05 marzo 2008
Il piano B
Mi sveglio in fretta e furia e non ho niente. Né denaro, né potere, né amicizie altolocate. Cerco in fretta un piano B. Mi siedo a un tavolino per riempire bocca e idee, "un cappuccino molto scuro, grazie mille", "molto scuro?" mi rispondono, "sì scuro, già di latte ne ho abbastanza", "tu sei matto!", "e lei è bravo, il cappuccino è tra i migliori che abbia preso", che conversazioni surreali di mattina col barista. Esco sveglio, aspetto il bus e guardo fuori mentre piove, tra le nuvole c'è l'ombra di un bel sole che mi aspetta. Mi incammino per la strada, c'è quel solito zig-zag tra i bisognini, non mi accorgo e sbatto addosso a una signora con un lungo abito blu. "Ma stia un po' attento, la miseria!", "Dio signora lei è stupenda, che vestito straordinario" e mi sorride e mi ringrazia e mi accarezza sulla testa, "sei un tesoro e ti vorrei come nipote!", che bellezza! Arrivo infine in facoltà, nella guardiola c'è una persona conosciuta: il bidello legge City con l'espressione già annoiata, poverino, molte ore deve stare, molte ore. "Come va?" esordisco io, "eh, tutto bene, sono solo molto stanco del lavoro", "hai ragione, mi dispiace", "ho ragione, e mi dispiace pure a me", "perchè non pensi ad un romanzo, sai con tutte queste faccie che ti vedi camminare avanti agli occhi puoi inventarti mille storie di avventura", "ma sei un genio, fossi donna mi ti sposerei domani!", rido e vado, lui è felice. Ecco il rito dei saluti con gli amici, "solo adesso ti presenti?" dicon tutti, guardo l'ora ed è tardissimo, dovrei già lavorare, come mai la sveglia suona quando è giusto ed io mi alzo che è sbagliato? "Beh sapete, stamattina ho avuto un po' di strani affari, pulizie, parenti incinti, discussioni sul colore del parquet nel salottino di mia nonna"; la sigaretta sta finendo e l'attenzione passa oltre, parliamo un po' delle elezioni, ridiamo un po' dei professori, piangiamo un po' del tempo perso e degli esami senza fine. E poi sto qui, la mente lucida, e i giochi ancora aperti. Il piano B, che è quello di chi non ha niente, starebbe andando a meraviglia. Se non fosse che mi squilla il cellulare, due minuti, tre parole, ed un segnale in gsm che mi sento sulla lingua. Che prodigio. E allora passo al piano A, quello in cui ho tutto. E non ho niente, non ho niente, non ho niente che mi manchi.
02 marzo 2008
Sigarette al caffè
Di tempo ne ho sempre avuto poco, nella vita. Mille cose. Troppi programmi. Roba che fosse per me inventerei le sigarette al caffè, due in uno, ogni mattina dieci minuti in meno.
Poi il tempo lo trovo però.
Per certe cose.
Che bastardo figlio di puttana.
Poi il tempo lo trovo però.
Per certe cose.
Che bastardo figlio di puttana.
01 marzo 2008
Plastilina
"Non hai sentimenti"
"..."
"Posso dirti quello che voglio tanto non ti ferirò mai"
"..."
"Perchè tu non soffri mai"
"..."
"Tanto appena finisco di parlare torni alla tua vita"
"..."
"Alle tue fottute cose, al tuo studio"
"..."
"Sei un programma sai"
"..."
"Uno stupido programma per computer"
"..."
"Prevedibile come tutti i programmi"
"..."
"Le cose ti rimbalzano addosso, non ti sbilanci mai, mai un urlo, mai una cosa sincera"
"..."
"E la cosa assurda è che sei contento così, tu"
"..."
"Te ne stai buono e carino lì, con quella tua faccia da cazzo, e sei contento così"
"..."
"Nemmeno mi parli, tanto cosa potresti dirmi, sarebbe la solita risposta giusta al momento giusto, la solita puttanata"
"..."
"Con il tuo buonismo, il tuo buonismo di merda"
"..."
"Qualcuno potrebbe sbatterti a un muro e tu lì con quello sguardo ebete a farti insultare, a cercare qualcosa di buono"
"..."
"Non in tutto c'è del buono sai"
"..."
"Non in tutto"
"..."
"Posso dirti quello che voglio tanto non ti ferirò mai"
"..."
"Perchè tu non soffri mai"
"..."
"Tanto appena finisco di parlare torni alla tua vita"
"..."
"Alle tue fottute cose, al tuo studio"
"..."
"Sei un programma sai"
"..."
"Uno stupido programma per computer"
"..."
"Prevedibile come tutti i programmi"
"..."
"Le cose ti rimbalzano addosso, non ti sbilanci mai, mai un urlo, mai una cosa sincera"
"..."
"E la cosa assurda è che sei contento così, tu"
"..."
"Te ne stai buono e carino lì, con quella tua faccia da cazzo, e sei contento così"
"..."
"Nemmeno mi parli, tanto cosa potresti dirmi, sarebbe la solita risposta giusta al momento giusto, la solita puttanata"
"..."
"Con il tuo buonismo, il tuo buonismo di merda"
"..."
"Qualcuno potrebbe sbatterti a un muro e tu lì con quello sguardo ebete a farti insultare, a cercare qualcosa di buono"
"..."
"Non in tutto c'è del buono sai"
"..."
