24 maggio 2008

Plastica

Non sono preparato al vento che mi entra nelle ossa appena apro la portiera della macchina. Fa un freddo cane e ho soltanto un maglioncino leggero. È nero con delle righe sottili viola, rosa e bianche, che si ripetono a gruppi di tre. Arriva fino alla vita e ho i fianchi scoperti. Dal collo spunta una camicia di raso blu notte. Così conciato potrei entrare in qualsiasi club di Las Vegas.
“Sai, ti vedo proprio cambiato, sotto un sacco di aspetti”, dice Beth.
Evito di guardarla. So perfettamente di cosa vorrebbe parlare. La brezza gelata continua ad arrivarmi addosso, come se fosse sparata da un enorme ventilatore universale.
“Hai presente la teoria del caos?”, chiedo.
“Beh?”
Mi chino ad allacciare la scarpa sinistra.
“Quella per cui se una coccinella vola in Nicaragua e si posa su una scimmia, allora la scimmia si gratta e fa scappare una pulce che va da un’altra scimmia che si lascia scappare un pesce nel fiume, e alla fine uno squalo divora un bambino che altrimenti sarebbe diventato il prossimo presidente degli Stati Uniti?”
Beth mi lancia un’occhiata di disprezzo.
“Ci sono coccinelle, in Nicaragua?”
“Cretina dico sul serio. È la teoria per cui eventi apparentemente simili possono evolvere in modi completamente diversi e imprevedibili.”
“Capisco.”
Non capisce.
“Sto soltanto studiando la mia evoluzione. Non sono cambiato.”
I lacci non vogliono rimanere al loro posto e continuano a penzolare ai lati della scarpa. Li lascio lì, a strusciare per terra come vermi.
“E cosa hai scoperto, sentiamo, studiando la tua evoluzione?”. Beth pronuncia queste ultime parole imitando la mia voce, attribuendole però un timbro epico e distinto che io avevo accuratamente evitato di usare.
“Ho scoperto di essere bravo ad allontanare le cose da me.”
Dalla spiaggia, in lontananza, si sente una versione remixata di Toxic. Camminiamo sul marciapiede buio, attenti ad evitare le buche e le gomme da masticare buttate per terra. Inizio a canticchiare a voce bassissima, Beth mi segue subito e fischietta la base. Senza scambiarci più neanche una parola ci muoviamo verso la direzione da cui proviene la musica. Britney Spears è la nostra guida.
Adam non sembra affatto contento di vederci arrivare alla sua festa. Non sembra nemmeno scocciato. Semplicemente, prende atto del nostro arrivo.
“Benvenuti!”, esclama, con un sorriso da manifesto elettorale.
Lo abbraccio, ha un profumo dolcissimo, sa di qualcosa di maledettamente buono. Annuso ancora e capisco. Pesca sciroppata.
Quest’uomo sa di pesca sciroppata.
Do un occhiata in giro, sono già tutti lì, saranno trenta persone. Sulla spiaggia c’è un lungo tavolo pieno di bottiglie mezze piene e di pacchi aperti di ogni genere di snack. Due casse alte quanto un bambino sparano musica a palla, collegate a un filo elettrico nero che si inoltra nella notte, chissà dove, verso la strada. Due faretti da discoteca, uno verde e uno rosso, sono l’unica fonte di illuminazione della festa.
La serata trascorre così: io e Beth camminiamo vicini da una parte all’altra del tavolino, irrequieti e nevrotici come atleti il giorno prima di una gara. Non c’è niente da fare, a parte ascoltare gli aneddoti stravaganti raccontati dagli altri invitati per intrattenere prima di tutto loro stessi e poi noi. Cerco un modo costruttivo per impiegare il tempo. Bevo.
“Tempo fa alla tv avevo visto un documentario sugli effetti dell’alcool nel cervello”, dico a Beth. Sono le prime parole che ci scambiamo da due ore. Mi risponde con un’occhiata strana, io bevo in fretta un vodka-lemon, non mi lascio intimorire e vado avanti. “Le molecole di alcool ti fanno aumentare la dopamina nel sangue, che è il motivo per cui sballi e non ci capisci un cazzo.”
Mi faccio un altro vodka-lemon. Questa volta metto quasi solo vodka.
Dico: “Mi sembra che il termine tecnico sia disinibizione comportamentale. Sarebbe a dire che fai figure di merda in continuazione.” Beth continua a ignorarmi, faccio finta di niente.
Comincio a sentire caldo e sento le braccia formicolare un po’. Forse dovrei bere qualcosa. In quel mare di alcolici individuo il gin, è così trasparente, non può mica farmi male. Non è come la coca-cola, piena di coloranti. Prendo tutta la bottiglia.
“E?”, dice finalmente Beth.
Giro lo sguardo sulla spiaggia, fisso ognuno degli ospiti dritto negli occhi. Compreso me. Tecnicamente sarebbe impossibile, ma non mi lascio impressionare. In questo momento ho altro a cui pensare.
“E cosa?”, fisso anche lei.
Me la ricordavo più magra. Sembra grassa. E ha le tette enormi.
“Non hai altro da dirmi?”
Vorrei dirle di sì, credo di sì. Vorrei dirle: sei una brutta stronza. Non capisci un cazzo. Io sto male e tu non capisci un cazzo. Per di più sei obesa e hai le tette enormi. Vorrei dirle tutto questo e invece mi allontano senza nemmeno risponderle. La bottiglia che stringo nella mano destra diventa sempre più leggera.
Trovo qualcuno con cui parlare. Un tipo che fa l’editor di musica classica in una casa discografica. Un certo Manolo. Nome bizzarro, tant’è che quando si presenta scoppio a ridere. Provo una certa soddisfazione nel mostrare la mia cultura immensa, ma poi la pietà prende il sopravvento e lascio Manolo al suo triste destino. È tardi. Devo andare via.
Prendo le mie cose, che non ho. Non prendo niente. “Andiamo”, dico a Beth.
“Dove?”
“A casa.”
“Ma sei pazzo?”, mi guarda come se fossi pazzo. “Rimaniamo a dormire qui, imbecille.”
Non riesce davvero a capire. Meravigliosa idiozia. Ora basta, le sto dando fin troppe possibilità.
“Io vado.”
“Dove pensi di andare in questo stato? Sei ubriachissimo.”
“Sto bene.”
“Fai come ti pare.”
Ispiro lentamente. Vorrei afferrarla e sbatterla sulla spiaggia e sotterrarla con la sabbia fino a lasciarle scoperto soltanto un orecchio per urlarci dentro certo che faccio come mi pare troia che non sei altro. Invece prendo un bicchiere, lo riempio di birra, lo bevo senza smettere mai. Finché non rimane che plastica.

