20 marzo 2008

A sua immagine e somiglianza

Eravamo uguali come gocce d'acqua, io e mia sorella. Tanto uguali da essere confuse l'una con l'altra. Le gemelle, ci chiamavano, quando eravamo vicine: per evitare ogni distinguo con annessa figuraccia. Eravamo due, anzi non due: ma una coppia.
Uguali fuori ma diverse dentro, come un baco rende una mela diversa da un'altra. Io devota e timorata di Dio, lei miscredente; io ballerina esigente e testarda, lei nullafacente; io sposata, lei fidanzata di un uomo di cui forse ignorava anche il nome. Non avevamo figli. Io per volontà di Dio, lei per volontà di un farmaco infernale.
Due volte squillò il telefono quella mattina, anzi non due: ma una coppia. La prima volta c'era la sua voce aldilà della cornetta. Era presto.
"Sto male", mi straziò con questo esordio giù dal letto.
"Cos'hai?"
"Sto male".
Psicofarmaci, prendeva. Prima erano uno al giorno, poi il doppio poi di più, tanti da non vedere mestruazioni ormai da anni.
"Stai tranquilla, ti prego".
"Era strano stanotte era strano e scandaloso".
"Ma di chi parli, di quel farabutto che ti porti a letto?"
"Era strano e poi poco fa mi ha chiamato ed io sapevo che c'era qualcosa che non andava".
"Stai tranquilla, ti prego stai tranquilla, stai tranquilla".
"E' un mostro, lo sapevo. Mi ha tolto tutto ed ora non ho niente".
La prima volta che feci una buona azione ero in terza media. Un mio compagno aveva un anellino d'oro all'orecchio sinistro, erano gli anni in cui quella moda sconveniente stava prendendo piede. Io lo convinsi a toglierlo per un mese in cambio dei compiti di matematica. Scaduto il tempo si dimenticò di rimetterlo, ma io non dissi nulla.
"Spiegami meglio, cosa è successo?", dissi.
Poi lo rividi un anno dopo, aveva tre orecchini di cui uno al naso. Fu allora che compresi che una buona azione funziona solo quando è onesta non solo negli intenti, ma anche nelle modalità. Dio è misericordioso con i misericordiosi, è giusto con i giusti, è buono con i buoni.
"Mi ha chiamato poco fa dicendomi una cosa orribile".
"Cosa ti ha detto?"
Nell'estate tra il secondo e il terzo liceo cominciai il volontariato. Inizialmente aiutavo un po' la mensa in città, poi negli anni successivi cominciai a viaggiare in paesi poveri per dare un aiuto concreto. Dio è caritatevole con i caritatevoli.
"Mi ha detto una cosa orribile".
"Dimmi cosa, diamine!"
"Non urlarmi, sei la solita egoista".
L'estate della maturità andai due mesi in Brasile ad aiutare i bambini orfani. Tenere tra le mani più ossa che carne metteva i brividi. Fu lì che una sera ballando in un bar incontrai mio marito. Era un ballerino come me, ed ascoltava anche con gli occhi. Odiavamo ballare, entrambi. Ma eravamo bravi.
"Perdonami. Stai tranquilla però, te ne prego. Raccontami cosa ti ha detto".
"Non ce la faccio", la voce incrinata.
Lui venne con me lasciando tutto, il suo paese, il suo lavoro, la sua famiglia. Trovò lavoro come cameriere, e guadagnava bene.
"Ti prego...", sussurrai.
"Non ce la faccio", disse lei piangendo prima di riattaccare.
Due volte squillò il telefono quella mattina, anzi non due: ma una coppia. La seconda volta era mio marito, lo sapevo anche senza rispondere. E non risposi.
Perchè stavo correndo da lei.