"Non in tutto"
29 febbraio 2008
A luci spente
Sono le sette di sera e devo vestirmi di corsa perché è tardissimo. Mi metto quello che capita, senza stare a badarci molto. Faccio attenzione giusto ai calzini, ne ho un paio bucati e non vorrei fare brutta figura. Lei invece si sta agghindando da due ore, orecchini, collanine, maglioncini, tutto ino, ha iniziato alle tre ma comunque faccio lo stesso prima io; le donne sono sempre uguali, sussurro a denti stretti, mentre le do una mano a infilarsi il cappotto. Lei mi fulmina con gli occhi, per farmi perdonare le lascio un bacio sbarazzino sulla fronte e la trascino di corsa fuori di casa, ma appena apro l'ascensore ci accorgiamo che sta diluviando, di quella pioggia estiva che sembra conquistare il sole. Così le dico di aspettarmi e torno su a prendere un ombrello. Prima che si trasferisse da me non avevo mai avuto ombrelli, penso. Un altro segno del bene che mi fa.
Trovo sopra la macchina un volantino di un negozio di ferramenta. C'è scritto: "fatevi una sega". Ridiamo insieme. Fortunatamente sono un genio della guida, inoltre non c’è molto traffico, pare proprio siano partiti tutti nonostante il tempo, in questo grigio weekend di mezz’agosto. Perciò riesco a svicolare come un’anguilla e arriviamo davanti al teatro con qualche minuto d’anticipo; giusto in tempo per prenderci qualcosa al bar lì davanti. Un caffè per lei e un Aperol spritz per me, dico. Con poco ghiaccio per favore.
L’insegna fuori dalla sala mostra il volto di un uomo pensieroso, sotto c'è scritto: “If you have only one of something you can't say it's the best of anything”. Entriamo, un po’ di emozione nello sguardo di entrambi, la mia mano sulla sua. Forse lo immagino soltanto eppure sembra vero questo lampo di stupore nello sguardo della maschera che strappandoci il biglietto dice “Vi auguro un buono spettacolo” e si sente rispondere da lei mentre io rimango zitto: “Grazie”.
Poi lei mi sorride, allunga la mano per riprendere i biglietti. La spingo accanto a me mentre si spengono le luci.
Trovo sopra la macchina un volantino di un negozio di ferramenta. C'è scritto: "fatevi una sega". Ridiamo insieme. Fortunatamente sono un genio della guida, inoltre non c’è molto traffico, pare proprio siano partiti tutti nonostante il tempo, in questo grigio weekend di mezz’agosto. Perciò riesco a svicolare come un’anguilla e arriviamo davanti al teatro con qualche minuto d’anticipo; giusto in tempo per prenderci qualcosa al bar lì davanti. Un caffè per lei e un Aperol spritz per me, dico. Con poco ghiaccio per favore.
L’insegna fuori dalla sala mostra il volto di un uomo pensieroso, sotto c'è scritto: “If you have only one of something you can't say it's the best of anything”. Entriamo, un po’ di emozione nello sguardo di entrambi, la mia mano sulla sua. Forse lo immagino soltanto eppure sembra vero questo lampo di stupore nello sguardo della maschera che strappandoci il biglietto dice “Vi auguro un buono spettacolo” e si sente rispondere da lei mentre io rimango zitto: “Grazie”.
Poi lei mi sorride, allunga la mano per riprendere i biglietti. La spingo accanto a me mentre si spengono le luci.
28 febbraio 2008
Sex makes you happy
Ho una memoria eccezionale. La cosa fantastica è che la sfrutto per immagazzinare qualsiasi genere di informazioni, anche quelle più assurde. Come il rumore delle persone. Ogni individuo ha dei suoni caratteristici, un modo particolare e univoco di mettere l’ambiente in vibrazione durante qualsiasi cosa stia facendo; tipo che ne so, camminare, o spostare una sedia prima di occuparla, o sbattere lo sportello di una macchina. O rollarsi una canna. Ad esempio io sono in grado di riconoscere perfettamente tutti i modi diversi di chiudere l'ascensore che hanno le persone che conosco. C’è il suono discreto e pulito della mater, plop, poi c’è il clang forte e distratto di Coco, o il referenziale fruscio, sssssh, della porta accompagnata dalla mano del custode per non fare troppo chiasso. Per questo quandò suonò il campanello non fui sorpreso nel trovarmi davanti la faccia contratta e decisa del pater, alle undici del mattino del primo gennaio. Che scena: lui vestito di tutto punto, giacca blu in abbinato con i pantaloni, la camicia un po’ aperta e senza cravatta a significare una simbolica stretta di mano tra il mio mondo e il suo; io invece con addosso i calzoncini della tuta pieni di buchi per le troppe cicche finiteci sopra, e una felpa ormai rassegnata alle macchie di sugo con su scritto “sex makes you happy”. Il mago e il suo giovane apprendista, pensai. Provai molto ingenuamente a offrirgli qualcosa da bere, perché sono un tipo ospitale. Ma il mio facoltoso pater non sembrava gradire nulla che non costasse meno di dieci euro al litro, perciò decisi di tenere per me la mia cassa di Tennent’s e gli piazzai davanti la brocca riempita al rubinetto. Con un bicchiere di cristallo, ovviamente.
Sempre perché sono un tipo ospitale.
Sempre perché sono un tipo ospitale.
27 febbraio 2008
La leggerezza del mare
"Grazie di tutto"
"..."
"Davvero, grazie"
"Di che?"
"Del tuo amore"
"..."
"Sì, mi sento amato"
"Io non ti amo, lo sai"
"Lo so"
"Allora cosa dici"
"Mi sento amato"
"..."
"Non sono mai stato molto attaccato ai dettagli, dovresti saperlo"
"Fino a questo punto?"
"Fino a questo punto"
"Come puoi pensare queste cose..."
"Perchè ho il privilegio di un amore che basta per due"
"Dio..."
"Di un amore infinitamente grande"
"Un amore non basta mai, per quanto possa essere grande"
"Invece sì"
"Sai come mai si usano i doppi vetri, nelle case?"