21 maggio 2008

Crepes

“Più veloce, forza, più veloce!”
Ho paura di scivolare mentre spingo la carrozzina sul parquet correndo da una parte all’altra del salone. Toph ride come un pazzo e mi incita, neanche fossi un cane da corsa. Evito all’ultimo secondo la libreria accanto alla cucina, poi curvo rapidamente appena prima dello stipite della porta tenendo la carrozzina in equilibrio su una ruota sola, scatto nel corridoio accanto alla tavola apparecchiata e per lo spostamento d’aria faccio volare via un tovagliolo di carta. Mi fermo soltanto quando i piedi di Toph sono a pochi centimetri dal divano. Sono bagnato di sudore, questo affare pesa un accidente.
“Che figata”, strilla lui con voce singhiozzante.
Tira su col naso e inarca le sopracciglia mettendole in quella posizione a V rovesciata che ogni volta mi fa morire dal ridere.
“Siamo i campioni dell’universo”, esclamo, intervallando le risate con ansimi di fatica.
Lo penso sul serio.
Raccolgo il tovagliolo da terra e lo rimetto sul tavolo, fischiettando faccio segno a Toph di non dire niente a mamma. Lui sbotta a ridere di nuovo.
Mia madre sta preparando qualcosa di strano, un fumo acre e pungente passa sotto la porta chiusa della cucina e arriva fino in salone. Nel frattempo canticchia Sunday Bloody Sunday con il suo timbro acuto e stridulo. Stamattina è insolitamente felice.
“Lo rifacciamo?”, Topher mi guarda con interesse.
Mi lascio cadere a peso morto sul divano fingendo di aver completamente perso le forze.
“No, sono distrutto Toph”, dico. “Ora mangiamo.”
Il suo viso sembra rabbuiarsi, cambia espressione con quel modo che ha lui di evitare le gradazioni intermedie, con un passaggio discreto e repentino.
“Non ho fame”, dice, ma sta palesemente pensando ad altro.
Allungo una mano ad afferrare una rivista abbandonata sul divano da mia madre, uno di quei periodici di carta patinata pieni di pubblicità di alta moda e di articoli assolutamente superflui. Scorro le pagine con disinteresse, sento lo sguardo di Toph sulle mie dita. Mi sorprendo a chiedermi per quanto ancora, in casa, varrà il tacito accordo di non riferirsi mai alla sua infermità.
“È pronto!”, urla mia madre da dietro la porta. “Qualcuno mi aiuta ad uscire?”
Io e Toph ci guardiamo un istante, poi mi sollevo a fatica. Un tempo avremmo litigato dieci minuti su chi dei due si sarebbe dovuto alzare per andare ad aiutarla.
Apro la porta e dalla cucina appare mia madre, con un canovaccio marroncino annodato intorno alla vita e una teglia in mano, circondata da una nuvola di fumo grasso e odoroso. Sembra l’ingresso pirotecnico di una pop-star ad un concerto estivo.
“Crepes con salmone e vodka”, esclama soddisfatta. Sorride scoprendo un numero incredibile di denti.
Toph mi guarda allibito, rispondo con uno sguardo altrettanto esterrefatto. Mia madre non ha mai voglia di cucinare. In questa casa sta succedendo qualcosa.
“Cosa fai lì imbambolato, aiutami a fare i piatti, su.”
È difficile sollevare le crepes dalla teglia senza romperle. Faccio un macello, ne rompo una e spargo tutto il ripieno sulla tovaglia, poi mia madre si alza di scatto, mi toglie il cucchiaio senza dire niente e mi fa segno di sedermi. Nelle sue mani sembra un’operazione semplicissima. Fa dei piatti perfetti.
“Vieni con noi al parco oggi?”, mi chiede Toph. “C’è la finale del torneo estivo di calcetto.”
Le crepes sono davvero buone, forse un po’ troppo cotte sul fondo.
“Siamo alla fine di settembre, che torneo estivo è?”
“Mica le decido io le date”, mi fa cenno con la testa di dargli un boccone. “Insomma vieni o no?”
Prendo con la forchetta un pezzo enorme di crepe e imbocco Toph stando attento a non sporcargli la maglia. Mentre mastica mi prendo un po’ di tempo per pensare.
“Non posso”, dico. “Devo andare da Beth.”
Bevo un lungo sorso d’acqua. Mi lecco le labbra.
“Che devi fare?”, chiede mia madre. “Potresti stare un po’ con la tua famiglia.”
“Cose zozze!”, urla Toph. Poi mi guarda, “dammene ancora.”
Lo imbocco di nuovo. Questa volta una cucchiaiata di sugo gli cola sui pantaloni. Non se ne accorge.
“Dobbiamo preparare i cd per la festa di stasera”, dico io.
“Smettila di dire cretinate Toph”, ribatte mia madre con sguardo irritato. Si gira verso di me, “e stasera che festa è? Ogni giorno una nuova.”
“È il compleanno di Adam, mamma”, dico rassegnato. “Fa la festa sulla spiaggia.”
Toph si guarda i pantaloni e scopre la macchia. Comincia a lamentarsi, in quel modo fastidioso che ha lui di attirare l’attenzione. “Ma che hai fatto, puliscimi, svelto prima che non se ne vada più!”
Strofino con un fazzoletto e faccio peggio, la macchia si spande su tutta la coscia.
“Una sera a casa mai eh?”, commenta mamma guardandomi.
“Guarda che disastro!”, urla Toph.
“Sto sempre a casa”, sostengo io.
“Non farmi ridere”, alza la voce lei.
“Che schifo!”, continua Toph.
“Non sono più un bambino, mamma!”, urlo.
“Piantala Toph”, afferma mia madre.
“Ma è colpa sua!”, strilla lui.
“E tu fai qualcosa no? Possibile che non sai fare niente?”, mi guarda arrabbiata.
“Ci sto provando, cazzo!”
“Non usare queste parole davanti a tuo fratello!”, si agita lei.
“Cazzo cazzo cazzo! Se lo dice lui lo dico pure io.”
“Toph guarda che ti do uno schiaffo, smettila subito.”
“Io devo andare.”
“Ma bravo, che famiglia unita, dai il buon esempio a tuo fratello.”
“Cazzo cazzo cazzo cazzo.”
“Ma cosa stai dicendo. Non siamo più un famiglia lo vuoi capire o no?”
“Cazzo cazzo cazzo.”
“Toph piantala subito!”
“Non si può essere una famiglia a metà.”
“Stai dicendo delle cose orribili.”
“Cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo.”
“Delle cose orribili.”
Poi mamma scoppia a piangere.
Stringe la testa tra le mani, posa i gomiti sul tavolo e scoppia a piangere. Rimane così, immobile, con gli occhi umidi e rivolti verso il basso, sussultando per i singhiozzi interrotti ogni tanto da un respiro profondo. Piange per dieci minuti senza fermarsi mai. Io e Toph rimaniamo muti, guardando altrove, incrociando gli sguardi soltanto per brevi momenti. Ci vergogniamo entrambi.
Mamma si alza in piedi ed entra in cucina. Ne esce dopo qualche secondo con un fazzoletto di carta in mano, si strofina il contorno degli occhi con gesti delicati e secchi, come per non rovinare un trucco che non ha. Guarda entrambi in religioso silenzio. Si siede e prende in mano la forchetta. Prende un pezzo di crepe, si ferma un istante prima di portarlo alla bocca.
“Vi piacciono?”, chiede.