19 marzo 2008

La voce afona

Odiavo ballare l'odiavo. Ma ero bravo.
Mio padre mi costringeva ad andare ogni sera in quella squallida palestra dove una vecchia fallita mi urlava di stare attento alla musica e di seguire il ritmo. Avovo dodici anni allora, e odiavo ballare l'odiavo; ma più di tutto detestavo quella musica incessante. Di nascosto mi infilavo un po' di ovatta bagnata nelle orecchie e mi isolavo dal mondo, le grida della vecchia a impigliarsi nel morbido filtro, la pace all'interno. Imparai così l'arte di leggere le labbra.
Interpretando insulti.
"Un cornetto integrale al miele", disse il ragazzo.
Mi colpì quella macchia rossa sul colletto, rossa come il sangue, ancora un poco fresca.
"Ecco a lei" risposi presto.
Difficile rimanere concentrati quando si ascolta anche con gli occhi. Ormai il lavoro qui come barista era affermato e collaudato, ma i problemi erano tanti, tanti i problemi. Mi bastavano due dolci innamorati al tavolino qua davanti per mancare ordinazioni e perder tempo, osservando i movimento della bocca mi mischiavo nella forza di quel sentimento allegro. E rallentavo sul lavoro. I problemi erano tanti, tanti i problemi, mi ripeteva il principale. E non c'è tempo nè denaro da sprecare, mi ripeteva il principale.
"Grazie mille", sussurrò quel tipo strano. Poi si allontanò lasciando dietro una nuvola di zucchero a velo, prese in mano il cellulare. Piangeva quando compose un numero piangeva e piangeva quando sussurrò con tono basso, soltanto le sue labbra mi parlarono, non le sue orecchie soltanto le sue labbra.
"Stanotte ho ucciso un uomo", e riattaccò. Piangeva.
Rimasi fermo immobile con due arance in mano e l'impazienza di un cliente a scongelarmi lentamente. Preparai quella spremuta e dissi al capo
"Esco un momento"; mi urlò forte qualche cosa lo ignorai.
Chiamai mia moglie a casa perchè lei avrebbe saputo cosa fare, ma non c'era. Lei non c'era e non sapevo dove fosse e quegli squilli vuoti e spenti non mi dissero di lei. Così ero da solo, l'unico a sapere che lì avanti c'era un pazzo assassino. Composi il numero della polizia e rimasi lì, col dito pronto, indeciso tra giusto e sbagliato.
Era una ballerina mia moglie. Odiava ballare l'odiava. Ma era brava.

18 marzo 2008

Il potere del male

Scandalosi i suoi modi quella notte.
Scandalosi i suoi gesti, scandalose le sue poche parole. Mi spogliò con la bocca impastata da un fiato pesante, mi appoggiò a un muro e mi voltò, le sue mani a spingere il mio viso contro la porta di legno della cucina. Mi prese da dietro, come mai aveva fatto prima. Sentii un dolore lancinante.
Durò poco, colò dentro di me le sue sporcizie senza sorridere mai. Nemmeno una volta.
"Ci vediamo un film?", sospirai rivestendomi.
"Sì" disse lui.
Soltanto: sì.
Sul divano abbracciata al suo petto finsi la normalità dei giorni scorsi, non ingannai nemmeno me. Era tardi quando uscì sbattendo forte la porta.
Le viscere continuavano a pulsare, la sua presenza ormai svanita a farmi male, e ancora male. Mi lavai a lungo sotto un'acqua bollente gelata. La tinsi di rosso, mi spaventai, ma non era niente. Niente di cui preoccuparsi, donna. Niente di cui preoccuparsi. Entrai nel letto alle cinque di notte con gli occhi più aperti di prima con il corpo più sporco di prima. Il sonno tardava ad arrivare eppure mi aspettava una giornata pesante. Pesante come tutte le giornate, ma con in più il grave sinistro della paura. Ancora non sapevo niente, allora. Che stolta.
Sfogliai qualche pagina di un libro troppo triste che parlava d'amore di mare e di uomini valorosi, mi mancavano tutte queste cose lo chiusi insoddisfatta. Finalmente un pensiero più forte degli altri mi prese con sè, trascinò la coscienza nel regno dei morti di sonno e così cominciai a sognare. Meglio prima, forse?
Sognai incubi assurdi pieni di dèmoni, di soldati con gli artigli e di bambini divorati dagli insetti. Sognai viscere in fiamme sognai, muri diroccati, soli neri. Infine sognai un buco e di caderci, mi svegliai quando il mio volto era già piatto al suolo. Un tonfo sordo come quello di un cranio spiaccicato mi svegliò.
Erano le sette e mezzo circa quando ormai dovetti alzarmi e andare in bagno per gettare basi solide al mio giorno. In cucina scaldai poco del caffè avanzato e amaro. Poi mi squillò il telefono ed ebbi paura. Era lui lo riconobbi nel contorno rumoroso di un bar a prima mattina. Risposi: pronto; molto piano, mi sentì o forse no. Ma parlò uguale.
"Stanotte ho ucciso un uomo", disse solo.
Piangeva o forse no.