"Cosa c'entrano i doppi vetri..."
"Perchè hanno provato di tutto, con un vetro solo. Lo hanno reso spesso quanto un tronco d'albero, ne hanno cambiato la fattura, la forma, la disposizione. Eppure c'era sempre qualcosa che continuava a entrare, un rumore di fondo che disturbava il silenzio dell'interno"
"..."
"Poi qualcuno ha provato con due vetri. Sottili e trasparenti, completi di una sincerità tutta visibile agli occhi. E sai cosa è successo? Quella vibrazione, quell'interferenza, è sparita. E sai perchè?"
"Ho paura"
"Hanno scoperto che non erano i due vetri a succhiare via il rumore. Ma lo spazio tra di essi, l'aria che aderiva così bene all'uno e all'altro, in un modo così liscio da impedire ogni tipo di intrusione"
"Smettila, dai"
"Il tuo amore non basterà mai per tutti e due"
"..."
"Mai"
"..."
"Dai, vieni qui"
"Io ti amo"
"Tu mi ucciderai"
"Lo spero"
"Vaffanculo"
"Sai, stamattina una bambina mi ha fermato, per strada. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto signore, tu lo sai quanto pesa il mare?
"Una pazza?"
"No, una che aveva compreso un sacco di cose. Io non le ho risposto, lì per lì. Non avevo capito niente"
"Perchè?"
"Perchè ancora non stava succedendo tutto questo"
"Tutto cosa?"
"Ora invece ho capito tutto. Ho scoperto che devi avere sulle spalle tutto l'universo, per renderti conto di quanto sia leggero il mare"
"..."
"Quando lo capisci lo vedi evaporare, e ti metti a nuotare nell'aria"
"Dio"
"E' per questo che non piangerò quando te ne andrai"
"Non me ne andrò"
"Sì, tu te ne andrai"
"E allora perchè non piangerai?"
"Perchè ci sarà sempre un po' di liquido tra noi"
"..."
"Davvero, grazie"
"Di che?"
"Del tuo amore"
"..."
"Sì, mi sento amato"
"Io non ti amo, lo sai"
"Lo so"
"Allora cosa dici"
"Mi sento amato"
"..."
"Non sono mai stato molto attaccato ai dettagli, dovresti saperlo"
"Fino a questo punto?"
"Fino a questo punto"
"Come puoi pensare queste cose..."
"Perchè ho il privilegio di un amore che basta per due"
"Dio..."
"Di un amore infinitamente grande"
"Un amore non basta mai, per quanto possa essere grande"
"Invece sì"
"Sai come mai si usano i doppi vetri, nelle case?"
"Cosa c'entrano i doppi vetri..."
"Perchè hanno provato di tutto, con un vetro solo. Lo hanno reso spesso quanto un tronco d'albero, ne hanno cambiato la fattura, la forma, la disposizione. Eppure c'era sempre qualcosa che continuava a entrare, un rumore di fondo che disturbava il silenzio dell'interno"
"..."
"Poi qualcuno ha provato con due vetri. Sottili e trasparenti, completi di una sincerità tutta visibile agli occhi. E sai cosa è successo? Quella vibrazione, quell'interferenza, è sparita. E sai perchè?"
"Ho paura"
"Hanno scoperto che non erano i due vetri a succhiare via il rumore. Ma lo spazio tra di essi, l'aria che aderiva così bene all'uno e all'altro, in un modo così liscio da impedire ogni tipo di intrusione"
"Smettila, dai"
"Il tuo amore non basterà mai per tutti e due"
"..."
"Mai"
"..."
"Dai, vieni qui"
"Io ti amo"
"Tu mi ucciderai"
"Lo spero"
"Vaffanculo"
"Sai, stamattina una bambina mi ha fermato, per strada. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto signore, tu lo sai quanto pesa il mare?
"Una pazza?"
"No, una che aveva compreso un sacco di cose. Io non le ho risposto, lì per lì. Non avevo capito niente"
"Perchè?"
"Perchè ancora non stava succedendo tutto questo"
"Tutto cosa?"
"Ora invece ho capito tutto. Ho scoperto che devi avere sulle spalle tutto l'universo, per renderti conto di quanto sia leggero il mare"
"..."
"Quando lo capisci lo vedi evaporare, e ti metti a nuotare nell'aria"
"Dio"
"E' per questo che non piangerò quando te ne andrai"
"Non me ne andrò"
"Sì, tu te ne andrai"
"E allora perchè non piangerai?"
"Perchè ci sarà sempre un po' di liquido tra noi"
25 febbraio 2008
Dire di no
L'aria è più pesante quando è il momento delle scelte. Si fa liquida e distinta a controllarti, trucco barbaro per rallentare il tempo e darti fiato, che vergogna. Poi il cuore batte anche lui a ritmo con i secondi stanchi e ti senti morire, il sangue non è abituato ad aspettare.
Ti accorgi che nella tua vita hai sempre detto sì; per non negare, per non ferire, per non perdere. E ogni volta hai negato, hai ferito, hai perso. C'è qualcosa che non va in tutto questo ragionare: una pietra ad inserirsi nel ruotare delle cose, ad inceppare il meccanismo.
Poi succede che qualcuno ti da forza e da coraggio, il venticinque di febbraio zero otto. C'è una faccia dentro al sacco degli eventi, volto nuovo, occhi nuovi, labbra nuove. E caldo nuovo, che è nuovissimo se pensi all'abitudine del freddo che sembrava sempiterno.
E dici no. Con tutto il cuore sopra il mondo del montare ribellione, del nascondere la faccia dietro a un vetro e non a un muro, del sorridere di gioia e non di rabbia. E dici no: con voce alta, tono forte e spalle ritte, per di più: sarà la forza che si addice al principiante e al novellino: sarà quella.