16 maggio 2008

Gente di Dublino

Voglio le mani di qualcuno a stringermi forte la testa. Voglio stupirmi della sua dolcezza. Voglio un secolo di tranquillità, quiete e pace nel mondo. Voglio isole di felicità in questo mare di vita. Voglio un tizio basso e grasso che mi faccia ridere con le sue battute fulminanti. Voglio disturbare un adulto intento a fare il suo lavoro. Voglio guarire il pianeta dal riscaldamento globale. Voglio leggere Gente di Dublino. Ma soprattutto voglio accendere la luce in questo istante senza dover sopportare ancora la paura quotidiana di trovarmi addomesticato come un cane.
Rimango immobile nel buio.
La casa è nel silenzio più totale. Me la immagino, stesa nel suo letto di terra e cemento, come un vecchio a cui sia scoppiato un improvviso mal di testa. Me la immagino torva e squadrata, a massaggiarsi piano la fronte di finestre e laterizi. Accendo la luce.
Accanto al letto, posato sul comodino, tengo un piccolo caleidoscopio di cartone. È un regalo di mio padre. Lui era un appassionato di questi piccoli oggettini che si trovano negli shop dei musei della scienza, la casa ne è piena. C’è la matita che si regge sospesa in aria con i magneti, c’è il termometro di Galileo, ci sono due prismi che scompongono lo spettro solare e c’è una meridiana di legno. C’è anche un radiometro, una specie di palla di vetro con una piccola elica colorata all’interno che si mette a girare quando è esposta alla luce.
Il caleidoscopio però è soltanto mio. Mio padre lo aveva portato tornando da uno dei suoi viaggi di lavoro, era impacchettato in una scatolina rossa con un fiocchetto lucido blu. “Questo è per te”, aveva detto, con il suo solito sorriso freddo e distaccato. Io avevo scartato il pacchetto pieno di emozione, ma quando avevo visto all’interno soltanto quel tubicino di cartone colorato ero rimasto perplesso, un po’ deluso. Lo avevo girato tra le mani tentando invano di carpirne il funzionamento. Allora mio padre mi aveva preso in disparte e mi aveva sussurrato all’orecchio: “È un caleidoscopio, ed è per te. Sai cosa vuol dire caleidoscopio? Viene dal greco e vuol dire: oggetto che ti permette di vedere le cose belle. Quando sei triste guarda attraverso questa lente. Scoprirai che anche le cose che ti sembrano brutte in realtà nascondono un cuore eccezionale.” Poi Topher aveva iniziato a piangere, di quel pianto continuo e intenso che i neonati usano per attirare l’attenzione. Ed io ero rimasto solo, con un fiocchetto blu tra le dita, a pensare a quello strano regalo.
Rimango qualche secondo steso sul letto ad osservare quelle infinite forme simmetriche e colorate, poi sento il cane della vicina abbaiare. Come ogni pomeriggio. Accendo la tv, cambio canale e al terzo tentativo trovo L’attimo fuggente. E risuona il mio barbarico YAWP sopra i tetti del mondo.
Pochi istanti dopo sto dormendo di nuovo.

13 maggio 2008

Money

C’è un ragno morto sotto al mio letto. Ha le zampe tutte raggrinzite ed è pieno di polvere. Tento di prenderlo infilandoci sotto un foglio di carta ma è più difficile di quanto sembri, il cadavere continua a scivolare e finisce proprio sul bordo della parete. Alla fine lo sollevo con le dita stando attento a non toccarlo troppo. Lo tiro fuori dalla finestra.
“Potresti abbassare un pochino?”, urlo.
Attraverso il muro sento della musica altissima provenire dal salone. Sono i Pink Floyd. Money.
Nessuna risposta. Apro la porta e mi sporgo con la testa.
“Mamma!”, urlo ancora. “Potresti abbassare la musica?”
Niente.
Inquadro la mia camera spaziosa e piena di cose, la doppia finestra in alluminio, le tende azzurre a strisce blu, il letto con la trapunta verde avvoltolata sul materasso, il calendario minimale regalatomi in una copisteria che mostra questi tristi giorni di settembre, l’armadio vecchio e con le ante un po’ storte, i poster attaccati sul muro e, ulteriore segno di una superficialità congenita nei riguardi dell’ordine, i libri accatastati in malo modo sulla scrivania.
Sapientemente incastonata nell’ambiente, al centro di tutto questo, c’è mia madre.
“Mi hai detto qualcosa?”, chiede.
Si siede sul letto e mi fa segno di avvicinarmi. Dritta sulla schiena ha un portamento e una sicurezza eccezionali, sembra circondata da un’invisibile scorta di guardie del corpo.
“Non ti ho sentita entrare, mi hai spaventato.”
“Sto sentendo un po’ di musica”, dice, accennando un sorriso.
“Me ne sono accorto, ti stavo appunto urlando di abbassare il volume, c’è un casino.”
Non la guardo dritta negli occhi, guardo soltanto la sua ombra che cade per terra e finisce proprio appena prima della porta.
“Vieni da Toph con me?”, chiede.
Seguo l’ipnotico andare e venire del led sul telefonino. Aspetto che si spenga per la terza volta prima di risponderle.
“No, ora no, preferisco rimanere a casa.”
Prende tempo anche lei. Siamo giocatori di scacchi e ogni mossa può essere fatale.
“Sai, quando io e tuo padre ci siamo conosciuti non avrei mai pensato che avremmo davvero costruito una famiglia”, dice mentre mi accarezza una gamba. Dolce, bella e delicata mamma. “Ero giovane, e mi sembrava che fosse tutto troppo difficile, troppo grande per me.”
“Papà mi aveva raccontato che per concedergli il numero di telefono hai impiegato mesi”, la interrompo io.
Ridiamo insieme, ma abbiamo nei nostri volti così simili e così diversi la stessa tristezza. Per un momento mi sento di nuovo quel bambino che trovava tra le sue braccia tutta la sicurezza di cui aveva bisogno.
“Questo non è vero!”, urla scherzando. Poi torna seria all’improvviso. “Ad ogni modo come vedi mi sbagliavo. È venuta fuori una famiglia niente male, no?”
“Mi fai il solletico”, le dico allontanando la sua mano dalla gamba. Penso a me, a lei, a Toph in ospedale. Penso a mio padre e a quanto mi manca. Penso al potere della nostra famiglia, nascosto in un’insana capacità di imparare dai propri incidenti per andare avanti ancora più veloci di prima. Niente male, sì.
Niente male.
Mia madre si alza in piedi, va verso la porta e la apre. La musica irrompe di nuovo con tutta la sua potenza nella stanza. Ancora Pink Floyd. Time.
Poi sembra ripensarci, richiude di nuovo la porta e si volta verso di me.
“Non voglio sapere cosa ti sta succedendo in questi giorni amore mio”, mi sussurra. E la sua voce è così potente da arrivare nitida alle mie orecchie nonostante il delirio oltre il muro.
“Se mi capitasse qualcosa te lo direi, lo sai benissimo”, le rispondo.
“Non me lo diresti”, dice. “Sono tua madre, non una cogliona.” Sorrido un istante pensando alla rarità con cui fa uso di un linguaggio simile. L’ultima volta che l’avevo sentita imprecare era stato contro un tassista a cui lei stessa aveva tagliato la strada. Mi rendo conto di quanto tutto questo renda quell’affermazione terribilmente vera. Guardo a terra.
“Qualsiasi cosa sia, ricorda che sei mio figlio”, dice. “Non pensare di non essere all’altezza.”
Mentre sta uscendo la musica irrompe di nuovo nella stanza.
The time is gone, the song is over, thought I’d something more to say.

