"Via, non fare così!" esclamò la povera Regina, torcendosi le mani angosciata. "Pensa a quanto sei grande. Pensa a quanta strada hai fatto oggi. Pensa a che ore sono. Pensa a qualsiasi cosa, ma non ti mettere a piangere!"
Alice non poté fare a meno di scoppiare a ridere nel bel mezzo del pianto. "Si può smettere di piangere solo pensando a delle cose?", domandò.
"È così che si fa" rispose la Regina con grande decisione: "perché, vedi, non si possono fare due cose insieme. Pensiamo alla tua età, per cominciare: quanti anni hai?"
"Sette e mezzo, esatti esatti".
"Non occorre che tu me li dica proprio esatti" osservò la Regina. "Ti credo lo stesso. Adesso però ti darò io qualcosa a cui credere. Io ho centouno anni, cinque mesi, e un giorno".
"Non ci POSSO credere!" esclamò Alice.
"No?" disse la Regina in tono di compassione. "Provaci ancora: fai un lungo respiro e chiudi gli occhi".
Alice scoppiò a ridere. "È inutile che ci provi", disse. "Non si può credere a una cosa impossibile".
"Oserei dire che non ti sei allenata molto" disse la Regina. "Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz'ora al giorno. A volte, riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione".
03 novembre 2007
02 novembre 2007
You got my ends and my beginnings mixed up.
"Vuoi dirmi, per piacere, da che parte devo andare adesso?" chiese Alice.
"Dipende molto dal luogo dove vuoi andare", rispose lo Stregatto.
"Fa lo stesso per me, da una parte o dall'altra..." disse Alice, "purchè vada da qualche parte!"
"Oh certo che ci arriverai!" disse lo Stregatto. "Non hai che da camminare".
Alice capì che aveva ragione e tentò un'altra domanda: "Che razza di gente c'è in questi dintorni?", chiese.
"Da questa parte", rispose lo Stregatto, facendo un cenno con la zampa destra, "abita un Cappellaio e da questa parte, indicando con l'altra zampa, abita una Lepre di Marzo. Visita l'uno o l'altra, sono tutt'e due matti".
"Ma io non voglio andare dove c'è gente matta!" disse Alice.
"Oh non ne puoi fare a meno", disse lo Stregatto. "Qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta".
"Come sai che io sia matta?", domandò Alice.
"Tu sei matta", disse lo Stregatto, "altrimenti non saresti venuta qui".
"Dipende molto dal luogo dove vuoi andare", rispose lo Stregatto.
"Fa lo stesso per me, da una parte o dall'altra..." disse Alice, "purchè vada da qualche parte!"
"Oh certo che ci arriverai!" disse lo Stregatto. "Non hai che da camminare".
Alice capì che aveva ragione e tentò un'altra domanda: "Che razza di gente c'è in questi dintorni?", chiese.
"Da questa parte", rispose lo Stregatto, facendo un cenno con la zampa destra, "abita un Cappellaio e da questa parte, indicando con l'altra zampa, abita una Lepre di Marzo. Visita l'uno o l'altra, sono tutt'e due matti".
"Ma io non voglio andare dove c'è gente matta!" disse Alice.
"Oh non ne puoi fare a meno", disse lo Stregatto. "Qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta".
"Come sai che io sia matta?", domandò Alice.
"Tu sei matta", disse lo Stregatto, "altrimenti non saresti venuta qui".
01 novembre 2007
It took me by surprise I felt so good to be alive.
"Che cosa sai di questa faccenda?" chiese il Re ad Alice.
"Niente", rispose Alice.
"Niente di niente?" insistette il Re.
"Niente di niente" disse Alice.
"Questo è molto rilevante" disse il Re rivolto ai giurati, i quali stavano appunto per annotarlo sulle lavagne quando si intromise il Coniglio Bianco:
"Irrilevante, intendeva dire Sua Maestà, è ovvio" disse in tono rispettosissimo ma accigliandosi e facendo strane morfie al Re.
"Irrilevante, intendevo, è ovvio" si affrettò a dire il Re, ripetendo fra sè sottovoce "rilevante, irrilevante, irrilevante, rilevante".
Quasi cercasse di decidere quale delle due parole suonasse meglio.
"Niente", rispose Alice.
"Niente di niente?" insistette il Re.
"Niente di niente" disse Alice.
"Questo è molto rilevante" disse il Re rivolto ai giurati, i quali stavano appunto per annotarlo sulle lavagne quando si intromise il Coniglio Bianco:
"Irrilevante, intendeva dire Sua Maestà, è ovvio" disse in tono rispettosissimo ma accigliandosi e facendo strane morfie al Re.
