a volte di tali vedute, senza però averne conservato, al risveglio, qualcosa da poter comunicare. Sa solo che si è trattato appunto di questo e che quasi sempre si è destato col viso inondato di lacrime. Ma Hor attribuisce poca importanza alla cosa, la ricorda soltanto per la sua singolarità.
Mi sono espresso male. Hor non sogna, e non ha neppure ricordi propri. E tuttavia la sua intera esistenza è piena dei terrore e delle estasi legate a esperienze che assalgono la sua anima a mo' d'improvvisi ricordi.
Certo non sempre. Talvolta, per lungo tempo, la sua anima resta quieta come un immobile specchio d'acqua, mentre in altri momenti queste esperienze lo aggrediscono da ogni lato, angustiandolo, abbattendosi su di lui come lampi, ed egli fugge per i corridoi deserti, barcolla finché, stremato, cade a terra e lì resta, vinto. Perché contro di esse è privo di difese.
A mo' di improvvisi ricordi. Ho detto così?
Mi chiamo Hor.
Ma chi è questo: io - Hor? Sono soltanto una persona contemporaneamente? E tutte le altre persone che vivono là fuori, oltre quell'ultima, estrema parete? E non sanno nulla delle loro esperienze, nulla dei loro ricordi, dato che essi non trovano dimora presso di loro, là fuori? Ah, ma da Hor restano, vivono con la sua vita, lo assalgono senza pietà. Si uniscono a lui, che se li tira dietro come uno strascico, già ora interminabile, che scivola attraverso le sale e le stanze e sempre più cresce, cresce.
Oppure qualcosa di mio arriva fino a voi là fuori, a quell'uno o a quei molti che siete tutt'uno con me come le api e la loro regina? Mi sentita, membra del mio corpo sparso? Sentite le mie impercettibili parole, ora o fuori dal tempo? Per caso cerchi me, oh mio altro io? Cerchi Hor, che sei tu stesso? Cerchi il tuo ricordo che è presso di me? Forse che, come stelle, ci avviciniamo l'uno all'altro attraverso spazi infiniti, passo dopo passo, immagine dopo immagine?
E arriveremo mai a incontrarci, un giorno o fuori del tempo?
E che cosa saremo allora? O non saremo più? Ci annulleremo a vicenda come il sì e il no?
Ma di una cosa puoi essere certo: io avrò serbato tutto con cura.
Il mio nome, è Hor.
Michael Ende - "Lo Specchio nello Specchio"
Non so quando riuscirai a sentirmi, me che ti parlo.
Ma riuscirai mai a sentirmi?
Il mio nome è Hor.
Ti prego, accosta l'orecchio alla mia bocca, per quanto tu possa essere lontano, ancora adesso o sempre. Altrimenti non posso farmi capire da te. E, anche se ti degnerai di esaudire la mia preghiera, resteranno tanti silenzi che dovrai riempire da solo. Ho bisogno della tua voce, quando la mia viene meno.
Questa debolezza è dovuta forse al modo in cui Hor vive. Per quanto possa ricordare, egli ha sempre vissuto in un edificio gigantesco, completamente vuoto, in cui ogni parola pronunciata ad alta voce provoca un'eco destinata a non spegnersi.
Per quanto possa ricordare. Che cosa significa?
Nei suoi giri quotidiani attraverso le sale e i corridoi, Hor si imbatte a volte nell'eco errabonda di un qualche grido che lui stesso ha un tempo sbadatamente lanciato. Siffatto incontro col proprio passato gli procura gran pena, tanto più che la parola allora sfuggita ha perso nel frattempo forma e sostanza fino a diventare irriconoscibile. A quello stupido balbettio adesso Hor non ha più intenzione di esporsi.
Si è abituato ad usare la voce - quando la usa - solo al di sotto di quel limite oscillante oltre il quale essa prodice un'eco. Tale limite supera di poco il silenzo assoluto, dal momento che la casa ha un udito crudelmente fine.
Lo so che pretendo molto, ma dovrai addirittura trattenere il respiro se vorrai udire le parole di Hor. Gli organi della lingua gli si sono atrofizzati per il troppo tacere... si sono modificati.