09 maggio 2008

Trentuno passi

C’è odore di cera e di lenzuola lavate troppo spesso. L’aria sa di metallo e di anidride carbonica. Sa di effetti collaterali. I muri sono bianchi, di quel bianco privo di macchie che lascia scivolare lo sguardo senza concedere neanche un appiglio. Di quel bianco innaturale che mette paura. Questo posto è insopportabilmente pulito.
“Non saresti dovuto venire”, dice Topher.
Si sbaglia.
“Ti sbagli”, scuoto la testa contrariato.
“Che vieni a fare ogni giorno se nemmeno mi porti un regalo?”
“Vuoi vedere cosa vengo a fare?”, esclamo. Poi immergo la faccia nel suo cuscino e soffio forte proprio alla base del collo per fargli il solletico. Ride come uno scemo.
“Smettila!”
Da quando è qui dentro ho smesso di dimenticarmi che è ancora un bambino. Prima mi capitava spesso, passavo giornate intere a considerarlo un coetaneo. Mi meravigliavo dei suoi commenti infantili, gli raccontavo di politica e di filosofia. Da un mese non lo faccio più. Ora gli parlo come si parla ad un ragazzino, l’ombra dei videogiochi e delle altalene a riempire i vuoti tra una frase e l’altra. Mi fa tenerezza. È troppo stanco per sembrare un uomo.
“Chiudi un po’ le tende per favore?”, chiede.
Caccio la luce dalla stanza e la penombra mi mette un po’ di tristezza. C’è il ticchettio costante di un macchinario attaccato alle vene di Toph. C’è il sangue che si riassorbe lentamente nella sua spina dorsale, goccia a goccia. C’è il senso di quella situazione ad aleggiare sui nostri volti così simili. C’è il ricordo di mio padre, quando anche lui riempiva un letto identico svuotandosi giorno dopo giorno. Non voglio più pensare a tutto questo.
“Hai ragione, ti faccio un regalo.”
Entra mia madre nella stanza e appena mi vede sorride di tutta la gioia che può. Ha un vestito blu. È elegante come sempre.
“Come sta l’amore mio?”, esclama guardandoci entrambi.
Lo dice come se fossimo due concorrenti di uno di quei quiz a premi che mandano nelle televisioni locali prima dell’ora di cena. Lo dice come se potesse svelarci il significato dell’universo.
“Al solito”, mugugna Topher.
“Qui dentro sembra una caverna, apriamo un po’ le tende!”
“Toph mi ha appena chiesto di chiuderle, mamma”, le dico. “Piuttosto, hai un po’ di soldi da darmi?”
Mentre rovista nella sua borsa di pelle mi chiedo come mai ogni giorno si porti appresso tutta quella roba. C’è di tutto lì dentro. Perfino un tagliacarte. Mi domando a cosa possa servirle un tagliacarte nella borsa.
“Cosa devi farci?”, chiede mentre mi porge qualche banconota. Conto rapidamente con gli occhi. Dovrebbero bastare.
“Una cosa.” Faccio l’occhiolino a Toph che mi sorride di rimando.
“Voglio vedere la tv”, dice.
Cambio canale finché non trovo un programma con un tipo che canta I want to break free con un costume da Freddy Mercury fatto di carta. A metà canzone si strappa il vestito e sotto appare un costume da Kylie Minogue e inizia a cantare It’s in your eyes. Va avanti così trasformandosi in continuazione, ed è davvero divertentissimo.
Un uccellino si ferma sul davanzale della finestra, il sole proietta la sua ombra sulla tenda. Cinguetta un po’ e poi vola via di nuovo. Apro un pacchetto di patatine alla paprika, le ho prese al distributore automatico all’ingresso dell’ospedale. Ne ficco una manciata in bocca a Toph. Mentre mastica rumorosamente penso che forse siamo riusciti a vincere noi.
Forse si sente un po’ a casa.

07 maggio 2008

Viva la Vida (is out)

I used to rule the world
Seas would rise when I gave the word
Now in the morning I sweep alone
Sweep the streets I used to own
I used to roll the dice
Feel the fear in my enemy's eyes
Listen as the crowd would sing:
"Now the old king is dead! Long live the king!"
One minute I held the key
Next the walls were closed on me
And I discovered that my castles stand
Upon pillars of sand, pillars of sand

I hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
Once you know there was never, never an honest word
That was when I ruled the world


It was the wicked and wild wind
Blew down the doors to let me in
Shattered windows and the sound of drums
People couldn't believe what I'd become
Revolutionaries wait
For my head on a silver plate
Just a puppet on a lonely string (?)
Oh who would ever wanna be king?


I hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
I know Saint Peter won't call my name
Never an honest word
And that was when I ruled the world

(Ohhhhh Ohhh Ohhh)


Hear Jerusalem bells a ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
I know Saint Peter won't call my name
Never an honest word
But that was when I ruled the world

02 maggio 2008

Brucio vivo

Stiamo percorrendo il lungomare alla ricerca di un parcheggio e una voce maschile dice alla radio che il papa è un baluardo di spiritualità e di integrità intellettuale. Beth ha le labbra sporche di marmellata. Mastica l’ultimo boccone di cornetto e manda giù. Osservo le briciole cadere nel tappetino e dentro di me la maledico; io devo essere buono, penso. Abbasso il finestrino e subito entra un odore fortissimo di carne alla brace e di grasso che si scioglie. Il fumo è denso e quasi unticcio. Mi guardo intorno, probabilmente proviene da una delle tante villette che si affacciano sulla strada.
Trovo un posto libero. Neanche ho spento la macchina che Beth salta fuori. Spinge la faccia sul finestrino accanto a me, il naso le si appiattisce tutto. Batte i pugni sul vetro e mi urla di scendere, ha i capelli sconvolti e spettinati dal vento. Sembra uno zombie in un film dell’orrore.
“Scendi! Andiamo al mare!”, urla. Sembra contentissima.
Il marciapiede è coperto da un sottile strato di sabbia e ogni passo mi fa scricchiolare. Mi ricorda l’estate. Mi ricorda anche quella scena di Indiana Jones in cui il bambino dice mi sembra di camminare sui biscotti e poi scopre che il pavimento è pieno di scarafaggi. Guardo Beth.
“A cosa stai pensando?”, mi chiede.
Non ho nessuna intenzione di dirglielo.
“Cosa faremo poi?”
“Poi quando?”
“Dopo. Quando prenderò questa cazzo di laurea. Quando ti diplomerai.” Scavalco il muretto e salto sulla spiaggia. “Cosa faremo?”
Camminiamo un po’ in silenzio, soltanto noi e il suono delle onde.
“Tu diventerai ricco e lavorerai in un posto pulito con i muri troppi bianchi insieme a dei tipi incravattati che nemmeno ricordano com’è fatta la loro moglie”, dice tutto d’un fiato.
“Non è molto allettante.”
“Dopo qualche anno tradirai un tuo collega e arriverai ai vertici della società. E guarderai gli altri dall’alto della tua potenza.”
“Non è questo il mio futuro.”
Mi sento le scarpe pesanti e piene di sabbia. Avrei dovuto mettere le infradito, ma come al solito non le ho trovate. Chissà mia madre dove le ha nascoste. Forse nella scarpiera dietro la porta del bagno.
“Io credo di sì”, mi guarda maliziosa.
“Impossibile.” Scaccio un insetto dal braccio. “In questo futuro non ci sei tu.”
Una moto passa veloce nel lungomare, riempie l’aria di un suono vecchio e minaccioso. Non dovrebbe essere qui. Vattene via. È il nostro spazio.
“Ruchette di mare”, dice Beth.
“Eh?”
“Guarda.”
Indica un punto in lontananza, dove la spiaggia finisce e inizia l’erba. C’è un ciuffo di fiori rosa a pochi metri dalla riva. Sembrano spuntarle direttamente dalle dita.
“Come fai a saperlo?”
“Mia mamma da piccola mi portava sempre a raccogliere fiori per mia nonna, di ognuno mi insegnava il nome. Diceva che le avrebbero portato fortuna.” Si china a raccogliere una conchiglia mangiata dal mare. “Quando poi mia nonna è morta mi sono sentita in colpa per un sacco di tempo. Pensavo di averne raccolti troppo pochi.”
Il mare è calmo, l’aria immobile. Ci fermiamo a pochi passi dall’acqua, mi tolgo i vestiti, rimango con i miei boxer bianchi con le palme disegnate sopra. Li adoro. Beth fa lo stesso e non posso fare a meno di notare quanto sia bella. La luce le si infila nel costume e sembra inciampare nelle pieghe della sua pelle. Con lei accanto è come se ogni cosa fosse minuscola. Il mare è un granello di sabbia. Le nuvole sono granelli di sabbia. Ogni minuto è un granello di sabbia.
“Smettila di entrarmi in testa”, le dico.
“Smettila di guardarmi.”
È accecante come stare in cima a una pista da sci, con il sole che batte forte sulla neve, nel cuore la consapevolezza della velocità. Mi stendo e chiudo gli occhi. Sto bruciando.

01 maggio 2008

Rischiare la pelle

Mi guardo allo specchio, sono talmente pallido che sembro un cadavere. Non vedo la luce del sole da decisamente troppo tempo. Ieri ho dato un esame, un mese di studio andato in fumo per colpa di un’assistente che ha sfogato con sistematica crudeltà le sue ansie su di me. Una tipa troppo alta per essere una donna, dai tratti somatici duri e disarmonici, i capelli lunghi e atavicamente sporchi. I seni appesi e liberi le ricadevano sul petto, brevi e adeguati come punti esclamativi. Mi ha detto con un tono di voce virile che uso termini inappropriati e per questo mi ha messo 25. Brutta troia. Il lesbismo represso è pericoloso per la società e va estirpato alla base con tutta la violenza possibile.
Mia madre è partita con Topher e sono solo in casa da una settimana. Non ho avuto tempo di fare la spesa. Il frigo è desolante: una zucchina, una carota, un barattolo aperto di maionese scaduta da tempo, un pezzo di formaggio e due pomodori. Ho una fame pazzesca. Butto la maionese, accendo la tv e mentre guardo i Griffin mi preparo un piatto con tutto il resto. Taglio la carota con la grattugia fino a ridurla in striscette sottili, alla julienne come direbbe un vero Chef. Soffriggo la zucchina insieme ai pomodori. Unisco tutto insieme e il risultato è delizioso. Dovrei aprire un ristorante alternativo. Un ristorante in cui si usano soltanto gli avanzi. Diventerebbe famoso e rinomato e guadagnerei un sacco di soldi. Ho voglia di uscire, aspetto la pubblicità e prendo il telefono.
“Pronto?”, mi risponde dopo pochi squilli.
“Ei Beth.”
“Ma allora sei vivo.”
“Che fai?”
“Studio.”
“Cosa?”
“Bartok. Per l’esame.”
Io odiavo Bartok. Quando dovevo studiarlo mi inventavo qualche scusa e arrivavo a lezione impreparato. Il maestro si arrabbiava sempre con me. Una volta mi aveva addirittura fatto piangere davanti a tutti. Una vergogna terribile. Beth mi aveva consolato per un’ora fuori dalla classe. Mi aveva detto di non ascoltare nessuno e che ero bravo quanto lei. Io sapevo che non era vero perché Bartok le veniva alla perfezione.
“Pensavo di andare al mare.”
“Quando?”
“Adesso.”
“Sei pazzo.” C’è un lungo silenzio. “Non posso.”
“Sì che puoi. Ti vengo a prendere.”
“Ma non posso.”
“Finisco di vedere i Griffin e arrivo.”
Mia madre nasconde tutto. Per lei mettere in ordine significa inserire qualsiasi cosa in delle buste di plastica e infilarle nei posti più assurdi. La nostra casa è così ordinata che sembra uscita da un catalogo di mobili. O da una pubblicità televisiva. Sembra una di quelle case abitate da famiglie felici in cui la moglie sveglia il marito portandogli il caffè a letto, poi vanno insieme a fare colazione e mangiano i cereali di chissà che marca. Meravigliandosi per quante poche calorie contengano. Niente di più lontano da quello accade qui dentro. Non ci sono cereali. Non siamo più nemmeno una famiglia. Non tutta intera, almeno.
Il risultato della mania di mia madre per l’ordine e la pulizia è che non riesco mai a trovare niente quando mi serve. Ogni cosa è nel posto giusto, e ciò che non ha un posto semplicemente non si vede. È davvero stressante. Le mando un SMS: Dove sono i costumi?.
Mentre aspetto che mi risponda faccio una doccia. È finito il bagnoschiuma e devo lavarmi con lo shampoo. Odio lavarmi con lo shampoo. Mi fa sentire ancora più sporco di prima: è come avere addosso la pelle di qualcun altro. Mi asciugo i capelli e non sento la suoneria squillare, mi accorgo del messaggio soltanto quando ho finito. Prendo il cellulare con le mani ancora bagnate. Mi ha scritto: Nell’armadio in camera mia. In alto. In fondo.