"Irrilevante, intendevo, è ovvio" si affrettò a dire il Re, ripetendo fra sè sottovoce "rilevante, irrilevante, irrilevante, rilevante".
Quasi cercasse di decidere quale delle due parole suonasse meglio.
Favola:
(E poi succede che) Ti svegli la mattina con il cellulare gonfio più del solito, un piccolo disegno di una busta a campeggiare in alto a destra.
(E poi succede che) I pezzi storti e rigirati del tuo puzzle s'incominciano a comporre proprio quando stavi ormai dandoti per vinto.
(E poi succede che) Ti alzi triste e poco dopo sei felice, la magia del poter dir cose a distanza rende i dialoghi possibili anche al mattino.
(E poi succede che) Ti guardi intorno e vedi tutto ciò che hai messo a contornarti, che miseria e che tristezza qui ci vuole un cambiamento.
(E poi succede che) Cominci subito con pezzi di canzoni, erano anni che nel blog non ci mettevi un qualche cosa di un po' allegro.
(E poi è successo che) Il mio cervello ha ondeggiato insieme al basso e alla grancassa, per un momento ho visto limpido e squadrato oltre la coltre di neuroni e indecisione, e ho sobbalzato ad osservarti metri avanti, mi è venuta confusione: ma tu chi cazzo sei?
[Let me introduce to you a brand, new, dance.]
(E poi succede che) I pezzi storti e rigirati del tuo puzzle s'incominciano a comporre proprio quando stavi ormai dandoti per vinto.
(E poi succede che) Ti alzi triste e poco dopo sei felice, la magia del poter dir cose a distanza rende i dialoghi possibili anche al mattino.
(E poi succede che) Ti guardi intorno e vedi tutto ciò che hai messo a contornarti, che miseria e che tristezza qui ci vuole un cambiamento.
(E poi succede che) Cominci subito con pezzi di canzoni, erano anni che nel blog non ci mettevi un qualche cosa di un po' allegro.
(E poi è successo che) Il mio cervello ha ondeggiato insieme al basso e alla grancassa, per un momento ho visto limpido e squadrato oltre la coltre di neuroni e indecisione, e ho sobbalzato ad osservarti metri avanti, mi è venuta confusione: ma tu chi cazzo sei?
[Let me introduce to you a brand, new, dance.]
29 ottobre 2007
Joy Division - Atmosphere
Si da il caso che oggi mi senta così. E ok che ho ritirato fuori roba vecchia di 20 anni per dirvelo, ma cosa posso farci, la trovo perfetta, attinente, elegante.
Ecco come mi sento:
Ecco come mi sento:
28 ottobre 2007
Ivy Day in the Committee Room
"I'm unclean, a libertine
And every time you vent your spleen,
I seem to lose the power of speech,
Your slipping slowly from my reach.
You grow me like an evergreen,
You never see the lonely me at all.
I... take the plan, spin it sideways.
I... fall.
Without you, I'm nothing.
Without you, I'm nothing.
Without you, I'm nothing.
Without you, I'm nothing at all."
And every time you vent your spleen,
I seem to lose the power of speech,
Your slipping slowly from my reach.
You grow me like an evergreen,
You never see the lonely me at all.
I... take the plan, spin it sideways.
I... fall.
Without you, I'm nothing.
Without you, I'm nothing.
Without you, I'm nothing.
Without you, I'm nothing at all."
18 ottobre 2007
L'aula trasparente.
C'è un'università nel mio paese. E' piccola, ma molto prestigiosa grazie al nome dei docenti che v'insegnano. Si dice che chi riesce a laurearsi in questo posto impari presto a utilizzare i meccanismi più reconditi del mondo: le sue Chiavi. Ognuno degli Anziani che governano le leggi della terra ha camminato in questi viottoli per molto, molto tempo: e poi ne è uscito vincitore, e ormai potente. Sono anni ormai però che non ci riesce più nessuno; c'è un lucchetto nella Sala Cerimonie, ogni anno viene oliato dal custode perchè non si arrugginisca. Ed è per questo che le classi sono sempre traboccanti. Per mancanza dello spazio necessario le iscrizioni sono chiuse da decenni, non ci sono più matricole: c'è solo un test d'ingresso, in molti provano annualmente a superarlo, ma nessuno ha mai capito come fare. Tutti quanti son respinti senza molte spiegazioni.