17 marzo 2008

Molto rumore per nulla

Si fermò così, senza un rumore. Una Peugeot rossa, vecchio modello. Sporca.
"Posso aiutare?", dissi distratto.
Ne scese un ragazzo che ispirava fiducia. Biondo, faccia larga, sorridente e bello come il sole. Giovane. Tutto il contrario di me.
"La ringrazio molto, da solo non saprei da dove iniziare", mi squadrò titubante.
"E' un piacere giovanotto."
"Sicuro che non le faccio perdere troppo tempo?"
"Scherza?"
Avevo bevuto molto. Grappa. Lontano nel tempo, il ricordo di nottate di cui avessi il ricordo. Poi il vuoto e una bottiglia a sera. Disperazione. La chiamavo così: disperazione.
"Ecco guardi: quando provo a riaccendere esce tutto fumo dal motore. Non so, credo sia qualcosa legato al radiatore, ma io non ci capisco davvero nulla...", poi sorrise di un bianco accecante.
"Mm, mi faccia dare un'occhiata. Apra il cofano."
Quell'angelo era venuto per me, ed io dovevo aiutarlo per aiutarmi, dovevo salvarlo per salvarmi. Nel miscuglio nero e fermo di grasso e ingranaggi trovai lo specchio della mia condizione. Infilai le mani lì dentro e capii subito cosa non andava. L'avrei potuta riparare in un solo istante. Un movimento secco delle dita; ma lui era lì per me e non dovevo lasciarlo andare via.
"Ahia", esclamai. Finsi un bruciore, che pessima recita, per fortuna la platea era fredda e inanimata.
"Da dove viene lei?", parlare con lui dava un senso nuovo a tutto.
"Abito proprio qui vicino, stavo tornando dalla casa della mia ragazza quando mi si è spenta la macchina così, all'improvviso. Se non l'avessi incontrata non avrei saputo che fare".
"Non si preoccupi, ora risolvo tutto. Per fortuna me ne intendo di motori".
Chiusi gli occhi e pensai: ho bisogno di un segnale. Se fuma, è mio. E in quel momento percepii forte l'odore scuro di una sigaretta accesa. Salii in macchina accanto a lui.
"Quanti anni hai, ragazzo?", cercai di essere accomodante.
"Ventitre... E' dura lavorare a quest'ora, vero?"
"Abbastanza."
"Immagino."
"Ma a volte si fanno incontri molto fortunati, e il tempo passa via in un lampo".
"Sarà freddo ora il motore, che dice?", la sua voce incrinata da un tremito dolcissimo.
"Ancora un po', non vorrei bruciarmi di nuovo". E lo toccai.
Poi successe tutto in un lampo.
"Cosa sta facendo?", mi gridò.
"Niente, stai tranquillo, non ti farò del male", provai a tranquillizzarlo, volevo solo il suo bene, tutto il suo bene.
"Scenda subito dalla mia macchina!"
"Non urlare, io ti voglio bene", esclamai disperato.
Poi in un momento le sue mani mi arrivarono in faccia ed io non feci nulla per difendermi. Sentii un tonfo sonoro, un dolore lancinante alla nuca e poi più niente. Buio.
Buio.
Mi risvegliai circondato da sangue e infermieri imbavagliati, da una massa di curiosi, da un collega che urlava "E' vivo, è vivo!"; avevo fame.
Ero vivo.