Butti giù il tuo fiato ricco di vergogna di chi ha detto qualche cosa di giustissimo; non pensi sarà facile l'ascolto di quel no, del resto a dire sempre sì hai abituato tutti male. E passa il tempo, ed è di nuovo al ritmo giusto. Ed è di nuovo giorno e notte e ancora giorno.
Nella testa resta fissa quell'immagine: di te che non ti vedi perchè gli occhi vanno avanti e non indietro.
Ti accorgi che nella tua vita hai sempre detto sì; per non negare, per non ferire, per non perdere. E ogni volta hai negato, hai ferito, hai perso. C'è qualcosa che non va in tutto questo ragionare: una pietra ad inserirsi nel ruotare delle cose, ad inceppare il meccanismo.
Poi succede che qualcuno ti da forza e da coraggio, il venticinque di febbraio zero otto. C'è una faccia dentro al sacco degli eventi, volto nuovo, occhi nuovi, labbra nuove. E caldo nuovo, che è nuovissimo se pensi all'abitudine del freddo che sembrava sempiterno.
E dici no. Con tutto il cuore sopra il mondo del montare ribellione, del nascondere la faccia dietro a un vetro e non a un muro, del sorridere di gioia e non di rabbia. E dici no: con voce alta, tono forte e spalle ritte, per di più: sarà la forza che si addice al principiante e al novellino: sarà quella.
Butti giù il tuo fiato ricco di vergogna di chi ha detto qualche cosa di giustissimo; non pensi sarà facile l'ascolto di quel no, del resto a dire sempre sì hai abituato tutti male. E passa il tempo, ed è di nuovo al ritmo giusto. Ed è di nuovo giorno e notte e ancora giorno.
Nella testa resta fissa quell'immagine: di te che non ti vedi perchè gli occhi vanno avanti e non indietro.
22 febbraio 2008
Storie di taccuini e persone.
Sta fermo nella sua tana di carta ad aspettare. Si lecca i baffi, le vibrisse tremolanti a spazzolare tutto intorno come raffinati polpastrelli. Ogni tanto si allontana un po' dal suo rifugio improvvisato, in una sorta di perlustrazione timorosa e inefficace: ma non esce mai da un intorno nitido e preciso, il cui confine è dettato dall'ansia e dalla paura. Pochi passi minuti in una direzione, ed ecco che in un balzo torna indietro, la velocità del rientro almeno doppia di quella della dipartita. Continua così, in questa danza estranea, ad aspettare.
Ecco uno scricchiolio, cosa sarà! Il cuore batte sempre più veloce, limite e progresso insito nelle sue stesse dimensioni. Nel silenzio la percezione è capillare, si insinua nel retro delle cose e illumina ogni zona d'ombra. Un lampo rapidissimo si vede in lontananza, chi va la! E' solo un gatto spaventato, basterà restare immobile e aspettare la sua uscita dalla stanza. Un miagolio insoddisfatto, ed è già andato.
Passa il tempo e la paura di un po' prima mette fame al roditore. Strappa lesto un angolino dal taccuino che è la tana, poi un altro e un altro ancora, si sfama con un intero martedì pieno di inviti e appuntamenti, l'inchiostro blu a insaporire quell'odore di cellulosa. Nel masticare perde un po' la sua attenzione. Ed ecco che nemmeno se ne accorge ma la porta è spalancata, due gambe umane muovono passi enormi e distinti, una voce stentorea rimbomba sbadigli terrorizzanti; ormai la luce ha invaso tutto e non ci sono vie di fuga. Il sangue sembra esplodergli nel petto, pensa invano a come andare ma già sa, non rimane che sperare che l'intruso non si accorga che lui è lì.
C'è un soprammobile di vetro accanto a lui: è un oggettino di cristallo, un pianoforte con i tasti d'oro finto. Piano piano ci si infila tutto sotto, che ridicola agonia: un ratto brutto grigio e sporco a farsi niente sotto il niente. Prende gli ultimi respiri prima di una lunga e triste apnea. Intanto l'uomo sembra attratto da qualcosa non distante; è una rivista, sta s'un tavolo lì accanto. Con la carta satinata e lucida, l'inchiostro nero delle pubblicità di moda a ricoprire le prime venti pagine: roba per chi si accontenta, a me fa schifo, riflette il topo. E si sorprende della sua stessa arroganza, lì a pensare al gusto buono in un momento così brutto.
L'uomo intanto sta seduto sul divano, a sfogliare e sbadigliare; forse si addormenterà e potrò andarmene sicuro, pensa lui, i baffi accorti a tremolare di piacere a quell’idea. Ma purtroppo non è tutto oro quel che luccica, ed ecco che uno spostamento microscopico della coda muove un poco il soprammobile, portando il riflesso della lampada a rimbalzare ‘sì preciso sopra i tasti del minuscolo strumento; e poi l’ottone di una scarsa qualità rigetta via quel luminoso, quasi a voler dire: non mi merito il brillare. E il fato anche ci si mette contro il topo, perché di tutti i luoghi dove rimandare quel riverbero, sceglie proprio gli occhi chiusi del gigante affaticato, che disastro, che sfortuna!
In un baleno c’è il risveglio: quel riavvio di conoscenza e percezione di chi non vorrebbe averlo ed è annoiato e non capisce. Le pupille ridottissime per causa della luce sbattono a destra e poi a sinistra, l’attenzione a perlustrare tutto intorno alla ricerca di chi ha imposto quella veglia. In un momento ecco scovato l’animale, un urlo, un tremito, c’è un topo nel mio studio!