Hor non potrà aprlarti con chiarezza maggiore di quella che hanno le voci che odi poco prima di addormentarti. E tu dovrai mantenerti in equilibrio sul filo sottile che separa il sonno dalla veglia, oppure galleggiare come coloro per i quali il sotto e il sopra sono la stessa cosa.
Il mio nome è Hor.
Meglio sarebbe dire: io mi chiamo Hor. Perchè chi, a parte me, mi chiama per nome?
Ho già spiegato che la casa è vuota? Voglio dire, completamente vuota. Per dormire Hor si raggomitola in un angolo o si straia per terra là dove già si trova, anche al centro di una sala, nel caso che le pareti siano troppo distanti.
Hor non ha problemi di alimentazione. La sostanza che compone le pareti e le colonne è commestibile... almeno per lui. E' una materia giallastra, un po' trasparente, la cui ingestione placa subito fame e sete. Peraltro, a questo riguardo, le esigenze di Hor sono davvero minime.
Egli non si cura dello scorrere del tempo. Non ha modo di misurarlo se non attraverso il battito del proprio cuore, che èerò è mutevole. Non conosce il giorno e la notte, lo circonda una perpetua luce crepuscolare.
Quando non dorme, gira di qua e di là, senza meta. Lo fa semplicemente per un impulso, un bisogno la cui soddisfazione gli provoca piacere. Solo di rado gli accade di entrare in una stanza che crede di riconoscere, che gli sembra familiare, come se un tempo vi fosse già stato. D'altro canto, spesso, sicuri indizi gli fanno capire di passare da un posto in cui è già stato una volta: lo spigolo mangiucchiato di una parete, per esempio, o un mucchietto di escrementi secchi. La stanza gli è comunque estranea al pari delle altre. Forse in sua assenza le stanze cambiano, crescono, si allargano o si restringono. Forse è proprio il suo passaggio a provocare tali mutamenti, però non ama questo pensiero.
Che, a parte Hor, qualun altro abiti in questa casa lo escludo. Certo, vista l'incredibile ampiezza dell'edificio, non è dato provarlo. E' tanto poco probabile quanto impossibile.
Molte stanze hanno delle finestre, ma a loro volta queste danno soltanto su altri locali, in genere più vasti. Sebbene l'esperienza finora non gli abbia insegnato altro, di quando in quando Hor si trova a immaginare di giungere un giorno a un'ultima, estrema parete, le cui finestre offrano la vista di qualcosa di completamente diverso. Hor non sa dire di che cosa potrebbe trattarsi, ma talora si lascia andare a lunghe meditazioni sull'argomento. Sarebbe falso affermare che egli addirittura brami una tale vista: è soltanto una specie di gioco, l'invenzione fine a se stessa delle più svariate possibilità. Nei suoi sogni, comunque, ha goduto a volte di tali vedute, senza però averne conservato, al risveglio, qualcosa da poter comunicare. Sa solo che si è trattato appunto di questo e che quasi sempre si è destato col viso inondato di lacrime. Ma Hor attribuisce poca importanza alla cosa, la ricorda soltanto per la sua singolarità.
Mi sono espresso male. Hor non sogna, e non ha neppure ricordi propri. E tuttavia la sua intera esistenza è piena dei terrore e delle estasi legate a esperienze che assalgono la sua anima a mo' d'improvvisi ricordi.
Certo non sempre. Talvolta, per lungo tempo, la sua anima resta quieta come un immobile specchio d'acqua, mentre in altri momenti queste esperienze lo aggrediscono da ogni lato, angustiandolo, abbattendosi su di lui come lampi, ed egli fugge per i corridoi deserti, barcolla finché, stremato, cade a terra e lì resta, vinto. Perché contro di esse è privo di difese.
A mo' di improvvisi ricordi. Ho detto così?
Mi chiamo Hor.