16 marzo 2008

Perdite di tempo

"Posso aiutare?" disse un tipo sulla sessantina dai capelli neri lunghi e sporchi vestito con una tuta arancione da netturbino.
"La ringrazio molto, da solo non saprei da dove iniziare" risposi io, dopo una pausa di leggera esitazione.
"E' un piacere giovanotto."
"Sicuro che non le faccio perdere troppo tempo?"
"Scherza?"
Il sole tardava a sorgere quella mattina, erano le quattro e mezzo di una giornata di mezz'estate: ma di luce ancora non si vedeva l'ombra.
"Ecco guardi: quando provo a riaccendere esce tutto fumo dal motore. Non so, credo sia qualcosa legato al radiatore, ma io non ci capisco davvero nulla..."
"Mm, mi faccia dare un'occhiata. Apra il cofano."
Aprii il cofano. Il tipo infilò le sue mani grasse in mezzo ai tubi e agli ingranaggi, esclamò un "Ahia!" per una bruciatura, era ancora tutto troppo caldo.
"Da dove viene lei?", chiese per passare il tempo.
"Abito proprio qui vicino, stavo tornando dalla casa della mia ragazza quando mi si è spenta la macchina così, all'improvviso. Se non l'avessi incontrata non avrei saputo che fare"
"Non si preoccupi, ora risolvo tutto. Per fortuna me ne intendo di motori", mi sorrise. Di un sorriso strano.
Accesi una sigaretta, abbassai il finestrino. Il tipo sfilò un pacchetto di Marlboro dal taschino e ne prese una. Poi senza chiedermi nulla aprì lo sportello e si sedette nel sedile del passeggero, accanto a me.
"Quanti anni hai, ragazzo?", il passaggio dal 'lei' al 'tu' risuonò colmo di quella subdola minaccia propria di un vaso di fiori su un davanzale pericolante.
"Ventitre", non sapevo come continuare la risposta, mi mantenni vago. Così dissi: "E' dura lavorare a quest'ora, vero?"
"Abbastanza."
"Immagino"
"Ma a volte si fanno incontri molto fortunati, e il tempo passa via in un lampo."
Tirò una boccata di fumo lunga un giorno, la risputò lentamente verso me, una sottile canalina grigia a collegare la sua bocca con la mia.
"Sarà freddo ora il motore, che dice?", mi accorsi di un tremito nella voce, sperai non lo avesse notato.
"Ancora un po', non vorrei bruciarmi di nuovo".
Mi girai verso il finestrino continuando a fumare. Con la coda dell'occhio notai la sua mano spostarsi, la sentii arrivarmi sulla coscia e con un sussulto mi scansai.
"Cosa sta facendo?"
"Niente, stai tranquillo, non ti farò del male".
"Scenda subito dalla mia macchina", gridai.
"Shhh, non urlare, io ti voglio bene".
Cominciai a sudare freddo, le sue mani divennero insistenti e me le sentii ovunque. Gridai sempre più forte ma nessuno poteva sentirmi, ero nel mezzo di una sperduta stradina di periferia. Che zona di merda, pensai a mente lucida.
Poi di scatto presi tra le mani la testa del tizio e la spinsi con violenza sul finestrino, sentii un rumore sinistro e un rumore di vetri infranti e chiusi gli occhi continuando a spingere.
"Ave maria piena di grazia il signore è con te tu sei benedetta benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno gesù ave maria piena di grazia il signore è con te tu sei benedetta benedetta fra le donne e benedetto". E poi distesi i muscoli.
Quando riaprii gli occhi il tipo mi fissava immobile. Una lastra di vetro gli usciva dalla fronte, proprio nel mezzo.
Cominciai a piangere come un disperato, poi a ridere, poi di nuovo a piangere. Scesi dalla macchina lasciando tutto così, mi allontanai senza voltarmi indietro. Riuscii a lavarmi le mani e il viso a una fontanella per la strada, camminai per più di due ore senza fermarmi mai, arrivai in centro che stavano aprendo i primi negozi.
"Un cornetto integrale al miele", dissi al barista.
"Ecco a lei".
Ecco a me.