La fuga e la rincorsa durano poco, quattro zampette possono poco contro due gambe così lunghe, il roditore sta immobile in un angolo e non può più fare niente. E’ la fine, pensa. Sono morto e non potrò mai più mangiare carta, né formaggio, né correre tra un buco e la cucina. Sono morto e questo è l’ultimo momento in cui son vivo. Poi la grazia viene spinta da chissà che Dio dei Topi perché l’uomo guarda in alto e si accorge del taccuino mezzo aperto: con rabbia e odio si avvicina, lo afferra schifato, quella saliva animale a ripugnarlo. Mentre sfoglia inorridito si accorge del misfatto: manca un giorno, manca un altro, non c’è più mezzo dicembre, si è ingoiato pure Pasqua e Carnevale. Maledetto, ora muori.
Mentre l’uomo si dispera dei suoi impegni diventati cibo e vita dentro il corpo di un peloso e microscopico esserino, ecco lui che scatta proprio tra le gambe, una Tod’s gli sfiora il muso e strappa un baffo ma il dolore non è niente nei confronti del poter restare vivo. Già sta fuori, il roditore. Sta nel buco che conduce a un’altra casa. Le zampine che potevano ammazzarlo per la loro dimensione, sono adesso la salvezza: a condurlo dove un uomo non arriva. Passa in fretta la tensione, passa il lutto, passa pure l’appetito. La paura, però, non gli passa ancora a lungo.
Nella notte si ritrova a vomitare il martedì. Da domani mangio pure Panorama, pensa e ride.
Ecco uno scricchiolio, cosa sarà! Il cuore batte sempre più veloce, limite e progresso insito nelle sue stesse dimensioni. Nel silenzio la percezione è capillare, si insinua nel retro delle cose e illumina ogni zona d'ombra. Un lampo rapidissimo si vede in lontananza, chi va la! E' solo un gatto spaventato, basterà restare immobile e aspettare la sua uscita dalla stanza. Un miagolio insoddisfatto, ed è già andato.
Passa il tempo e la paura di un po' prima mette fame al roditore. Strappa lesto un angolino dal taccuino che è la tana, poi un altro e un altro ancora, si sfama con un intero martedì pieno di inviti e appuntamenti, l'inchiostro blu a insaporire quell'odore di cellulosa. Nel masticare perde un po' la sua attenzione. Ed ecco che nemmeno se ne accorge ma la porta è spalancata, due gambe umane muovono passi enormi e distinti, una voce stentorea rimbomba sbadigli terrorizzanti; ormai la luce ha invaso tutto e non ci sono vie di fuga. Il sangue sembra esplodergli nel petto, pensa invano a come andare ma già sa, non rimane che sperare che l'intruso non si accorga che lui è lì.
C'è un soprammobile di vetro accanto a lui: è un oggettino di cristallo, un pianoforte con i tasti d'oro finto. Piano piano ci si infila tutto sotto, che ridicola agonia: un ratto brutto grigio e sporco a farsi niente sotto il niente. Prende gli ultimi respiri prima di una lunga e triste apnea. Intanto l'uomo sembra attratto da qualcosa non distante; è una rivista, sta s'un tavolo lì accanto. Con la carta satinata e lucida, l'inchiostro nero delle pubblicità di moda a ricoprire le prime venti pagine: roba per chi si accontenta, a me fa schifo, riflette il topo. E si sorprende della sua stessa arroganza, lì a pensare al gusto buono in un momento così brutto.
L'uomo intanto sta seduto sul divano, a sfogliare e sbadigliare; forse si addormenterà e potrò andarmene sicuro, pensa lui, i baffi accorti a tremolare di piacere a quell’idea. Ma purtroppo non è tutto oro quel che luccica, ed ecco che uno spostamento microscopico della coda muove un poco il soprammobile, portando il riflesso della lampada a rimbalzare ‘sì preciso sopra i tasti del minuscolo strumento; e poi l’ottone di una scarsa qualità rigetta via quel luminoso, quasi a voler dire: non mi merito il brillare. E il fato anche ci si mette contro il topo, perché di tutti i luoghi dove rimandare quel riverbero, sceglie proprio gli occhi chiusi del gigante affaticato, che disastro, che sfortuna!
In un baleno c’è il risveglio: quel riavvio di conoscenza e percezione di chi non vorrebbe averlo ed è annoiato e non capisce. Le pupille ridottissime per causa della luce sbattono a destra e poi a sinistra, l’attenzione a perlustrare tutto intorno alla ricerca di chi ha imposto quella veglia. In un momento ecco scovato l’animale, un urlo, un tremito, c’è un topo nel mio studio!
La fuga e la rincorsa durano poco, quattro zampette possono poco contro due gambe così lunghe, il roditore sta immobile in un angolo e non può più fare niente. E’ la fine, pensa. Sono morto e non potrò mai più mangiare carta, né formaggio, né correre tra un buco e la cucina. Sono morto e questo è l’ultimo momento in cui son vivo. Poi la grazia viene spinta da chissà che Dio dei Topi perché l’uomo guarda in alto e si accorge del taccuino mezzo aperto: con rabbia e odio si avvicina, lo afferra schifato, quella saliva animale a ripugnarlo. Mentre sfoglia inorridito si accorge del misfatto: manca un giorno, manca un altro, non c’è più mezzo dicembre, si è ingoiato pure Pasqua e Carnevale. Maledetto, ora muori.
Mentre l’uomo si dispera dei suoi impegni diventati cibo e vita dentro il corpo di un peloso e microscopico esserino, ecco lui che scatta proprio tra le gambe, una Tod’s gli sfiora il muso e strappa un baffo ma il dolore non è niente nei confronti del poter restare vivo. Già sta fuori, il roditore. Sta nel buco che conduce a un’altra casa. Le zampine che potevano ammazzarlo per la loro dimensione, sono adesso la salvezza: a condurlo dove un uomo non arriva. Passa in fretta la tensione, passa il lutto, passa pure l’appetito. La paura, però, non gli passa ancora a lungo.