Il sole di Giugno è terribile. In genere amo il caldo, è strano che mi dia così fastidio. È che me lo aspettavo più dolce, meno avido. Invece la luce scava sulla mia faccia come un cercatore d’oro.
“Sei proprio negato”, mi dice Beth ridendo.
Non è vero.
“Guido benissimo”, le rispondo. “Sono soltanto molto prudente.”
“Secondo me sei negato.”
“Vorrei ricordarti che l’ultima volta che hai guidato tu abbiamo rischiato la pelle.”
“Beh ero molto tesa”, ride ancora. “E poi è successo più di un mese fa e siamo entrambi ancora vivi.”
È già passato così tanto tempo. Dal saggio. L’esame mi ha assorbito completamente e non mi sono reso conto dei giorni che scorrevano uno dopo l’altro dietro di me. Ripenso all’assistente stronza e al mese che ho buttato per colpa sua. Mi viene in mente l’immagine di lei che si guarda allo specchio e muore uccisa dalla sua stessa bruttezza.
“Sei felice?”
“Di essere qui?”, mi fissa e il suo sguardo mi brucia anche se ho gli occhi puntati sulla strada. “A quanto pare non avevo molta scelta.”
“Rispondi e basta, sei felice?”
“Non lo so.” Mi basta.
Non c’è nessuno in giro. Sono le due del pomeriggio di un mercoledì qualunque ed è come se fossi il proprietario del mondo. Come se tutti fossero svaniti nel nulla in un istante per andare in un altro posto. Immagino le case vuote, il cibo lasciato a bruciare sui fornelli, i fax muti e senza vita negli uffici. Siamo rimasti soltanto io e Beth. Padroni della terra. È una sensazione inebriante.
“Sto scrivendo un libro, sai?”
“Tu?”
“Sì”, quando lo dico mi gira la testa. “Una specie di romanzo.”
“Wow”, mi dice. “E di che parla?”. Striscia sul sedile fino a toccare con le ginocchia sul cruscotto.
“Top secret.”
“Dai, a me puoi dirlo.”
“Se te lo dico poi perdo la mia unica lettrice.”
“Guarda che non lo comprerei comunque, un libro scritto da te.”
Inserisco l’autoradio e la musica riempie l’abitacolo in un secondo. Non conosco questa canzone. Non la conosce nemmeno Beth però fa finta di cantarla. Ha il cellulare in mano e lo usa come microfono. Storpia tutte le parole e urla come una pazza, il risultato è divertentissimo. Mi fa male la pancia da quanto sto ridendo.

29 aprile 2008

If you love me won't you let me go?



Violet Hill è stupenda.

28 aprile 2008

Un giorno importante

Beth viene ad aprirmi con i capelli tutti bagnati. Sta gocciolando sul parquet. Osservo l’acqua cadere a terra, prima ci sono soltanto piccole gocce separate, poi all’improvviso si uniscono l’una con l’altra e diventano una vera e propria pozza. Tra poco il legno comincerà a impregnarsi e diventerà pieno di rigonfiamenti. Sembreranno brufoli. Che schifo. E’ tutta colpa mia perché sono in anticipo di mezzora.
“Hai visto il telegiornale stamattina?”, mi dice tutta agitata.
“Che è successo?”
“Come, non lo sai?”
“Non so nulla!”
Le porte a casa di Beth sono sempre tutte aperte e il sole inonda di bianco il corridoio. La luce è fortissima, entra nelle cose e se mi sforzo posso vedere gli oggetti nei minimi dettagli. Posso arrivare a distinguere le molecole. O gli atomi. È per questo che il sole mi rende felice.
“Davvero non sai nulla?”, continua.
“Già. Dimmi che è morto Bush…”
“No, non è successo niente. In realtà volevo solo creare un po’ di allarmismo inutile.”
“Uff.”
“Mi serviva per sdrammatizzare un po’.”
“Sei tesa?”
“Molto.”
“Sei bellissima anche così.”
“Grazie.”
“Non è un complimento. È invidia.”
Mentre Beth si lima le unghie vado in cucina a prendere qualcosa da mangiare. Non ho fatto colazione e ho una fame pazzesca. Apro la credenza; trovo dei biscotti al cocco, due plumcake del discount e una scatola già aperta di cereali al cioccolato. Sembra tutto buonissimo e pieno di conservanti e agenti chimici. Sembra esattamente la tipologia di prodotto che mia madre osserva con disprezzo quando va al supermercato.
Scelgo i cereali e torno in camera. Devo avere la bocca molto sporca perché Beth scoppia a ridere appena mi vede, che bastarda.
“Aiutami ad allacciare questo affare.”
“Non sono in grado. Ma cos’è?”
“Idiota. È un vestito, sai, serve per non andare in giro nudi. Ha dei buchi per infilare le braccia e dei bottoni per chiuderlo sulla schiena.”
“Hai un libretto d’istruzioni?”
“No. Ecco vedi, questi rotondi sono i bottoni. Devi infilarli nei buchetti dall’altra parte.”
Fatto. Apro lo zaino con una mano sola perché l’altra è sporca di cioccolato. Faccio un casino e casca tutto per terra, le chiavi di casa, il portafoglio, l’ultimo numero di Scrittura Creativa e una grande busta di carta gialla. Beth ride ancora, io tiro fuori un foglio dalla busta.
“Ecco il programma.”, le dico.
“Fai vedere, fai vedere!”, urla piena di eccitazione.
Me lo strappa di mano e lo osserva con lo sguardo attento. In alto c’è una scritta in viola acceso: Saggio della classe della maestra Elizabeth Mills. In mezzo la foto di un bambino che suona un pianoforte. L’ho trovata su Google. Il bimbo è bellissimo, sembra minuscolo in confronto all’enormità dello strumento. Ho fatto un ottimo lavoro.
“È adorabile.”
“Sono contento che ti piaccia.”
“Però lo sai che odio essere chiamata Elizabeth.”
“Beh, è il tuo nome.”
“Non mi è mai piaciuto.”
“Ad ogni modo ho stampato anche la versione con scritto solo Beth.”
Mi sorride. Perché nessuno la conosce meglio di me.
“Usciamo?”
“Sì.”
È un giorno importante.