Nel centro tra le varie facoltà c'è un posto strano dove tutti si ritrovano a studiare. E' un'aula trasparente: di pareti inesistenti che scompaiono tra il vetro, il cielo e il resto. La porta è sempre aperta giorno e notte. E spesso l'aula è piena di studenti: molti senza un altro luogo ove sostare, molti in cerca di compagni da sfruttare e interrogare, molti infine spinti dal seguire gli altri. Nel suo interno un gran vociare di teoremi, traduzioni, libri antichi e geometrie non euclidee. Ma non è quello che è dentro che è importante.
Viste tutte queste strambe stravaganze non è raro che d'intorno al vetro che circonda l'aula confluiscano persone d'ogni tipo. C'è chi passa con la falsa indifferenza di chi non vuole sapere: ma con piccoli e veloci spostamenti della testa lancia occhiate rapidissime all'interno. C'è chi sta di fuori a far versi e boccacce, mentre urla con gli amici di schiamazzi e atrocità. C'è chi ancora guarda e osserva con curiosità ostentata: poi commenta chi sta dentro, sul vestito un poco strano, sulla voce troppo bassa o sull'aspetto effeminato.
C'è poi sempre un ragazzetto che si mette lì al di fuori: ed apre i libri per studiare. Non è iscritto nè ha provato a fare il test per l'ammissione; sono anni ormai però che prende spunto da chi è dentro per sapere cosa leggere. Munito di uno scomodo sgabello sta lì in mezzo a quella folla: non di rado c'è qualcuno che gli parla e lo disturba; e lui, paziente, non disdegna mai risposte o complimenti. Cordialmente poi saluta per riprendere il lavoro; ogni tanto si alza in piedi sulla sedia e guarda fuori, oltre le teste dei curiosi, con le spalle alle pareti invisibili. Dall'interno molto spesso gli studiosi lo deridono indicandolo con sdegno. "Cosa studi, perditempo, già ci stiamo qui noialtri che tentiamo d'imparare!", legge lui da quelle labbra rese mute grazie al vetro; se ne preoccupa un momento, poi si china sui suoi testi e volta pagina, oppure volge ancora un po' lo sguardo in lontananza.
Un giorno intorno all'aula trasparente smette a un tratto lo schiamazzo ed il rumore: in sottofondo infatti si avvicina un grosso suono di fanfare, qualche tromba, dei tamburi. La gente va spostandosi per fare spazio a quella comitiva: la banda è circondata dallo stuolo dei docenti e professori, tutti quanti col vestito delle feste. Senza dire una parola ecco il più Anziano tra gli Anziani fare un gesto con il dito: e tutto tace. Poi con passo lento e stanco si allontana piano piano dal suo gruppo d'illustrissimi. Gli studenti dall'interno non discostano lo sguardo da quel lento camminare, preoccupati e sbalorditi per la strana situazione: finchè l'Anziano non si ferma proprio a un metro dal ragazzo, lì seduto, con un libro tra le mani. Senza dire una parola il vecchio prende con la mano tremolante dalla tasca la famosa pergamena della Laurea. E la porge platealmente avanti a sè. E quel ragazzo la solleva bene in vista, poi si alza e se ne va.
Ecco l'Anziano degli Anziani "Per sempre c'è chi è stato a testa bassa qui nell'aula trasparente, e chi fuori ad osservare ciò che succedeva dentro. Ma non era questo ciò per cui quell'aula è stata fatta: se mai vi foste messi ad osservare tutto il mondo che si scorge da ll'interno avreste visto quante strane meraviglie vi circondano, le cose da imparare che galleggiano nell'aria, le vive proporzioni del paesaggio e del più piccolo dettaglio. Invece voi lì dentro siete stati con la testa sopra i libri senza mai osservare fuori, solamente preoccupati di deridere chi stava fuori il vetro. Coloro qui all'esterno invece avevan gli occhi fissi solo su di voi, le spalle verso il mondo e il cuore stanco, la mente chiusa ad ogni novità: non si erano sì accorto del riflesso della luce a illuminare ciò che è fuori. Nessuno ha usato il bello di quest'aula, solo uno ci è riuscito, ed è colui che è andato via in questo momento."
Poi come in un affanno ecco l'Anziano cade al suolo, chiude gli occhi ed è già morto. In un momento urla e gemiti, persone che si strappano i capelli, c'è chi grida, c'è chi piange, c'è chi ride disperato. La banda e i professori si confondono nel mezzo della folla, e tutti uguali lentamente fan ritorno verso casa. E' ancora sera quando in pochi son rimasti lì davanti ad osservare con speranza l'invisibile stanzone. Perciò son pochi quelli che racconteranno di aver visto una magia, e ancora meno quelli che la crederanno.