15 marzo 2008

It's a hard...

Puro.

La prima cosa è il bianco.
Ovunque.




Puro.

La prima cosa è il bianco e dopo è il vuoto.
Fuori, e nel cuore.

La prima cosa è il bianco, dopo il vuoto e quindi lo stupore.
Per la velocità.

La prima cosa è il bianco, dopo il vuoto, quindi lo stupore e ancora la paura.
Liquida e paralizzante. Liquida e paralizzante.

La prima cosa è il bianco, poi c'è la paura, e infine l'adrenalina.
Muscoli tesi e peso in avanti.

La prima cosa è il bianco, ma l'ultima è l'adrenalina; poi si scioglie, come tutto lì intorno è abituato a fare.
Ed è divertimento.
Ovunque.




Puro.

07 marzo 2008

Ti saluto così.



Non avere dubbi, stavolta questo post è per te.
Ti saluto così.
Perchè chissà se quando tornerai sarò ancora qui.
Perchè chissà se è un addio.
Perchè beh, sarebbe brutto, è ovvio.
E sarebbe anche triste, l'ultima volta che ci siamo visti eri su una metro, e lo sai meglio di me che con i treni non si scherza, quando vanno veloci è capace che non tornano più indietro e chissà i binari dove vanno a finire, così vicini ma così stupidi da non toccarsi mai, proprio come noi.
Ti saluto così, comunque, e chissà se è un addio.
Perchè beh, sarebbe brutto e anche triste, è ovvio.
Ma non importa.
Perchè quel giorno sulla metro: sorridevi.

06 marzo 2008

Wonderful life

Una notte sognai che la polizia sfondava la porta del mio appartamento, che non era il mio appartamento ma era un palazzo gigantesco con tutti quadri scuri e spaventosi ai muri perché nel frattempo io avevo fatto i soldi alle spalle dei miei amici che erano tutti morti per colpa mia mentre io ero diventato ricchissimo, e insomma irrompeva nella mia lussuosa stanza dove mi trovavo a dormire in uno di quei letti enormi come quelli di Zio Paperone nei fumetti. Poi mi arrestavano per frode e tradimento e mi gettavano in una prigione e nel pavimento sporco c’erano resti di ossa umane, e da un buco spuntavano due ratti enormi che cominciavano ad avvicinarsi sbavando e osservandomi con gli occhi iniettati di sangue, e alla fine proprio mentre mi stavano saltando addosso mi svegliai. Prima di riuscire ad addormentarmi di nuovo dovetti farmi fuori tre Tennent’s, le trangugiai quasi senza respirare. La terza era anche calda. A me la birra calda fa schifo.
La mattina uscii di casa e passai due ore ad alitare sulla vetrina di un negozio chiuso. Prendevo un respiro, poi soffiavo l’aria calda fino a formare una nuvola di condensa, ci scrivevo con il dito la parola “stronzo” ed aspettavo che scomparisse. Mi faceva sentire meno sporco. Più pulito. Che è la stessa cosa, sempre matto sembravo.
Andai all'ospedale sperando che almeno lei potesse aiutarmi ma per la prima volta da quando era lì non mi fecero entrare. Dissero che l’orario delle visite era terminato e che: “deve tornare domani”. “Domani?”. “Domani”. “Potrei essere morto, domani”. “Se si sente male non si faccia problemi a tornare”. Senza parole, i medici.
Scrissi un messaggio, “mi dispiace ma non possiamo andare avanti così”, lo osservai per altre due ore aleggiare sullo schermo del telefonino. Poi lo cancellai senza inviarlo. Avevo in testa una classifica tremenda. I giorni più brutti della mia vita.
3. L’altro ieri
2. Ieri
1. Oggi
Alla radio passavano "Wonderful life". Questo lo ricordo perfettamente.