Ma chi è questo: io - Hor? Sono soltanto una persona contemporaneamente? E tutte le altre persone che vivono là fuori, oltre quell'ultima, estrema parete? E non sanno nulla delle loro esperienze, nulla dei loro ricordi, dato che essi non trovano dimora presso di loro, là fuori? Ah, ma da Hor restano, vivono con la sua vita, lo assalgono senza pietà. Si uniscono a lui, che se li tira dietro come uno strascico, già ora interminabile, che scivola attraverso le sale e le stanze e sempre più cresce, cresce.
Oppure qualcosa di mio arriva fino a voi là fuori, a quell'uno o a quei molti che siete tutt'uno con me come le api e la loro regina? Mi sentita, membra del mio corpo sparso? Sentite le mie impercettibili parole, ora o fuori dal tempo? Per caso cerchi me, oh mio altro io? Cerchi Hor, che sei tu stesso? Cerchi il tuo ricordo che è presso di me? Forse che, come stelle, ci avviciniamo l'uno all'altro attraverso spazi infiniti, passo dopo passo, immagine dopo immagine?
E arriveremo mai a incontrarci, un giorno o fuori del tempo?
E che cosa saremo allora? O non saremo più? Ci annulleremo a vicenda come il sì e il no?
Ma di una cosa puoi essere certo: io avrò serbato tutto con cura.
Il mio nome, è Hor.
Michael Ende - "Lo Specchio nello Specchio"
05 luglio 2007
La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo.
Una pubblicità che ti commuove, è una pubblicità ben riuscita.
Critiche e limiti
Nelle considerazioni svolte abbiamo a più riprese implicitamente fatto uso della nozione che l'azione esercitata su un punto materiale in un sistema inerziale ha l'origine in uno o più altri corpi. E' possibile pensare di idealizzare le esperienze di base fino a giungere a considerare due punti materiali isolati dal resto del mondo: vi è allora solo da considerare l'azione che ciascuno dei due punti esercita sull'altro. Si trova sempre che si tratta di una mutua interazione, nel senso che alla forza che il primo punto esercita sul secondo corrisponde una forza che il secondo esercita sul primo, e le due forze sono dirette lungo la congiungente i due punti, hanno la stessa intensità e versi opposti.
Allo studente però non saranno sfuggite alcune difficoltà che si incontrano nel cercare di introdurre elementarmente i principi della meccanica newtoniana in maniera logicamente rigorosa e completamente soddisfaciente. Le difficoltà più ovvie si hanno, ad esempio, nel precisare il sistema di riferimento in cui il principio così introdotto è stabilito: sono già note le difficoltà di definizione di sistemi inerziali con ragionamenti di successive approssimazioni ed estrapolazioni e la conseguente difficoltà di determinare sperimentalmente tali sistemi.
In un vastissimo campo di applicazioni però la meccanica classica è un'ottima approssimazione delle nuove teorie sviluppate in seguito ad essa, e le correzioni che andrebbero apportate sono del tutto trascurabili. Inoltre, va sottolineata l'importanza della meccanica classica per le prospettive che tali risultati hanno aperto in un gran numero di fenomeni complessi, non solo in fisica ma anche in altre scienze, in economia, e nelle scienze sociali.
Allo studente però non saranno sfuggite alcune difficoltà che si incontrano nel cercare di introdurre elementarmente i principi della meccanica newtoniana in maniera logicamente rigorosa e completamente soddisfaciente. Le difficoltà più ovvie si hanno, ad esempio, nel precisare il sistema di riferimento in cui il principio così introdotto è stabilito: sono già note le difficoltà di definizione di sistemi inerziali con ragionamenti di successive approssimazioni ed estrapolazioni e la conseguente difficoltà di determinare sperimentalmente tali sistemi.
In un vastissimo campo di applicazioni però la meccanica classica è un'ottima approssimazione delle nuove teorie sviluppate in seguito ad essa, e le correzioni che andrebbero apportate sono del tutto trascurabili. Inoltre, va sottolineata l'importanza della meccanica classica per le prospettive che tali risultati hanno aperto in un gran numero di fenomeni complessi, non solo in fisica ma anche in altre scienze, in economia, e nelle scienze sociali.
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