Ma questo è ciò che accade: in un baleno ecco la luce del tramonto a rimbalzare s'un ostacolo imprevisto. E ciò che è trasparente, ora è marmo.
Nel centro tra le varie facoltà c'è un posto strano dove tutti si ritrovano a studiare. E' un'aula trasparente: di pareti inesistenti che scompaiono tra il vetro, il cielo e il resto. La porta è sempre aperta giorno e notte. E spesso l'aula è piena di studenti: molti senza un altro luogo ove sostare, molti in cerca di compagni da sfruttare e interrogare, molti infine spinti dal seguire gli altri. Nel suo interno un gran vociare di teoremi, traduzioni, libri antichi e geometrie non euclidee. Ma non è quello che è dentro che è importante.
Viste tutte queste strambe stravaganze non è raro che d'intorno al vetro che circonda l'aula confluiscano persone d'ogni tipo. C'è chi passa con la falsa indifferenza di chi non vuole sapere: ma con piccoli e veloci spostamenti della testa lancia occhiate rapidissime all'interno. C'è chi sta di fuori a far versi e boccacce, mentre urla con gli amici di schiamazzi e atrocità. C'è chi ancora guarda e osserva con curiosità ostentata: poi commenta chi sta dentro, sul vestito un poco strano, sulla voce troppo bassa o sull'aspetto effeminato.
C'è poi sempre un ragazzetto che si mette lì al di fuori: ed apre i libri per studiare. Non è iscritto nè ha provato a fare il test per l'ammissione; sono anni ormai però che prende spunto da chi è dentro per sapere cosa leggere. Munito di uno scomodo sgabello sta lì in mezzo a quella folla: non di rado c'è qualcuno che gli parla e lo disturba; e lui, paziente, non disdegna mai risposte o complimenti. Cordialmente poi saluta per riprendere il lavoro; ogni tanto si alza in piedi sulla sedia e guarda fuori, oltre le teste dei curiosi, con le spalle alle pareti invisibili. Dall'interno molto spesso gli studiosi lo deridono indicandolo con sdegno. "Cosa studi, perditempo, già ci stiamo qui noialtri che tentiamo d'imparare!", legge lui da quelle labbra rese mute grazie al vetro; se ne preoccupa un momento, poi si china sui suoi testi e volta pagina, oppure volge ancora un po' lo sguardo in lontananza.
Un giorno intorno all'aula trasparente smette a un tratto lo schiamazzo ed il rumore: in sottofondo infatti si avvicina un grosso suono di fanfare, qualche tromba, dei tamburi. La gente va spostandosi per fare spazio a quella comitiva: la banda è circondata dallo stuolo dei docenti e professori, tutti quanti col vestito delle feste. Senza dire una parola ecco il più Anziano tra gli Anziani fare un gesto con il dito: e tutto tace. Poi con passo lento e stanco si allontana piano piano dal suo gruppo d'illustrissimi. Gli studenti dall'interno non discostano lo sguardo da quel lento camminare, preoccupati e sbalorditi per la strana situazione: finchè l'Anziano non si ferma proprio a un metro dal ragazzo, lì seduto, con un libro tra le mani. Senza dire una parola il vecchio prende con la mano tremolante dalla tasca la famosa pergamena della Laurea. E la porge platealmente avanti a sè. E quel ragazzo la solleva bene in vista, poi si alza e se ne va.
Ecco l'Anziano degli Anziani "Per sempre c'è chi è stato a testa bassa qui nell'aula trasparente, e chi fuori ad osservare ciò che succedeva dentro. Ma non era questo ciò per cui quell'aula è stata fatta: se mai vi foste messi ad osservare tutto il mondo che si scorge da ll'interno avreste visto quante strane meraviglie vi circondano, le cose da imparare che galleggiano nell'aria, le vive proporzioni del paesaggio e del più piccolo dettaglio. Invece voi lì dentro siete stati con la testa sopra i libri senza mai osservare fuori, solamente preoccupati di deridere chi stava fuori il vetro. Coloro qui all'esterno invece avevan gli occhi fissi solo su di voi, le spalle verso il mondo e il cuore stanco, la mente chiusa ad ogni novità: non si erano sì accorto del riflesso della luce a illuminare ciò che è fuori. Nessuno ha usato il bello di quest'aula, solo uno ci è riuscito, ed è colui che è andato via in questo momento."