05 marzo 2008

Il piano B

Mi sveglio in fretta e furia e non ho niente. Né denaro, né potere, né amicizie altolocate. Cerco in fretta un piano B. Mi siedo a un tavolino per riempire bocca e idee, "un cappuccino molto scuro, grazie mille", "molto scuro?" mi rispondono, "sì scuro, già di latte ne ho abbastanza", "tu sei matto!", "e lei è bravo, il cappuccino è tra i migliori che abbia preso", che conversazioni surreali di mattina col barista. Esco sveglio, aspetto il bus e guardo fuori mentre piove, tra le nuvole c'è l'ombra di un bel sole che mi aspetta. Mi incammino per la strada, c'è quel solito zig-zag tra i bisognini, non mi accorgo e sbatto addosso a una signora con un lungo abito blu. "Ma stia un po' attento, la miseria!", "Dio signora lei è stupenda, che vestito straordinario" e mi sorride e mi ringrazia e mi accarezza sulla testa, "sei un tesoro e ti vorrei come nipote!", che bellezza! Arrivo infine in facoltà, nella guardiola c'è una persona conosciuta: il bidello legge City con l'espressione già annoiata, poverino, molte ore deve stare, molte ore. "Come va?" esordisco io, "eh, tutto bene, sono solo molto stanco del lavoro", "hai ragione, mi dispiace", "ho ragione, e mi dispiace pure a me", "perchè non pensi ad un romanzo, sai con tutte queste faccie che ti vedi camminare avanti agli occhi puoi inventarti mille storie di avventura", "ma sei un genio, fossi donna mi ti sposerei domani!", rido e vado, lui è felice. Ecco il rito dei saluti con gli amici, "solo adesso ti presenti?" dicon tutti, guardo l'ora ed è tardissimo, dovrei già lavorare, come mai la sveglia suona quando è giusto ed io mi alzo che è sbagliato? "Beh sapete, stamattina ho avuto un po' di strani affari, pulizie, parenti incinti, discussioni sul colore del parquet nel salottino di mia nonna"; la sigaretta sta finendo e l'attenzione passa oltre, parliamo un po' delle elezioni, ridiamo un po' dei professori, piangiamo un po' del tempo perso e degli esami senza fine. E poi sto qui, la mente lucida, e i giochi ancora aperti. Il piano B, che è quello di chi non ha niente, starebbe andando a meraviglia. Se non fosse che mi squilla il cellulare, due minuti, tre parole, ed un segnale in gsm che mi sento sulla lingua. Che prodigio. E allora passo al piano A, quello in cui ho tutto. E non ho niente, non ho niente, non ho niente che mi manchi.

02 marzo 2008

Sigarette al caffè

Di tempo ne ho sempre avuto poco, nella vita. Mille cose. Troppi programmi. Roba che fosse per me inventerei le sigarette al caffè, due in uno, ogni mattina dieci minuti in meno.

Poi il tempo lo trovo però.
Per certe cose.
Che bastardo figlio di puttana.