26 aprile 2008

Eterno

Capisco di non poterne fare a meno. Non riesco a smettere di contare.
Sono passate sette ore e quarantadue minuti dall'ultima volta che ho sorriso, mancano due ore e cinquantatre minuti a quando riaprirò una porta. Ho due chiavi qui, accanto a me. Ho tre bollicine sulla mano sinistra. Una tazzina. Mille dubbi.
Devono trascorrere ancora sessantasei giorni prima che arrivi Luglio.
Luglio mi piace. C'è il sole. Ci sono i lamponi, il melone e i mirtilli. Ci sono le margherite. Il grano appena tagliato. C'è l'aria così limpida da far girare la testa, così leggera da non sostenerti più. Ci puoi passare attraverso in un istante perchè a Luglio tutto quanto è più veloce.
"Ti senti bene?", mi dice.
"Tu, tu come ti sentiresti?"
"Non ti interessa parlare di me."
"No."
Fisso la parete davanti e ne seguo il contorno bianco lucido, arrivo fino al poster di Magritte, poi ancora oltre, fino all'orologio a muro; conto le lancette, tre, conto i numeri, dodici, conto i secondi prima che lei parli di nuovo.
"E che cosa farai?"
"Diventerò famoso, mi siederò sul mondo, e tutti sapranno chi sono."
"Ora vieni qui."
Quando mi siedo sento il suo corpo da adulta accanto al mio e mi sembro un bambino. Sento la sciarpa scivolarle sul collo e solleticarmi una mano. Sento il sangue pulsarle nel braccio. Sento tutti gli anni in più. Quaranta. Sento le pantofole che tanto mi ricordano casa.
"Partirò presto, lo sai, mamma?"
"Non pensi mai che potresti conquistarla qui, la fama?"
Sto zitto per un secolo, e il silenzio che facciamo è quello di un film dopo un bacio appassionato, è quello del dito del professore sull'elenco prima di un'interrogazione. Poi il cane della vicina vuole uscire e comincia ad abbaiare.
"Sono già famoso, qui."
"Perchè?"
"Perchè so che c'è qualcuno che non mi dimenticherà mai."
Mi viene voglia di raccontare di più, di parlarle di te e di quei tuoi capelli biondi. Ho ancora il tuo odore sulle mani ed è come se piovesse, e vorrei dirle tutto questo. Invece guardo fuori dalla finestra e vedo un aereo che vola lontano. Allora penso che a Luglio anche gli aerei precipitano più velocemente.
Io adoro cadere nel vuoto, perchè mi fa sentire eterno. Sai, ti amo proprio per questo. Perchè mi fai sentire eterno.

23 aprile 2008

I gesti eleganti

Scura di pelle come il legno, come il legno dura e forte. La Negra aveva addosso intelligenza e troppa stima per se stessa. Scacciò quella mattina un altro uomo dal suo letto, sotto l’acqua lavò via l’odore stinto di quel sesso, si vestì con molta cura. Entrò in classe che era tardi, come sempre. La Nana era già lì, col suo sorriso e un posto vuoto accanto a lei.
“Per domani voglio avere da voi due una Storia pronta”, disse in aula il Gran Maestro, indicando prima l’una e poi quell’altra. “Altrimenti andate via, e non mettete mai più piede in questa scuola”.
La Nana era bruttissima, sbadata e perspicace. I capelli erano rossi e sempre sporchi, non toccava carne umana da chissà che tempi andati. Stava in casa con sua madre, e sognava. Come tutti, sperava di permettersi una vita grazie alla parola scritta.
“Non sarò mai in grado di scrivere nulla per domani”, disse fuori alla sua amica nera in volto, e in quei frangenti pure dentro.
“Non è vero, proveremo e sono certa che faremo un gran lavoro”, obiettò la Negra.
“Ho paura”, sussultò quindi la Nana, con lo sguardo verso i piedi ed un tremore tutto addosso.
“Prima o poi sarebbe successo”.
Poi la Negra entrò da sola dentro l’aula diciassette, prese un pacco di fogliacci e iniziò a scrivere. Pensava, tra sé e sé, che sarebbe stata brava; voleva sostenere anche l’amica, e così scrisse per due. Storie distinte e favolose, dal linguaggio colto e senza abbellimenti, frasi corte e musicali. Scrisse bene e scrisse in fretta, quella Negra, e in gran segreto scrisse il doppio, anche per l’altra. Dopo un’ora già finì, sorrise a lungo e uscì un momento a riposare.
Nel frattempo la Nana disperata camminava senza sosta in cerca di un’illuminazione. Piangeva, vagando per la scuola, senza idee da buttar giù in opera scritta. Dopo un po’ concluse infine riflettendo a bassa voce: “Non saremo mai capaci, io e la Negra, di ottenere quel lavoro che ci ha chiesto. Ho un’idea: lo ruberò a qualcuno senza dar nell’occhio. Ne prenderò uno per me e uno per lei”.
Trovò nell’aula diciassette due quaderni abbandonati; esultò leggendo, dentro, due racconti appena scritti. Così li prese in mano e stava uscendo, se non fosse che di scatto entrò la Negra che la vide e le urlò contro.
“Cosa fai, mi rubi quello che ho sudato in questo tempo?”
“Ma che dici, non sapevo fossi tu ad averli scritti!”
“Beh sei stronza e mentecatta. E pensare che ne ho pure scritti due, uno per te e uno per me.”
“Ed io due ne ho rubati, uno per te e uno per me.”
“Puttana!”
“Troia!”
Se non fosse che passava in quel momento il Gran Maestro il quale, attirato dal trambusto, entrò subito nell’aula diciassette. “Che succede, questo chiasso non sta bene”, disse piano e senza perdere la calma. La Negra prese allora la parola e gli rispose: “Non è niente. Commentavo ciò che ha scritto la mia amica. Trovo che nel suo racconto vi sia qualche punto oscuro, ma non sono io che devo giudicarlo, ecco a lei.” E strappò tutt’e due i quaderni dalle mani della Nana per passarli al Gran Maestro. Nel frattempo la sua bassa e brutta amica non fiatò, con gli occhi al suolo ed un pallore singolare addosso al viso. L’aria densa e calcolata si scaldò per un momento.
“Grazie, Negra”, disse l’altra appena l’uomo se ne andò.
“Se non avessi scritto io, sarei qui dentro solo grazie al tuo rubare. Sono io che dovrei ringraziare te”.
“Di cosa parla il mio racconto?”, chiese la Nana sorridendo.
“Parla di noi”.
“Dimmi ancora”.
Silenzio tra le due per qualche istante. Poi la Negra rise e disse.
“Parla di quello che, tra tutti quanti i gesti, è certamente il più elegante”.