Poi come in un affanno ecco l'Anziano cade al suolo, chiude gli occhi ed è già morto. In un momento urla e gemiti, persone che si strappano i capelli, c'è chi grida, c'è chi piange, c'è chi ride disperato. La banda e i professori si confondono nel mezzo della folla, e tutti uguali lentamente fan ritorno verso casa. E' ancora sera quando in pochi son rimasti lì davanti ad osservare con speranza l'invisibile stanzone. Perciò son pochi quelli che racconteranno di aver visto una magia, e ancora meno quelli che la crederanno.
Ma questo è ciò che accade: in un baleno ecco la luce del tramonto a rimbalzare s'un ostacolo imprevisto. E ciò che è trasparente, ora è marmo.
16 ottobre 2007
Thelema
Nel 1904 il celebre occultista Aleister Crowle scrive il Libro della Legge, un piccolo testo che diventa fondamento di una nuova visione religiosa del mondo, la Thelema. L'autore dichiara di aver ricevuto le parole per il testo da un'entità superiore e metafisica che lo ha ispirato e coinvolto nel processo creativo.
La Legge di cui si parla è riassunta brevemente in tre semplici frasi:
- "Fai ciò che desideri" dovrebbe essere l'intera Legge.
- L'amore è la legge, quando esso è assoggettato al desiderio.
- Non c'è alcuna legge oltre a "Fai ciò che desideri".
Tralasciando le eventuali derive che la Thelema può lasciar trasparire, appare evidente come in questa nuova visione del mondo l'uomo è descritto come entità essa stessa capace, attraverso il desiderio, di modificare il corso della vita, del destino, della natura stessa delle cose.
In questo contesto si inserisce l'ambito più prettamente "alchimistico" della teoria crowliana: il Magick. Con questa espressione l'occultista intende "ogni atto destinato a causare un cambiamento intenzionale". Due riflessioni sembrano a questo punto scontate. La prima riguarda l'utilizzo della lettera "k" alla fine della parola; utilizzando l'undicesima lettera dell'alfabeto Crowley si ricollega al simbolismo Egiziano - Tebaico intendendo un qualche riferimento alle forze demoniache e caotiche, che si oppongono appunto al desiderio umano. La seconda riguarda la particolare visione della "magia" che appare nella Thelema: non è magico ciò che produce "miracoli", o che rende possibile ciò che è impossibile. Bensì è magico ciò che produce in un oggetto un cambiamento di per sè possibile nella natura dell'oggetto stesso: ma nel causarlo lo domina, lo costringe, lo governa.
E' appunto mediante il Magick che l'uomo può avvicinarsi al Vero Desiderio, scopo supremo dell'esistenza. Per raggiungere questo stato di grazia Crowley parla di un necessario spostamento dal reale verso un mondo di confine chiamato "l'Abisso". In questo universo si trova il legame tra il Fenomeno e l'Idea, tra il Reale (che è ideale ed utopico) e l'Irreale (che è tangibile e attuale). Ed è solo mediante un attraversamento dell'Abisso, ottenuto con una padronanza specifica del Magick, che si può arrivare al Vero Desiderio, alla meta più ambita. Crowley scrive a questo proposito un secondo testo fondamentale, "Magick, without tears": un compendio sulle tecniche e sui postulati che possono condurci nella giusta direzione. Il testo si trova qui, in una versione completa e rivista.
La Legge di cui si parla è riassunta brevemente in tre semplici frasi:
- "Fai ciò che desideri" dovrebbe essere l'intera Legge.
- L'amore è la legge, quando esso è assoggettato al desiderio.
- Non c'è alcuna legge oltre a "Fai ciò che desideri".
Tralasciando le eventuali derive che la Thelema può lasciar trasparire, appare evidente come in questa nuova visione del mondo l'uomo è descritto come entità essa stessa capace, attraverso il desiderio, di modificare il corso della vita, del destino, della natura stessa delle cose.
In questo contesto si inserisce l'ambito più prettamente "alchimistico" della teoria crowliana: il Magick. Con questa espressione l'occultista intende "ogni atto destinato a causare un cambiamento intenzionale". Due riflessioni sembrano a questo punto scontate. La prima riguarda l'utilizzo della lettera "k" alla fine della parola; utilizzando l'undicesima lettera dell'alfabeto Crowley si ricollega al simbolismo Egiziano - Tebaico intendendo un qualche riferimento alle forze demoniache e caotiche, che si oppongono appunto al desiderio umano. La seconda riguarda la particolare visione della "magia" che appare nella Thelema: non è magico ciò che produce "miracoli", o che rende possibile ciò che è impossibile. Bensì è magico ciò che produce in un oggetto un cambiamento di per sè possibile nella natura dell'oggetto stesso: ma nel causarlo lo domina, lo costringe, lo governa.