Nella notte si ritrova a vomitare il martedì. Da domani mangio pure Panorama, pensa e ride.
21 febbraio 2008
The Hollow Me
Mio fratello chiude la porta, per sempre.
So che non potrò andarlo a trovare per molto tempo.
Non riesco neanche a piangere, sono un pezzo di merda.
Mi spaccano la bocca di nuovo, sangue ovunque, mi fa malissimo.
La guancia mi pulsa senza sosta.
Ho quel misto in bocca di sangue e medicine.
Dormo poco, dormo male, mi sento la febbre che non c'è.
Le persone che ho a cuore sembrano tutte impazzite.
Le vorrei morte.
Le persone che ho un po' più che a cuore sembrano morte.
Le vorrei impazzite.
Di tutto quello che ho da fare, non vorrei fare niente.
Odio chi mi maledice, chi fa finta di niente, chi tace.
Odio chi mi telefona quando non ho voglia di ascoltare.
Voglio soltanto che qualcuno mi aiuti.
Odio chi mi chiede perchè, odio chi non lo fa.
Ho fame, tra poco mangerò e, di nuovo, non sentirò niente.
Soffro.

We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw. Alas!
Our dried voices, when
We whisper together
Are quiet and meaningless
As wind in dry grass
Or rats' feet over broken glass
In our dry cellar
Shape without form, shade without colour,
Paralysed force, gesture without motion;
Those who have crossed
With direct eyes, to death's other Kingdom
Remember us -- if at all -- not as lost
Violent souls, but only
As the hollow men
The stuffed men.
So che non potrò andarlo a trovare per molto tempo.
Non riesco neanche a piangere, sono un pezzo di merda.
Mi spaccano la bocca di nuovo, sangue ovunque, mi fa malissimo.
La guancia mi pulsa senza sosta.
Ho quel misto in bocca di sangue e medicine.
Dormo poco, dormo male, mi sento la febbre che non c'è.
Le persone che ho a cuore sembrano tutte impazzite.
Le vorrei morte.
Le persone che ho un po' più che a cuore sembrano morte.
Le vorrei impazzite.
Di tutto quello che ho da fare, non vorrei fare niente.
Odio chi mi maledice, chi fa finta di niente, chi tace.
Odio chi mi telefona quando non ho voglia di ascoltare.
Voglio soltanto che qualcuno mi aiuti.
Odio chi mi chiede perchè, odio chi non lo fa.
Ho fame, tra poco mangerò e, di nuovo, non sentirò niente.
Soffro.

We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw. Alas!
Our dried voices, when
We whisper together
Are quiet and meaningless
As wind in dry grass
Or rats' feet over broken glass
In our dry cellar
Shape without form, shade without colour,
Paralysed force, gesture without motion;
Those who have crossed
With direct eyes, to death's other Kingdom
Remember us -- if at all -- not as lost
Violent souls, but only
As the hollow men
The stuffed men.
18 febbraio 2008
Tired

Io confondo, tu confondi, noi confondiamo: non so come mai, ma oggi coniugare mi aiuta.
La testa mi si svuota di nuovo; i pensieri sostituiti, tutti quanti, da un viso perfetto. Ah, l'essere umano, così debole alle tentazioni della carne. Ed io che mi sentivo invece forte sono solo ancor più ingenuo, a cascarci a capofitto ben più stolto e impreparato della media.
Voglio dire: basta.
Punto.
Ho già dato in passato.
Invece dico: ancora.
Piuttosto che a far piani sarò lì, ad aspettare di vederti.
15 febbraio 2008
Lezione 21 di Baricco - Trailer
Mancano ancora parecchi mesi all'uscita di Lezione 21, il primo film scritto e diretto da Alessandro Baricco. Eppure la Fandango, che lo produce e distribuisce, ha già fatto uscire il (primo di una lunga serie?) bellissimo trailer, a iniziare una campagna pubblicitaria che, lo scommetto, sarà ampia e insistente.
Quasi esattamente un anno fa (il 12 Febbraio 2007) usciva nelle agenzie stampa la notizia che tutti aspettavano da tempo: Baricco ufficializzava il suo ingresso in prima persona nel mondo del cinema, e lo faceva in grande stile, proponendo un lavoro che già dalle prime note di produzione appariva controverso e articolato.
Oggi le prime immagini che finalmente approdano sui nostri schermi non fanno che alimentare l'attesa, e già immagino le prime scandalizzate reazioni dei critici più accaniti. Del resto il tema centrale del film non è di facile digestione anche per i meno puristi: un professore universitario, direttamente preso da quel capolavoro letterario che è City, si interroga sulla genesi della Nona Sinfonia di Beethoven, chiedendosi se la sua importanza storica ne rispecchi le effettive qualità artistiche. Una mattonata inflitta al cuore della storia (e non soltanto della storia della musica, quindi). Roba pesantina.
Io nel frattempo mi godo questi spezzoni, Baricchiani fino all'inverosimile. Già dalla scelta delle ambientazioni, dei costumi, dei personaggi, appare evidente come lo scopo principale del regista sia quello di lasciar filtrare su pellicola le atmosfere che lo hanno reso famoso come scrittore. Atmosfere che più di una volta mi hanno fatto sognare, e mi hanno trascinato in territori della mia fantasia a me stesso sconosciuti.
Se questo post fosse un Western, a questo punto dovrei dire:
Musica.
[now you decide who won and who lost, that evening]
Quasi esattamente un anno fa (il 12 Febbraio 2007) usciva nelle agenzie stampa la notizia che tutti aspettavano da tempo: Baricco ufficializzava il suo ingresso in prima persona nel mondo del cinema, e lo faceva in grande stile, proponendo un lavoro che già dalle prime note di produzione appariva controverso e articolato.