01 marzo 2008

Plastilina

"Non hai sentimenti"
"..."
"Posso dirti quello che voglio tanto non ti ferirò mai"
"..."
"Perchè tu non soffri mai"
"..."
"Tanto appena finisco di parlare torni alla tua vita"
"..."
"Alle tue fottute cose, al tuo studio"
"..."
"Sei un programma sai"
"..."
"Uno stupido programma per computer"
"..."
"Prevedibile come tutti i programmi"
"..."
"Le cose ti rimbalzano addosso, non ti sbilanci mai, mai un urlo, mai una cosa sincera"
"..."
"E la cosa assurda è che sei contento così, tu"
"..."
"Te ne stai buono e carino lì, con quella tua faccia da cazzo, e sei contento così"
"..."
"Nemmeno mi parli, tanto cosa potresti dirmi, sarebbe la solita risposta giusta al momento giusto, la solita puttanata"
"..."
"Con il tuo buonismo, il tuo buonismo di merda"
"..."
"Qualcuno potrebbe sbatterti a un muro e tu lì con quello sguardo ebete a farti insultare, a cercare qualcosa di buono"
"..."
"Non in tutto c'è del buono sai"
"..."
"Non in tutto"

29 febbraio 2008

A luci spente

Sono le sette di sera e devo vestirmi di corsa perché è tardissimo. Mi metto quello che capita, senza stare a badarci molto. Faccio attenzione giusto ai calzini, ne ho un paio bucati e non vorrei fare brutta figura. Lei invece si sta agghindando da due ore, orecchini, collanine, maglioncini, tutto ino, ha iniziato alle tre ma comunque faccio lo stesso prima io; le donne sono sempre uguali, sussurro a denti stretti, mentre le do una mano a infilarsi il cappotto. Lei mi fulmina con gli occhi, per farmi perdonare le lascio un bacio sbarazzino sulla fronte e la trascino di corsa fuori di casa, ma appena apro l'ascensore ci accorgiamo che sta diluviando, di quella pioggia estiva che sembra conquistare il sole. Così le dico di aspettarmi e torno su a prendere un ombrello. Prima che si trasferisse da me non avevo mai avuto ombrelli, penso. Un altro segno del bene che mi fa.
Trovo sopra la macchina un volantino di un negozio di ferramenta. C'è scritto: "fatevi una sega". Ridiamo insieme. Fortunatamente sono un genio della guida, inoltre non c’è molto traffico, pare proprio siano partiti tutti nonostante il tempo, in questo grigio weekend di mezz’agosto. Perciò riesco a svicolare come un’anguilla e arriviamo davanti al teatro con qualche minuto d’anticipo; giusto in tempo per prenderci qualcosa al bar lì davanti. Un caffè per lei e un Aperol spritz per me, dico. Con poco ghiaccio per favore.
L’insegna fuori dalla sala mostra il volto di un uomo pensieroso, sotto c'è scritto: “If you have only one of something you can't say it's the best of anything”. Entriamo, un po’ di emozione nello sguardo di entrambi, la mia mano sulla sua. Forse lo immagino soltanto eppure sembra vero questo lampo di stupore nello sguardo della maschera che strappandoci il biglietto dice “Vi auguro un buono spettacolo” e si sente rispondere da lei mentre io rimango zitto: “Grazie”.
Poi lei mi sorride, allunga la mano per riprendere i biglietti. La spingo accanto a me mentre si spengono le luci.