E' appunto mediante il Magick che l'uomo può avvicinarsi al Vero Desiderio, scopo supremo dell'esistenza. Per raggiungere questo stato di grazia Crowley parla di un necessario spostamento dal reale verso un mondo di confine chiamato "l'Abisso". In questo universo si trova il legame tra il Fenomeno e l'Idea, tra il Reale (che è ideale ed utopico) e l'Irreale (che è tangibile e attuale). Ed è solo mediante un attraversamento dell'Abisso, ottenuto con una padronanza specifica del Magick, che si può arrivare al Vero Desiderio, alla meta più ambita. Crowley scrive a questo proposito un secondo testo fondamentale, "Magick, without tears": un compendio sulle tecniche e sui postulati che possono condurci nella giusta direzione. Il testo si trova qui, in una versione completa e rivista.
10 ottobre 2007
Recensione: Radiohead, In Rainbows
In Rainbows ha già fatto la storia ancor prima di un ascolto, per il suo particolarissimo modo di vedere la luce. Poi succede che una mattina ti svegli, lo hai sul tuo computer, lo ascolti, e non lo togli più dalla mente. In Rainbows farà anche un'altra storia. La mia.
Eccovi la mia umile recensione.
15 Step: l'opener più anticipato di sempre confonde, spiazza, ma non delude. Forse una delle tracce meno riuscite di In Rainbows, risente un po' troppo della passione di Thom per i loop digitali, e sembra quasi uscita dal suo The Eraser. Una bella canzone in ogni caso, prepara in modo del tutto inatteso al resto dell'album.
Bodysnatchers: con il riff alla The Bends e con l'atmosfera da vero "ritorno alle origini" eccoci entrati nel vivo dell'opera; da ora in poi è un'ascesa vorticosa. La voce di Thom si arrampica, cavalca il ritmo in maniera impeccabile e duetta con l'acido suono della chitarra elettrica. Da tenere in considerazione, è di quelle canzoni che aumentano la confidenza con il numero di ascolti.
Nude: dieci anni di elaborazione hanno fatto davvero bene a questo scarto di Ok Computer; rivisitata, stravolta, memore delle conquiste di questo lungo periodo, ci fa emozionare presentandoci i primi momenti davvero lirici dell'album. La nuova Exit Song, con un finale mozzafiato che ci immerge passionalmente in un cartone animato degli anni sessanta.
Wird Fishes/Arpeggi: la magia della produzione di Godrich appare qui in tutta la sua forma. Un brano scritto per un'orchestra sinfonica diventa, incredibilmente, ritmato da una batteria insistente, pieno di chitarre e sintetizzatori; e funziona in maniera egregia. La ninna nanna del futuro cattura l'ascoltatore e non lo molla conducendolo a un finale spiazzante e asimmetrico.
All I Need: la canzone non ha bisogno di recensioni. E' il capolavoro annunciato, è l'amore in versi, è ancora più bella che in versione live, è pazzesca.
Faust Arp: la novità mai ascoltata dell'album, una ballata di due minuti che sembra applicare in maniera impeccabile tutte le regole del caso. Melodia originale ed orecchiabile, arrangiamento ben costruito, nessuna pretesa particolare: quasi un momento per riflettere.
Reckoner: un pugno nel naso per una versione restaurata e irriconoscibile della hit degli scorsi live. Un altro apice di virtuosismo per la voce di Thom, un altro momento topico di un album che di momenti topici ne ha anche troppi. Quando arriva il pianoforte ti chiedi se può esistere un modo ancora più perfetto di rendere la canzone: incredibile ma vero, no. Quando l'armonia passa a un coro in multitraccia ti chiedi se ha senso andare avanti con l'ascolto: incredibile ma vero, sì.
House of Cards: il linguaggio tipico degli ultimi Radiohead, che era andato un po' sparendo nelle ultime tracce dell'album, torna qui a farsi sentire prepotentemente. Una semplice sequenza di accordi acquista profondità e spessore grazie alla presenza di una voce effettata ed invadente, che non ti esce dalla testa per cinque minuti e mezzo. Un'altra canzone trabocchetto: diventerà sempre più bella con il passare del tempo.