Oggi le prime immagini che finalmente approdano sui nostri schermi non fanno che alimentare l'attesa, e già immagino le prime scandalizzate reazioni dei critici più accaniti. Del resto il tema centrale del film non è di facile digestione anche per i meno puristi: un professore universitario, direttamente preso da quel capolavoro letterario che è City, si interroga sulla genesi della Nona Sinfonia di Beethoven, chiedendosi se la sua importanza storica ne rispecchi le effettive qualità artistiche. Una mattonata inflitta al cuore della storia (e non soltanto della storia della musica, quindi). Roba pesantina.
Io nel frattempo mi godo questi spezzoni, Baricchiani fino all'inverosimile. Già dalla scelta delle ambientazioni, dei costumi, dei personaggi, appare evidente come lo scopo principale del regista sia quello di lasciar filtrare su pellicola le atmosfere che lo hanno reso famoso come scrittore. Atmosfere che più di una volta mi hanno fatto sognare, e mi hanno trascinato in territori della mia fantasia a me stesso sconosciuti.
Se questo post fosse un Western, a questo punto dovrei dire:
Musica.
[now you decide who won and who lost, that evening]
14 febbraio 2008
13 febbraio 2008
Uomo in mare
Tutto scorre, dicevano i Negramaro. E anche qualcun'altro prima di loro, credo. Tutto scorre e tutto cambia e così capita che ti svegli la mattina con un nervoso pazzesco perchè devi andare all'università a fare cose che non vuoi fare. E la metro è piena, poi c'è il casino e il traffico, insomma un disastro. E l'iPod è scarico. Grazie a Dio arrivi in facoltà e trovi un sacco di gente e passi la giornata a dire cazzate, a scherzare e ad ascoltare musica pop. Pop spinto, mica robetta. Così quando è ora di pranzo ti dimentichi perfino del dolore alla guancia e mandi giù il tuo solito panino con salame e carciofini, che ti sembra ottimo, oggi, sarà il salame. Il pomeriggio nemmeno te ne accorgi e è già passato. Ti senti la febbre e pensi che cristo, l'hai scampata per tutto questo tempo, mica ti sarai fatto fottere proprio ora no? E così decidi di tornare a casa, solo che non ti va di sballottarti troppo e quindi prendi l'autobus al posto della metro, che poi per arrivare a casa devi cambiare tre autobus diversi quindi il ragionamento del non sballottarsi troppo non fila, ma tu non sei mai stato bravo con i ragionamenti che filano, mai. E quindi cambi il primo, e poi il secondo, e quando stai aspettando il terzo ti accorgi che forse hai un sonno micidiale perchè le sei di mattina dell'altra sera si sentono ancora tutte, e devi recuperare. Quindi monti sul bus ma sai che non resisterai a lungo. Trovi perfino posto a sedere, e hai caricato l'iPod tutto il giorno quindi puoi sentirlo e metti su i Coldplay, e poi l'autobus parte e tu, con la testa posata tra braccio e finestrino guardi fuori qualche istante e chiudi gli occhi. E tutto scorre e tutto cambia. Te ne accorgi da qualcosa che è nell'aria, spegni la musica e ti rimetti l'mp3 in tasca, stai attento ad ascoltare, di quell'attenzione tutta fatta di sfumature, e dettagli inafferrabili. Ecco che il suono dell'autobus non è più autobus, ma è il confortante rumore di un fuoribordo Honda 25 cavalli mezzo sfondato. Ecco che il brusio non sono gli altri passeggeri ma sono pescatori che ritornano da una giornata di lavoro, e quell'odore un po' schifoso non è benzina: ma è nafta. Ecco che le buche sulla strada diventano onde, e i motorini distratti sono turisti indaffarati a scappare in un altro posto, lo sguardo che si posa appena sulle cose, già pronto per altre meraviglie. Tu sai benissimo che quel rumore lì, quel mix di suoni, è la cosa più bella che tu abbia mai sentito, e che ogni volta che lo senti di nuovo ti prende un brivido. Quindi non ti sorprendi se per un momento inizi a tremare. Non è il freddo di Roma, perchè addosso hai tutto il caldo del Mare.
Poi devi scendere dall'autobus e tutto il casino ti sveglia e sei di nuovo a piedi e ora stai tremando davvero per il freddo. Ma solo in quel momento ti accorgi che in quel sogno, in quella barca, bhè. Non eri solo.
Poi devi scendere dall'autobus e tutto il casino ti sveglia e sei di nuovo a piedi e ora stai tremando davvero per il freddo. Ma solo in quel momento ti accorgi che in quel sogno, in quella barca, bhè. Non eri solo.
Né secco né umido.
"Dal momento che lo chiede con tanta buona grazia, giovanotto, io le dico: con le disgrazie basta incominciare. E quando sono incominciate, non c'è niente che le faccia fermare, si estendono, si sviluppano come una merce a buon mercato e di largo consumo. L'allegria, invece, compagno mio, è una pianta capricciosa, difficile da coltivare, che fa poca ombra, che dura poco e che richiede cure costanti e terreno concimato, né secco né umido, né esposto ai venti, insomma una coltivazione che viene a costar cara, adatta a quelli che son ricchi, pieni di soldi. L'allegria va conservata nello champagne; mentre la cachaça tuttalpiú consola delle disgrazie, quando consola. La disgrazia è una pianta dal legno resistente; a ficcarne un germoglio nella terra, non c'è bisogno di occuparsene, cresce da sola, frondeggia e ne son piene le strade. Nel cortile dei poveri, poi, amico mio, la disgrazia nasce in quantità, non si vede altra pianta. Se un tizio non ha la pelle indurita e la schiena incallita con calli di dentro e di fuori, è inutile che ricorra agli encantados, non c'è ebó che tenga. E le dico un'altra cosa, mio bel signore, non per darmi delle arie né per lodare a tutti i costi i poveri diavoli, ma perché è la pura verità: non c'è che il povero che abbia razza e coraggio sufficienti a far fronte a tante disgrazie e continuare a vivere lo stesso."