28 febbraio 2008

Sex makes you happy

Ho una memoria eccezionale. La cosa fantastica è che la sfrutto per immagazzinare qualsiasi genere di informazioni, anche quelle più assurde. Come il rumore delle persone. Ogni individuo ha dei suoni caratteristici, un modo particolare e univoco di mettere l’ambiente in vibrazione durante qualsiasi cosa stia facendo; tipo che ne so, camminare, o spostare una sedia prima di occuparla, o sbattere lo sportello di una macchina. O rollarsi una canna. Ad esempio io sono in grado di riconoscere perfettamente tutti i modi diversi di chiudere l'ascensore che hanno le persone che conosco. C’è il suono discreto e pulito della mater, plop, poi c’è il clang forte e distratto di Coco, o il referenziale fruscio, sssssh, della porta accompagnata dalla mano del custode per non fare troppo chiasso. Per questo quandò suonò il campanello non fui sorpreso nel trovarmi davanti la faccia contratta e decisa del pater, alle undici del mattino del primo gennaio. Che scena: lui vestito di tutto punto, giacca blu in abbinato con i pantaloni, la camicia un po’ aperta e senza cravatta a significare una simbolica stretta di mano tra il mio mondo e il suo; io invece con addosso i calzoncini della tuta pieni di buchi per le troppe cicche finiteci sopra, e una felpa ormai rassegnata alle macchie di sugo con su scritto “sex makes you happy”. Il mago e il suo giovane apprendista, pensai. Provai molto ingenuamente a offrirgli qualcosa da bere, perché sono un tipo ospitale. Ma il mio facoltoso pater non sembrava gradire nulla che non costasse meno di dieci euro al litro, perciò decisi di tenere per me la mia cassa di Tennent’s e gli piazzai davanti la brocca riempita al rubinetto. Con un bicchiere di cristallo, ovviamente.
Sempre perché sono un tipo ospitale.

27 febbraio 2008

La leggerezza del mare

"Grazie di tutto"
"..."
"Davvero, grazie"
"Di che?"
"Del tuo amore"
"..."
"Sì, mi sento amato"
"Io non ti amo, lo sai"
"Lo so"
"Allora cosa dici"
"Mi sento amato"
"..."
"Non sono mai stato molto attaccato ai dettagli, dovresti saperlo"
"Fino a questo punto?"
"Fino a questo punto"
"Come puoi pensare queste cose..."
"Perchè ho il privilegio di un amore che basta per due"
"Dio..."
"Di un amore infinitamente grande"
"Un amore non basta mai, per quanto possa essere grande"
"Invece sì"
"Sai come mai si usano i doppi vetri, nelle case?"
"Cosa c'entrano i doppi vetri..."
"Perchè hanno provato di tutto, con un vetro solo. Lo hanno reso spesso quanto un tronco d'albero, ne hanno cambiato la fattura, la forma, la disposizione. Eppure c'era sempre qualcosa che continuava a entrare, un rumore di fondo che disturbava il silenzio dell'interno"
"..."
"Poi qualcuno ha provato con due vetri. Sottili e trasparenti, completi di una sincerità tutta visibile agli occhi. E sai cosa è successo? Quella vibrazione, quell'interferenza, è sparita. E sai perchè?"
"Ho paura"
"Hanno scoperto che non erano i due vetri a succhiare via il rumore. Ma lo spazio tra di essi, l'aria che aderiva così bene all'uno e all'altro, in un modo così liscio da impedire ogni tipo di intrusione"
"Smettila, dai"
"Il tuo amore non basterà mai per tutti e due"
"..."
"Mai"
"..."
"Dai, vieni qui"
"Io ti amo"
"Tu mi ucciderai"
"Lo spero"
"Vaffanculo"
"Sai, stamattina una bambina mi ha fermato, per strada. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto signore, tu lo sai quanto pesa il mare?
"Una pazza?"
"No, una che aveva compreso un sacco di cose. Io non le ho risposto, lì per lì. Non avevo capito niente"
"Perchè?"
"Perchè ancora non stava succedendo tutto questo"
"Tutto cosa?"
"Ora invece ho capito tutto. Ho scoperto che devi avere sulle spalle tutto l'universo, per renderti conto di quanto sia leggero il mare"
"..."
"Quando lo capisci lo vedi evaporare, e ti metti a nuotare nell'aria"
"Dio"
"E' per questo che non piangerò quando te ne andrai"
"Non me ne andrò"
"Sì, tu te ne andrai"
"E allora perchè non piangerai?"
"Perchè ci sarà sempre un po' di liquido tra noi"