Jigsaw Falling Into Place: rock, come lo fanno i Radiohead. Forse la seconda sul mio podio personale, la vecchia Open Pick, ora rinominata in modo bizzarro, coinvolge all'inverosimile. La prima metà è canzone, la seconda metà è musica.
Videotape: per animi teneri e pronti alle lacrime, la vera soft song del disco arriva dritta al cuore, conclusione di un percorso tanto ardito quanto elevato. Un ritmo prima prevedibile poi sconclusionato ci fa volare sopra il tappeto di pianoforte e l'infinito ritornello, e non vorremmo mai scendere; ci chiediamo se i Radiohead sono mai stati così dolci.
Eccovi la mia umile recensione.
15 Step: l'opener più anticipato di sempre confonde, spiazza, ma non delude. Forse una delle tracce meno riuscite di In Rainbows, risente un po' troppo della passione di Thom per i loop digitali, e sembra quasi uscita dal suo The Eraser. Una bella canzone in ogni caso, prepara in modo del tutto inatteso al resto dell'album.
Bodysnatchers: con il riff alla The Bends e con l'atmosfera da vero "ritorno alle origini" eccoci entrati nel vivo dell'opera; da ora in poi è un'ascesa vorticosa. La voce di Thom si arrampica, cavalca il ritmo in maniera impeccabile e duetta con l'acido suono della chitarra elettrica. Da tenere in considerazione, è di quelle canzoni che aumentano la confidenza con il numero di ascolti.
Nude: dieci anni di elaborazione hanno fatto davvero bene a questo scarto di Ok Computer; rivisitata, stravolta, memore delle conquiste di questo lungo periodo, ci fa emozionare presentandoci i primi momenti davvero lirici dell'album. La nuova Exit Song, con un finale mozzafiato che ci immerge passionalmente in un cartone animato degli anni sessanta.
Wird Fishes/Arpeggi: la magia della produzione di Godrich appare qui in tutta la sua forma. Un brano scritto per un'orchestra sinfonica diventa, incredibilmente, ritmato da una batteria insistente, pieno di chitarre e sintetizzatori; e funziona in maniera egregia. La ninna nanna del futuro cattura l'ascoltatore e non lo molla conducendolo a un finale spiazzante e asimmetrico.
All I Need: la canzone non ha bisogno di recensioni. E' il capolavoro annunciato, è l'amore in versi, è ancora più bella che in versione live, è pazzesca.
Faust Arp: la novità mai ascoltata dell'album, una ballata di due minuti che sembra applicare in maniera impeccabile tutte le regole del caso. Melodia originale ed orecchiabile, arrangiamento ben costruito, nessuna pretesa particolare: quasi un momento per riflettere.
Reckoner: un pugno nel naso per una versione restaurata e irriconoscibile della hit degli scorsi live. Un altro apice di virtuosismo per la voce di Thom, un altro momento topico di un album che di momenti topici ne ha anche troppi. Quando arriva il pianoforte ti chiedi se può esistere un modo ancora più perfetto di rendere la canzone: incredibile ma vero, no. Quando l'armonia passa a un coro in multitraccia ti chiedi se ha senso andare avanti con l'ascolto: incredibile ma vero, sì.
House of Cards: il linguaggio tipico degli ultimi Radiohead, che era andato un po' sparendo nelle ultime tracce dell'album, torna qui a farsi sentire prepotentemente. Una semplice sequenza di accordi acquista profondità e spessore grazie alla presenza di una voce effettata ed invadente, che non ti esce dalla testa per cinque minuti e mezzo. Un'altra canzone trabocchetto: diventerà sempre più bella con il passare del tempo.
Jigsaw Falling Into Place: rock, come lo fanno i Radiohead. Forse la seconda sul mio podio personale, la vecchia Open Pick, ora rinominata in modo bizzarro, coinvolge all'inverosimile. La prima metà è canzone, la seconda metà è musica.
Videotape: per animi teneri e pronti alle lacrime, la vera soft song del disco arriva dritta al cuore, conclusione di un percorso tanto ardito quanto elevato. Un ritmo prima prevedibile poi sconclusionato ci fa volare sopra il tappeto di pianoforte e l'infinito ritornello, e non vorremmo mai scendere; ci chiediamo se i Radiohead sono mai stati così dolci.
inrainbows.zip
E' qui.
A presto.
[UPDATE: E' presto per giudicare, sono ancora a due soli ascolti più qualche traccia spuria ripetuta qualche volta. Non voglio sbilanciarmi molto. Quindi, senza sbilanciarmi molto, dirò che è un capolavoro.]