22 aprile 2008

Cioccolato


Non ti voglio più vedere ed io ti odio. Mi dici. Ma alla fine ci troviamo su di un letto a far l’amore. Bevi il tuo bicchiere d’acqua, mi ripeti: “non è aria”. Non è aria per far cosa?, penso io. Tutto quello che c’è intorno è solo aria, e mi sta bene. Ribadisci: “partirò”. E pure io, rifletto quindi. Siamo in barca e navighiamo, e non è la stessa barca. Spunta un piede dalla tua e mi piace tutto. Pure il piede. Pure quello. Non lo dico ad alta voce, non sia mai che, a realizzare l’imminenza del lasciarsi, prenda vita quell’angoscia che sappiamo sotterrare tanto bene. Poi in un impeto di rabbia mi fai male con il braccio sulla spalla. Con quel tuo zainetto rosso sembra tutto sanguinare, ma io so che non è odio, è soltanto la paura, la paura. Con quel tuo zainetto rosso scappi e torni in un baleno. Ebbene sì, già so che soffriremo come matti al manicomio. Come mucche al mattatoio. Come quaglie impallinate. Fa lo stesso. Non importa. Mi sta bene, come l’aria di cui sopra. Mangio un Kinder cioccolato, quel sapore un po’ dolciastro è uguale a te.

21 aprile 2008

Mister Plastic

Provai con una di quelle chatline telefoniche per vecchi depressi e soli, pensai che avrebbe potuto aiutarmi. Così sfogliai un quotidiano gratuito e scelsi la pubblicità con la ragazza più tettona di tutte. Si chiamava “La stanza di Lucy”. In una nota scritta in caratteri nanometrici venivano descritti i prezzi del servizio offerto. Tra tasse, scatti alla risposta e concessioni governative ministeriali avrei certamente risparmiato a chiamare una sconosciuta in Burkina Faso.
“Pronto chi parla?”, mi rispose una voce calda e sensuale.
“Ciao.”
“Ciao bello. Da dove chiami?”
“Da casa.”
“Dal tuo lettone caldo?”
“No. Sono le cinque del pomeriggio, non sono a letto.”
“Io sono tutta eccitata.”
“E perché mai? Stai parlando con uno sconosciuto al telefono.”
“Sei un bel maschione, vuoi cavalcarmi tutta?”
“Sono molto triste…”
“Io ti renderò felice.”
“No!”
“…”
“Ma non ti rendi conto di quanto è triste tutto questo? Porca puttana.”
“…Niente offese, però...”
“Non ti chiami Lucy vero? Come ti chiami?”
“Preferirei non dirlo. E modera i toni, bello.”
“Allora ti chiamerò Lucy. Ascolta Lucy, leggevi i fumetti da piccola?”
“…”
“Sì, li leggevi. Ricordi per caso quel personaggio che andava vestito di rosso ed era fatto di gomma, poteva allungarsi quanto voleva e salvava il mondo?”
“…Mister Plastic?”, disse con una voce flebile e quasi impercettibile.
“Bravissima! Ecco, ricordi cosa succedeva a Mister Plastic quando accadeva qualcosa di brutto alla sua famiglia o ai suoi cari?”
“…”
“Non lo ricordi. Mister Plastic salvava sempre il mondo. Però quando accadeva qualche disgrazia ai suoi cari lui si scioglieva, come la gomma sotto a una fiamma. E finché la sua famiglia non stava di nuovo bene non riprendeva forma.”
“…”
“I suoi amici lo sapevano ovviamente, perciò quando lo vedevano in quello stato invece di dare una mano a lui correvano a salvare i suoi cari.”
“Perché mi stai raccontando tutto questo?”
“Lucy io ho fatto delle cose orribili alle persone a me più care. Ed ora mi sono sciolto, come Mister Plastic, e non riesco più a fare niente per rimediare.”
“…”
“Dimmi qualcosa, almeno tu.”
“Sai. La vita ti sorride.”
“A me non pare.”
“Eppure la vita ti sorride, bello. Solo che la guardi da troppo lontano: e ti sembra una smorfia.”
Lucy scalò la classifica delle dieci persone più inaspettatamente intelligenti che abbia mai conosciuto. Superò anche il panettiere di mia nonna. Non era roba facile. Quel tizio aveva risolto un sudoku in novantatre secondi netti.

17 aprile 2008

Incipit

"Mi aiuti?"
"A fare cosa?"
"Mi serve un favore."
"Del tipo?"
"Prima rispondimi."
"Come posso risponderti se non so in cosa devo aiutarti!"
"Se non vuoi correre il rischio puoi sempre rispondere no..."
"Non voglio rispondere no, e se poi invece scopro che mi va di aiutarti?"
"Allora dimmi sì..."
"Ok, mettiamo che ti aiuto. Nulla mi impedirebbe poi di demordere, no?"
"Beh tecnicamente no. Ma io mi offenderei."
"Ti offenderesti?"
"Già... A morte."
"Ma sei impossibile!"
"Puoi sempre smettere di parlarmi."
"E se invece ti dicessi no e poi scoprissi che invece voglio aiutarti?"
"In tal caso sarebbe decisamente troppo tardi..."
"Troppo tardi..."
"Troppo tardi."
"Allora ti dico di sì. Ti aiuto."
"Sicuro?"
"No."
"Devi essere sicuro, altrimenti come faccio a fidarmi?"
"Ma non posso essere sicuro a comando!"
"Vuol dire che non ti sforzi abbastanza. Questo mi riempe di tristezza."
"Assurdo."
"Addio..."
"Smettila. Dai sono sicuro."
"Davvero?"
"Sì."
"Ok. Mi fido."
"Quindi?"
"Quindi cosa?"
"In che modo posso aiutarti?"
"Ah giusto, dimenticavo. Mi lavi la macchina?"