10 febbraio 2008
Atrio
Mi fermai un momento nell’atrio dell’ospedale, ad ascoltare una conversazione curiosa. Una madre, con lo sguardo di chi ha rischiato di perdere l’universo e lo ha protetto e riafferrato in un baleno, parlava con un’infermiera giovane e appagata dal suo lavoro eroico: la voce della signora era distratta, le domande e le risposte erano affrettate e fuori tema. Con le braccia stanche spingeva una sedia a rotelle versione mini, con sopra la figlia di nove o dieci anni, malridotta e un po’ sciupata ma sorridente, di quella felicità gratuita e asciutta che un adulto, per quanto si sforzi, non potrà mai condividere. La fermai con il pretesto di un accendino, le chiesi il perché di una bambina in carrozzella.
“Sa, Erica è intelligentissima. Capisce le cose al volo, le afferra a una rapidità strabiliante. A volte nemmeno riesco a starle dietro”.
“Si vede dagli occhi, che è una bambina speciale”.
“Però non riesce a scrivere. Impara di tutto alla velocità della luce, già fa i conti a mente. Ma non riesce a scrivere, e la punteggiatura sembra un ostacolo insormontabile”.
“Ma a scuola la maestra non riesce a fare niente?”
“La maestra non sa far altro che urlare che alla sua età dovrebbe saper leggere e scrivere senza difficoltà, non riesce proprio a capire che ha un problema ben più grave”.
“Dio, mi chiedo perché facciano insegnare certa gente...”
“La compagna di banco invece sa mettere i punti e virgola tutti al posto giusto, ma è una capra. E la maestra lì a dirle Ma che brava!, roba che spesso dopo la scuola mi ritrovavo Erica con gli occhi gonfi di lacrime e non capivo il perché”.
“E come lo ha capito, il perché?”
“Due settimane fa, la mattina presto, prima di vestirsi, Erica mi ha chiesto con la sua voce innocente: Mamma, ma secondo te è possibile pensare senza accorgersi di farlo?. Io ero stanca e nervosa, così senza pensarci su molto le ho risposto che no, non era possibile, che a scuola doveva concentrarsi e imparare senza distrarsi. Quel giorno all’ora di pranzo non è tornata, ha attraversato la strada col semaforo rosso e un cretino le è venuto sopra”.
“...Cristo”.
“L’abbiamo portata qui e hanno fatto tutto il possibile, e non c’è giorno in cui non ringrazi il sant’uomo che l’ha operata e me l’ha ridata come la vede lei ora. Rimarrà su una sedia a rotelle per il resto della sua vita, ma almeno è viva, e la sua intelligenza è rimasta intatta, così come il suo sorriso.
“Ieri era l’ultimo giorno qui in ospedale. A un certo punto durante l’ora di pranzo Erica mi ha fatto cenno di avvicinarmi, mi ha sussurrato all’orecchio: Mamma, avevo ragione io, mentre attraversavo stavo pensando senza accorgermene. Sa, questa volta le ho risposto”.
“E cosa le ha detto?”
“Che da due settimane lo faccio anche io tutte le notti”.
“Sa, Erica è intelligentissima. Capisce le cose al volo, le afferra a una rapidità strabiliante. A volte nemmeno riesco a starle dietro”.
“Si vede dagli occhi, che è una bambina speciale”.
“Però non riesce a scrivere. Impara di tutto alla velocità della luce, già fa i conti a mente. Ma non riesce a scrivere, e la punteggiatura sembra un ostacolo insormontabile”.
“Ma a scuola la maestra non riesce a fare niente?”
“La maestra non sa far altro che urlare che alla sua età dovrebbe saper leggere e scrivere senza difficoltà, non riesce proprio a capire che ha un problema ben più grave”.
“Dio, mi chiedo perché facciano insegnare certa gente...”
“La compagna di banco invece sa mettere i punti e virgola tutti al posto giusto, ma è una capra. E la maestra lì a dirle Ma che brava!, roba che spesso dopo la scuola mi ritrovavo Erica con gli occhi gonfi di lacrime e non capivo il perché”.
“E come lo ha capito, il perché?”
“Due settimane fa, la mattina presto, prima di vestirsi, Erica mi ha chiesto con la sua voce innocente: Mamma, ma secondo te è possibile pensare senza accorgersi di farlo?. Io ero stanca e nervosa, così senza pensarci su molto le ho risposto che no, non era possibile, che a scuola doveva concentrarsi e imparare senza distrarsi. Quel giorno all’ora di pranzo non è tornata, ha attraversato la strada col semaforo rosso e un cretino le è venuto sopra”.
“...Cristo”.
“L’abbiamo portata qui e hanno fatto tutto il possibile, e non c’è giorno in cui non ringrazi il sant’uomo che l’ha operata e me l’ha ridata come la vede lei ora. Rimarrà su una sedia a rotelle per il resto della sua vita, ma almeno è viva, e la sua intelligenza è rimasta intatta, così come il suo sorriso.
“Ieri era l’ultimo giorno qui in ospedale. A un certo punto durante l’ora di pranzo Erica mi ha fatto cenno di avvicinarmi, mi ha sussurrato all’orecchio: Mamma, avevo ragione io, mentre attraversavo stavo pensando senza accorgermene. Sa, questa volta le ho risposto”.
“E cosa le ha detto?”
“Che da due settimane lo faccio anche io tutte le notti”.
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