A presto.
[UPDATE: E' presto per giudicare, sono ancora a due soli ascolti più qualche traccia spuria ripetuta qualche volta. Non voglio sbilanciarmi molto. Quindi, senza sbilanciarmi molto, dirò che è un capolavoro.]
09 ottobre 2007
Una volta al giorno
Una volta al giorno mi risveglio e dò di matto. Una volta al giorno faccio il letto, lo disfaccio, mi ci butto a peso morto. Una volta al giorno bevo latte, una volta sono forte, una volta sono adulto, una volta sono bimbo. Una volta al giorno uso la doccia, una volta asciugo il corpo, più di una vanitoso uso lo specchio. Una volta al giorno guardo quello che è successo alla tivvù, leggo il giornale. Una volta al giorno tiro in basso le serrande, una volta le riapro, una volta chiudo gli occhi per dormire, una volta li riapro.Una volta al giorno sono pronto per uscire. Una volta al giorno ceno stanco ed affamato, una volta pranzo illuso e frastornato. Una volta al giorno penso a chi ho amato dapprima, neanche una a chi ha seguito. Una volta al giorno vado sulla tangenziale, una volta sono in centro o sul raccordo. Una volta al giorno vesto bene, una volta vesto male, raramente sono nudo. Una volta al giorno spero in quello che vorrei, una volta mi rattristo a non averlo. Una volta al giorno penso sia l'ultima volta. In tutte queste volte ci sei tu.
08 ottobre 2007
E ciò che vedi perso, è perso.
"Fulsere quondam candidi tibi soles,
Cum ventitabas quo puella ducebat
Amata nobis quantum amabitur nulla."
[Un'altra vita, saremo onesti. Saremo capaci di tacere.]
Cum ventitabas quo puella ducebat
Amata nobis quantum amabitur nulla."
[Un'altra vita, saremo onesti. Saremo capaci di tacere.]
06 ottobre 2007
Elbow - Forget Myself
Il trailer del nuovo film di Richard Kelly (quelli di Donnie Darko per intenderci) ha avuto il bellissimo effetto di farmi tornare la voglia di Elbow, matta come sempre.
Godetevi il video del giorno.
Control
02 ottobre 2007
Girasoli

Ho sognato che tornavi, l'altra notte. Eri qui soltanto un giorno; poi andavi via di nuovo.
Ho sognato che tornavi senza dirlo; ti incontravo in una strada, un po' per caso: se la vita fosse fatta come un sogno la fortuna mi sarebbe familiare. Eri lì dentro una macchina, ed io che camminavo sguardo al cielo non me n'ero mica accorto. Poi mi vieni quasi addosso, mi spavento, guardo dentro e vedo te, cazzo il giallo mi ubriaca in un istante. Non capisco che succede, sai nei sogni non è facile squadrare bene i tempi; basta solo quel secondo e siamo dentro ad abbracciarci e poi mi prendi, un bacio lungo e caldo e bellico e bastardo. Poi nel dormiveglia tutto sfuma in un miscuglio, siamo lì che ci guardiamo, a me viene da sorriderti; mi dici qualche cosa ma non sento non ho udito, non tocco non ho tatto, non vedo non ho occhi perchè tutto è stato preso e impacchettato da quel bacio. Poi la sveglia mi riporta sulla terra, tra colori meno vivi e più banali. Non mi riesce di non piangere una lacrima; mi alzo.
Ho sognato che tornavi senza dirlo; ti incontravo in una strada, un po' per caso: se la vita fosse fatta come un sogno la fortuna mi sarebbe familiare. Eri lì dentro una macchina, ed io che camminavo sguardo al cielo non me n'ero mica accorto. Poi mi vieni quasi addosso, mi spavento, guardo dentro e vedo te, cazzo il giallo mi ubriaca in un istante. Non capisco che succede, sai nei sogni non è facile squadrare bene i tempi; basta solo quel secondo e siamo dentro ad abbracciarci e poi mi prendi, un bacio lungo e caldo e bellico e bastardo. Poi nel dormiveglia tutto sfuma in un miscuglio, siamo lì che ci guardiamo, a me viene da sorriderti; mi dici qualche cosa ma non sento non ho udito, non tocco non ho tatto, non vedo non ho occhi perchè tutto è stato preso e impacchettato da quel bacio. Poi la sveglia mi riporta sulla terra, tra colori meno vivi e più banali. Non mi riesce di non piangere una lacrima; mi alzo.
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